Gurmukh Singh: intervista leader della protesta dei braccianti indiani in provincia di Latina

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Da circa trentanni gli indiani abitano in provincia di Latina e lavorano  in campagna come braccianti in condizioni di particolare sfruttamento. Com’è la situazione?

“Noi indiani siamo venuti in provincia di Latina per lavorare e costruirci una vita migliore con le nostre famiglie. Siamo grandi lavoratori e apparteniamo ad una religione, il sikhismo, che è pacifica ma anche guerriera. Siamo per la pace e non vogliamo creare problemi ma nel contempo non siamo più disposti ad abbassare la testa dinnanzi alle prepotenze e violenze di alcuni padroni. Non tutti i datori di lavoro sono sfruttatori ma alcuni sono violenti e non possiamo più accettare di essere trattati come animali”.

Parli esplicitamente di padroni. Perché? Quali sono le condizioni lavorative imposte?

“Molti lavoratori lavorano anche 12-14 ore al giorno per circa 600 euro al mese. Come è possibile vivere così? Per non parlare delle violenze. Molti ragazzi muoiono per strada mentre vanno o tornano dai campi agricoli perché l’unico mezzo di locomozione che hanno è la bicicletta e le strade non sono illuminate. Alcuni padroni si fanno pagare i contributi dai lavoratori, li obbligano a lavorare anche 26-28 giorni al mese. Alcuni braccianti sono stati picchiati sia prima che dopo lo sciopero solo perché avevano manifestato il loro desiderio di giustizia. Per fortuna abbiamo i referti medici che dimostrano la veridicità di quanto dichiariamo. Altri ragazzi sono stati licenziati ingiustamente dalle aziende e stiamo facendo con la Flai Cgil i ricorsi. Si consideri che nonostante il contratto provinciale preveda 9 euro lorde circa l’ora per 6 ore e trenta di lavori al giorno, le trattative oggi di fatto riguardano un aumento che va dai 3,5 euro ai 5 euro. Non stiamo chiedendo l’impossibile ma solo un po’ più di soldi e maggiore umanità”.

È per questo che avete scioperato il 18 aprile a Latina, sotto il palazzo della Prefettura?

“Erano già diverse settimane che i braccianti indiani manifestavano davanti i cancelli di alcuni aziende agricole per avere migliori condizioni di lavoro e un salario maggiore. In alcuni casi ci sono state pacifiche occupazioni delle serre e dei campi agricoli alle quali qualche padrone ha reagito con violenza. La prima scintilla è scoppiata davanti ad una azienda tra Sabaudia e Terracina con circa trenta braccianti che hanno scioperato spontaneamente. Per fortuna abbiamo ricevuto subito il sostegno della Cgil e di In Migrazione. Questo fatto è accaduto dopo il suicidio di un indiano nel Comune di Fondi, nel Sud pontino. Così abbiamo deciso di riunire tutti gli indiani nei nostri templi e deciso insieme di fare lo sciopero del 18 aprile. Per noi è stata una giornata storica come quella del primo sciopero organizzato sempre a Latina nel 2011. Anche in quel caso chiedevamo diritti e la fine dello sfruttamento”.

Cosa ha significato scioperare e manifestare davanti alla Prefettura di Latina?

“È stata una grande manifestazione ma ora devono seguire atti concreti. Significa più controlli nelle campagne, maggiore sicurezza nei posti di lavoro, il riconoscimento dei nostri diritti e di tutte le giornate di lavoro in busta paga. Alcuni lavorano 28 giorni e il padrone ne segna solo 3 o 4. Vedere a Latina circa 2000 indiani e anche molti italiani insieme è stato emozionante. La manifestazione organizzata dalla Flai Cgil è stata pacifica e molto bella. Abbiamo dimostrato che sappiamo chiedere giustizia e che lo facciamo in modo pacifico”.

Cosa è accaduto subito dopo lo sciopero del 18 aprile?

“Ci aspettavamo azioni concrete da parte delle istituzioni italiane, nel senso di maggiori controlli, la convocazione dei datori di lavoro e la richiesta di rispettare i diritti dei braccianti. Noi abbiamo continuato a chiedere dinanzi le aziende maggiore salario e condizioni di lavoro più umane. Siamo stati qualche giorno fa in una delle maggiori aziende agricole della provincia di Latina che esporta in tutta Europa che pagava circa 3,50 euro l’ora a più di 50 braccianti. Siamo stati aggrediti verbalmente e provocati in più occasioni, ma abbiamo ottenuto un piccolo aumento. Noi non ci fermeremo. Anche nei prossimi giorni andremo davanti alle aziende per chiedere più rispetto”.

Quali sono i casi di sfruttamento che come leader della rivolta hai raccolto dai braccianti indiani?

“Ci sono lavoratori che non vengono pagati da un anno nonostante abbiamo lavorato tutti i giorni. Alcuni devono avere anche 30 mila euro e invece percepiscono solo pochi spiccioli. Ora dopo lo sciopero abbiamo deciso di fare alcune denunce e vertenze di lavoro grazie all’aiuto della Flai-Cgil di Latina e di In Migrazione che hanno messo a disposizione i loro avvocati e esperienza. Non si può andare avanti così. In un’azienda agricola vicino Latina i lavoratori erano reclutati da un caporale indiano che gli corrispondeva 2,90 euro per 120 mazzetti da 15 di ravanelli (lavoro a cottimo). Significa essere piegati per terra e in ginocchio per 10-12 ore tutti i giorni per ricevere 600 euro al mese. Il caporale riceve invece somme molto maggiori, in più ha sostituito i bracciati più anziani con altri più giovani e ingenui, così da non incontrare difficoltà nel suo business. Ovviamente il padrone sa tutto. Per non parlare delle conciliazioni che alcuni professionisti fanno firmare ai lavoratori indiani che non parlano una parola di italiano facendogli rinunciare a diverse decine di migliaia di euro in cambio di 500-600 euro appena”.

È vero che il fenomeno riguarda anche le donne?

“Per alcuni versi è anche peggio. Ci sono donne che lavorano come gli uomini e poi vengono pagate meno, mentre altre sono ricattate sessualmente dal padrone che vuole passare qualche ora con loro in cambio di un nuovo contratto e di qualche giornata in più. Questi padroni devono smetterla e devono finire in galera”.

Che cosa chiedete allo Stato italiano per uscire dallo sfruttamento?

“Il rispetto della legge. I braccianti devono essere pagati adeguatamente e trattati con umanità. Poi è importante organizzare servizi sociali adeguati. Senza corsi di italiano, consulenza legale, qualcuno che spieghi a questi ragazzi cosa è un contratto di lavoro, come si legge una busta paga, senza mediatori culturali capaci, si rischia solo di spostare il problema di qualche anno e di non cambiare nulla. Nonostante i risultati, io non sono molto fiducioso. Noi vogliamo giustizia, legalità e anche conoscere il sistema italiano per evitare di cadere ancora nello sfruttamento lavorativo e in tutte le relative truffe ma lo vogliano entro breve. Non possiamo aspettare anni per avere qualche piccola concessione. Stiamo anche girando un film sulla nostra comunità che si chiama The Harvest perché vogliamo portare la nostra battaglia anche fuori Italia e raccontarla ai nostri figli”.

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