Il movimento bracciantile in Italia e il caso dei braccianti indiani in provincia di Latina dopati per lavorare come schiavi

Abstract del saggio di Marco Omizzolo, in Migranti e territori (ediesse editore), 2015

Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), il numero di persone vittime del traffico

internazionale di esseri umani nel mondo arriva a circa 2,45 milioni, di cui almeno mezzo milione risiede

nell’area OSCE. La maggior parte di esse è costituita da migranti (uomini, donne e bambini) che finiscono

per essere abusati e sfruttati nei settori informali e/o non protetti del mercato del lavoro, sia nei paesi di

origine che in quelli di destinazione, spesso democratici e del capitalismo avanzato.

La crescente informalizzazione dell’economia globale determina una sempre maggiore mobilità della forza

lavoro che, sommata alle politiche di deregolarizzazione, precarizzazione e flessibilità, determina per un

verso l’uso frequente di lavoratori precari, dunque ricattabili, spesso sfruttati, soprattutto se migranti e in

alcuni casi schiavizzati, per un altro un processo di inclusione dello sfruttamento e della schiavitù lavorativa

nel sistema capitalistico. Quest’ultimo ne fa sempre maggiore uso, ne include i processi di reclutamento e

ammette la presenza nella propria catena di produzione, soprattutto agricola, di condizioni di

assoggettamento e asservimento quasi totali. Soprattutto in agricoltura, il dominio del mercato globale, delle

logiche produttivistiche, della grande distribuzione organizzata e neoliberista, stanno conducendo ad una

crescente informalizzazione dell’economia che lascia i lavoratori, soprattutto migranti, e nel caso trattato i

braccianti, esposti a pratiche di sfruttamento, alla tratta e alla schiavitù di fatto.

A livello mondiale ci sono circa 35 milioni e 800 mila persone ridotte in schiavitù, di cui 17 milioni solo in

India, Cina, Pakistan, Uzbekistan e Russia. Secondo il Global Slavery Index (Gsi) il dato è in aumento del

20% rispetto al 2013. La schiavitù è presente ancora oggi in 167 paesi1, comprese alcune delle democrazie

più moderne e consolidate del pianeta. L’Italia conta 11.400 casi di schiavitù, emersi soprattutto in seguito

all’intervento dei media, dei sindacati e delle associazioni più qualificate, compresi migliaia di migranti

obbligati a lavorare in condizioni schiavistiche o costretti a subire gravi violazioni dei loro diritti

fondamentali. Si tratta di episodi emersi in particolare in alcuni territori del paese, assunti a simbolo di questa

tragedia, come il casertano e la Piana del Sele in Campania, le piane di Sibari e Gioia Tauro in Calabria, il

siracusano, il ragusano2 e il trapanese in Sicilia, la Piana di Metaponto e la zona dell’Alto Bradano in

Basilicata, la Capitanata, il Nord Barese e la zona di Nardò in Puglia e senza dubbio l’area del pontino.

Vi sono differenze rilevanti tra le aree nelle quali si è sviluppata un’importante agricoltura in serra, come nel

pontino, che richiede manodopera per quasi tutto l’anno, e quelle in cui il picco della domanda di

manodopera si presenta nei periodi delle “grandi raccolte”, come per gli agrumi in Calabria, le patate nel

siracusano o le angurie a Nardò. Altri territori hanno caratteristiche miste: nel foggiano, ad esempio, in

agosto la raccolta del pomodoro da industria richiama migliaia di braccianti, mentre nel resto dell’anno sono

altre coltivazioni a dare impiego. In alcune aree del Nord il fenomeno è sottovalutato ma non certo assente,

come alcuni studi iniziano a rilevare3.

1 Africa e Asia sono i continenti che hanno il maggior numero di schiavi. Cinque paesi concentrano il 61% degli

sfruttati: l’India è prima con 14,3 milioni di schiavi, un numero di poco superiore all’intera popolazione della Grecia;

segue Cina (3,2 milioni), Pakistan (2,1), Uzbekistan (1,2), Russia (1,1) e infine Nigeria, Repubblica democratica del

Congo, Indonesia, Bangladesh e Thailandia. Se si analizza la percentuale delle persone ridotte in schiavitù, la

Mauritania registra la più maggiore proporzione (4%) rispetto al totale della popolazione. In Europa, invece, si

conterebbero circa 556 mila schiavi. La schiavitù contribuisce alla produzione di 122 tipi di prodotti per 58 Paesi con

una stima, fornita dall’International Labour Organization (Ilo) , di 120 miliardi di euro l’anno di profitti: dal mercato del

pesce thailandese alle miniere di diamanti in Congo, alle ragazze indiane che cuciono i palloni da calcio.

