Di guerra e di pace

Guerra

Il sistema democratico occidentale è basato su principi quali la dignità dell’essere umano, la giustizia, i diritti fondamentali e inalienabili tra cui, innanzitutto, il diritto alla vita, alla libertà dalla fame e dall’ignoranza, alla protezione, ma è al contempo carico di incoerenze e contraddizioni, espressione probabilmente di un capitalismo predatorio e globale. Anche il continuo appellarsi all’opzione militare per la soluzione dei conflitti, quasi sempre senza realistiche prospettive di riuscire a risolvere i problemi politici, economici, ambientali e sociali che causano le stesse tensioni, dimostra la debolezza della politica, l’assenza di una visione strategica che superi quella dei secoli passati. Oltre a causare sofferenze alle popolazioni e sottrarre ingenti risorse alla lotta alla povertà, le guerre rendono il mondo più insicuro e instabile, alimentando spesso la spirale del terrorismo. Nel corso degli ultimi decenni, il ricorso allo strumento armato è stato caratterizzato da modalità che vanno messe in discussione, mentre la mancanza di coraggio politico e una governance internazionale debole e concentrata sugli aspetti economici e neoliberisti anziché su quelli politici e sociali, ha reso deboli le originali aspirazioni dell’Occidente. Si ricorda che il 31.1.1992, nella riunione del Consiglio di Sicurezza, si era previsto il raccordo e l’impegno comune per realizzare la pace; impegno assunto per la prima volta a livello di Capi di Stato e di Governo, e successivamente sviluppato dal Segretario Generale Boutros Boutros-Ghali nel rapporto “Un’Agenda per la pace”, utile anche per rafforzare nelle Nazioni Unite (NU) la capacità di diplomazia preventiva, di pacificazione e di mantenimento della pace. Quel rapporto è stato disatteso. Il rapporto, diffuso nel giugno 1992, presentava all’Assemblea Generale alcune precise raccomandazioni per il rafforzamento delle NU, del Consiglio e dei poteri del Segretario Generale. Veniva tra l’altro raccomandata “la pronta disponibilità di forze armate in servizio” per dare al Consiglio “un mezzo di risposta alle aggressioni” e alle “violazioni della pace”, che fosse anche da monito ai trasgressori e ai despoti. Gli Stati non hanno voluto cedere alle NU quegli spazi di sovranità che avrebbero forse potuto segnare una differente evoluzione nella gestione dei conflitti e nel mantenimento della pace rispetto al modo in cui si è spesso proceduto negli ultimi decenni, ossia alquanto disordinato, improvvisato e inquinato da altri fini. Le conseguenze sono davanti ai nostri occhi: destabilizzazioni, distruzioni, sofferenze, migrazioni forzate.

Da un lato le tecnologie odierne permetterebbero di risolvere i problemi di povertà, fame, degrado ambientale che alimentano le tensioni; dall’altro vi sono strumenti, dalle istituzioni globali e regionali al diritto e ai trattati internazionali che, ridando loro credibilità, potrebbero favorire il mantenimento della pace. Sarebbe necessario promuovere un forte consenso degli Stati sull’esigenza del rispetto del diritto internazionale e sulla definizione di strumenti concreti in grado di assicurarne la piena applicazione, riconoscendo una governante istituzionale più democratica e autorevole dell’attuale, capace di costruire ponti anche di fronte al continuo tentativo di distruggerli, di negoziare, favorire collaborazione e cooperazione. L’UE ha inserito il tema nella proposta degli obiettivi dell’Agenda post-2015, ma la strada passa per la volontà politica di dotarsi di istituzioni internazionali a cui delegare veri poteri sulle questioni globali. Purtroppo continuano a prevalere gli interessi particolari, insieme alla tendenza ad affrontare le crisi internazionali con il consenso e la partecipazione di coalizioni di Stati willing o di alleanze di parte, oppure in ordine sparso, spesso per opportunità politica, senza le preventive valutazioni e decisioni del massimo organismo mondiale, indebolendolo ulteriormente. La complessità della realtà globale provoca chiusure e paure. Occorrerà saperla governare per non essere sopraffatti da caos geopolitico e da guerre, a cui anche le migrazioni sono spesso collegate. Mancano però non tanto risorse quanto volontà politica e capacità. Il risultato è una tragedia sotto gli occhi di tutti.

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