La dimensione globale delle migrazioni

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Le migrazioni sono oramai riconosciute come una delle maggiori protagoniste del processo di formazione dell’attuale sistema globale e forse il segno più evidente di una nuova connettività, ancora in fase di completa maturazione, caratterizzata da un’obiettiva intensificazione delle interconnessioni sociali e interdipendenze (Tomlinson, 1999), agevolate da un’evoluzione tecnologia senza precedenti nella storia dell’uomo1. Castels (Castels, in Abbatecola, Ambrosini, 2009) considera le migrazioni il risultato più evidente dell’integrazione delle comunità locali e delle economie nazionali nell’ambito, articolato e complesso, delle relazioni globali, responsabili di trasformazioni sociali di portata locale, nazionale e internazionale, di mutamenti e evoluzioni di diversa natura (anche economici) sia nei paesi d’origine che in quelli di destinazione. Secondo le ultime stime dell’ONU i migranti nel mondo sono circa 250 milioni (3,2% della popolazione mondiale), in aumento del 50,6% rispetto al 19902. Europa e Asia insieme ospitano quasi due migranti su tre. Ancora secondo l’ONU, in Italia, nel 2015 sarebbero presenti circa 6 milioni di persone, collocando il Paese al quinto posto in Europa per presenze di migranti. Secondo l’UNHCR, sono state circa 30mila le persone sbarcate sulle coste italiane dall’inizio del 2013. Tra di loro ci sono più 7mila siriani e migliaia di eritrei e somali. Ancora secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati, una persona ogni 33 nel mondo è un migrante, quando solo nel 2000 il rapporto era di una persona ogni 35. Se la tendenza dovesse continuare allo stesso ritmo sinora registrato, il numero dei migranti nel mondo potrebbe raggiungere quota 405 milioni entro il 2050, mentre la forza lavoro nei paesi in via di sviluppo dovrebbe crescere dai 2,4 miliardi del 2005 ai 3,6 miliardi nel 2040. In Italia, dal 1990 l’immigrazione è cresciuta di 10 volte e secondo i dati Istat forniti per l’anno 2010, nel nostro paese risiederebbero circa 4 milioni e 235 mila migranti regolari (un migrante ogni 12 residenti), ossia circa il 7% della popolazione, con picchi che arrivano a toccare anche il 10% per regioni come l’Emilia Romagna, la Lombardia e l’Umbria. È evidente che la tesi per cui l’Italia avrebbe livelli d’immigrazione tra i più bassi delle media europea non è più sostenibile, così come quella per cui l’immigrazione nel nostro paese sarebbe un fenomeno solo recente. L’Italia è invece investita da circa tre decenni da una vivace mobilità geografica, come sostengono Decimo e Sciortino (2006), che contribuisce alla trasformazione della sua vita e organizzazione sociale. Il nostro paese pare essere diventato a tutti gli effetti un nuovo polo attrattore per i flussi migratori.

Per quanto riguarda, invece, i luoghi di partenza, la geografia migratoria globale può essere considerata sostanzialmente di natura reticolare, agganciata in prevalenza ad alcune aree o paesi che ancora giocano un ruolo predominante. Basti pensare che solo sei paesi contribuiscono attualmente a metà della crescita del flusso migratorio globale: l’India è di gran lunga il primo, con il 21% (in una settimana la sua popolazione cresce quanto quella dell’Europa dei 15 in un anno), seguita da Cina, Pakistan, Nigeria (che insieme contribuiscono quanto la sola India), Bangladesh e Indonesia. Le mete del flusso migratorio globale sono invece ancora condizionate da alcuni paesi che svolgono la funzione di poli attrattori prevalenti, come gli Usa e l’Europa. Circa il 60% della migrazione globale è orientata verso i paesi più sviluppati. Tre quarti di tutti i migranti vive in 28 paesi ed un quinto di questi risiede negli Stati Uniti. Negli anni a venire, i paesi maggiormente sviluppati continueranno a ricevere nuovi arrivi, con una media di due milioni netti di migranti annui. Ciò significa che “non esiste più un paese al mondo che non sia investito da questo sommovimento planetario, in qualità di luogo di origine, meta o zona di transito di correnti migratorie. Anzi, molto spesso, il medesimo territorio riveste contemporaneamente tutti questi ruoli, nella nuova geografia migratoria” (Pastore, 2004; Zanfrini, 2004), dando ragione a quanti riconoscono la naturale propensione dell’umanità alla migrazione (Unpd, 2002). Sarebbe il caso di approfondire questi temi in modo qualificato e metodologicamente fondato, evitando le retoriche allarmistiche e concentrate solo sui modelli d’accoglienza. Le migrazioni invece sono portatrici di fatti sociali nuovi che richiedono una riflessione nel merito per superare tesi razziste e soprattutto comprendere l’evoluzione della società determinata proprio dalle migrazioni e loro capacità riformulative e generative. 

1 Di questo avviso sono anche alcuni tra i più noti sociologi e filosofi del Novecento, come Wallerstein (1974, 1980), Giddens (1990) o Robertson (1992).

2 È come se fossero emigranti in un solo anno gli abitanti di Russia e Turchia. Solo 23 anni fa, i migranti erano circa 78 milioni in meno.

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