2 Ha destato scalpore quanto accaduto a Ragusa, in uno dei distretti ortofrutticoli più importanti d’Italia, ossia lo

sfruttamento dei braccianti, prevalentemente immigrati, e violenze sessuali nei confronti delle donne rumene, anch’esse

impiegate nei campi agricoli. Atti criminali diffusi soprattutto nelle piccole aziende a conduzione familiare.

3 Tra le varie inchieste condotte dalla Magistratura sul reclutamento illecito e sfruttamento dei braccianti agricoli nel

Nord Italia si cita quella del 2008 condotta dal Pm Francesco Saverio Pavone che rinviò a giudizio 90 persone, di cui 44

residenti nella province di Venezia, Padova e Treviso. L’organizzazione faceva entrare in Italia centinaia di operai con

documentazione falsa per impiegarli irregolarmente. Al vertice risultò un anziano palermitano residente a Conegliano,

indagato anche dall’Antimafia siciliana per sospetti collegamenti con Cosa Nostra. Per procurarsi permessi di soggiorno

falsi, visti dell’Ispettorato del lavoro fasulli e altri documenti alterati, la banda collaborava con un poliziotto in servizio

presso l’Ufficio stranieri della Questura veneziana e con una funzionaria dell’Ispettorato del lavoro. Stando alle indagini

svolte dalla Direzione investigativa antimafia di Padova, il poliziotto si faceva pagare per i suoi favori anche con

rapporti sessuali. Con questo sistema avrebbero accumulato una ricchezza milionaria, sfruttando centinaia di lavoratori

Le varie forme di sfruttamento lavorativo e riduzione in schiavitù non sono imputabili a fattori straordinari, a

interessi particolari riconducibili in via esclusiva alle organizzazioni criminali, nazionali o internazionali, a

casi contingenti o solo a padroni privi di scrupoli. Non si tratta di eccezioni o di casi isolati. Lo scopo di

questo saggio è anche quello di dimostrare la natura sistemica del reclutamento e dello sfruttamento di

milioni di braccianti, in particolare migranti, ormai organico al sistema di produzione capitalistico globale,

capace di coinvolgere settori strategici di ogni paese, Italia compresa (Omizzolo 2014). Il saggio non si

concentra solo sulle comunità di braccianti migranti in Italia ma allarga la sua analisi anche ai secoli passati,

tentando un approfondimento storico che vuole fare emergere le condizioni sociali ed economiche vissute da

milioni di braccianti italiani, nel Meridione quanto nel Nord del paese. Il confronto tra le due realtà aiuterà a

comprendere l’evoluzione del fenomeno, anticipata da alcune analisi di natura giuridica e sociologica sul

concetto di schiavitù e relativa evoluzione.

Il focus specifico riguarderà invece la comunità indiana in provincia di Latina, prevalentemente di religione

sikh, e una forma di sfruttamento per ora unica nel suo genere, ossia l’utilizzo da parte dei braccianti indiani,

in maniera variamente indotta, di sostanze dopanti con il fine di sopportare i ritmi di lavoro, subordinazione,

stress sociale e psicologico, propri di un sistema di reclutamento e sfruttamento di natura capitalistico rodato

e ben organizzato. In definitiva, il lavoro schiavistico e paraschiavistico viene considerato una componente

strutturale del mercato del lavoro dei paesi industrializzati (Nocifora 2014) e le modalità di reclutamento e

sfruttamento dei braccianti, soprattutto migranti, in continua e rapidissima evoluzione, sviluppando in modo

sistemico metodologie d’azione sempre più estreme, scarsamente comprese soprattutto da parte della classe

dirigente nazionale e internazionale, funzionali al sistema di produzione e indispensabili per il mantenimento

di alcuni standard produttivi e aspettative di profitto imprenditoriale. Si manifesta in maniera sempre più

evidente un drammatico “continuum di situazioni lavorative che articola una complessa serie di relazioni

intermedie le quali pongono i poli estremi in stretta correlazione fra loro” (Nocifora 2014). L’analisi sull’uso

delle sostanze dopanti in agricoltura da parte dei braccianti indiani in provincia di Latina si inserisce

esattamente in questo quadro, evidenziando la complessità del fenomeno e il suo perpetuarsi.

stranieri fatti migrare clandestinamente, impiegati 12 ore al giorno e retribuiti 3 euro l’ora grazie a contratti finti

accompagnati da lettere di dimissioni già firmate, permessi di soggiorno falsi, attestazioni di pagamento dei contributi e

Cud contraffatti. In caso di infortunio o malattia i lavoratori venivano immediatamente rimpatriati

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