Brexit, Ramadan e l’ipocrisia dell’Europa del Nord

Tra qualche settimana finirà il mese sacro per l’Islam, quello del ramadan. È il mese in cui i musulmani devono digiunare e dedicare le proprie energie alla preghiera e ad atti caritatevoli.

Nel mondo, i musulmani che seguono i precetti islamici sono più di 1,5 milioni.

In questo mese le attività sociali e lavorative scemano e i ritmi, visto l’impegno fisico, cambiano lo stile di vita di interi Paesi. Il ramadan è il periodo della meditazione, della preghiera e del sacrificio volto alla depurazione del corpo e della mente dalle ansie e distrazioni materiali e quotidiane. È il tentativo di ritrovarsi e riconiugarsi con il divino.

Il 2016 verrà però ricordato come il ramadan “di sangue” considerando che, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, nella sola Siria, dal suo inizio ci sono state oltre 464 uccisioni di cui 118 bambini e 67 donne. Vittime innocenti dei bombardamenti e delle azioni criminali della coalizione russo – siriana e del Daesh.

Da ieri, i nostri pensieri sono focalizzati sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea che pare rimandare, ancora una volta, ad una riflessione “eurocentrica” o meglio “nordeurocentrica” che relega ciò che accade nel resto del continente, e soprattutto a Sud dei suoi confini, ad aspetti secondari, marginali, poco interessanti. Non si sono letti grandi editoriali sulle morti innocenti dei bambini siriani degli ultimi mesi. Le grandi testate giornalistiche sono tutte concentrate invece sugli effetti economici della Brexit e sulle risposte che danno i mercati finanziari. La City vale più della catastrofe che sta accadendo in Siria, nel mediterraneo, in Egitto o in Eritrea? E delle persecuzioni nello Yemen o in Congo chi parla? Forse insieme alla reazione dei mercati, in questo mese di ramadan così difficile, dovremmo concentrarci di più sulle tragedie che continuano a mietere vittime innocenti e sulle loro origini e responsabilità. Brexit, City e Wall Street permettendo.

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