La reputazione dei rom e altre storie da raccontare

rom

Tempi Moderni, sostenendo e promuovendo la collettanea Migranti e territori (Ediesse editore), pubblicherà, con cadenze settimanali, le introduzioni di tutti i saggi in essa contenuti. Lo consideriamo un modo utile per promuovere interesse e desiderio di approfondimento in tutti i nostri lettori. Le introduzioni infatti consentono ai lettori di comprendere il valore del relativo saggio insieme al suo contenuto. Siamo infatti convinti che la promozione della cultura passi mediante l’approfondimento e la capacità di comunicare in modo diretto tesi e riflessioni invece complesse. 

La prima introduzione che presentiamo riguarda il saggio di Tiziana Tarsia1 dal titolo “La reputazione dei rom e altre storie da raccontare”:

Sebbene in quindici anni abbia frequentato una frazione piuttosto circoscritta del mondo rom, credo che la mia storia personale di ricercatrice debba loro molto. Per fare il punto su questo mio percorso di apprendimento suddividerei questo contributo in due parti: nella prima descriverò l’utilizzo di strumenti che ho sperimentato in aula per introdurre alcune categorie dell’analisi sociologica a partire dal nostro sguardo sui rom. Nella seconda parte tornerò ad alcune esperienze di ricerca.

Per parlare dei rom trovo sempre necessario ragionare sulla relazione che ognuno di noi ha con loro. Il punto di partenza è riflessivo: occorre partire dalla conoscenza di noi stessi e dalla capacità di rielaborare la nostra esperienza. A volte si hanno idee molto chiare sui rom senza averne conosciuto direttamente neanche uno. Ognuno di noi ha un’opinione sui rom, ne ha sentito parlare, li ha collocati da qualche parte nel proprio immaginario. Ma anche questa conoscenza “per sentito dire”, se la analizziamo criticamente, può essere significativa e può offrirci qualcosa in termini di comprensione delle relazioni sociali2.

Che gli zingari rubino i bambini l’ho sentito dire per la prima volta alla mamma di un bambino di quattro anni che frequentava il centro di aggregazione in cui lavoravo. Qualche giorno fa ho colto lo stesso assunto nel dialogo fra una signora “insospettabile” che abita vicino casa mia e la figlia dodicenne. Insospettabile per motivi di status sociale apparente, ma anche perché nel mio quartiere gli zingari abitano le case popolari vicine e mi ha sorpreso che la signora li evocasse per indurre la ragazza ad accelerare il passo verso casa. Come se l’immagine dello zingaro rapitore3 avesse una forza evocativa tale da sopravanzare l’esperienza quotidiana degli zingari veri, quelli sotto casa, con i quali sarebbe relativamente facile scambiare qualche parola senza timore di essere aggrediti. Chiamiamo in causa Erving Goffman per ricordare quanto gli automatismi che caratterizzano i nostri processi di etichettamento rispondano a un originario bisogno di controllo e di sicurezza.

Quando ci troviamo davanti ad un estraneo, è probabile che il suo aspetto immediato ci consenta di stabilire in anticipo a quale categoria appartiene e quali sono i suoi attributi, qual è, in altri termini, la sua identità sociale. … Ci fidiamo delle presupposizioni che abbiamo fatto, le trasformiamo in attese normative e quindi in pretese inequivocabili. È tipico non rendersi conto del fatto che siamo stati proprio noi a stabilire quei requisiti, quelle richieste, ed è altrettanto tipico che non siamo coscienti della loro natura finché non siamo costretti a decidere se corrispondono o no a realtà. Solo allora è probabile che ci accorgiamo del fatto che, durante tutto il processo, ci siamo affidati a certi presupposti su come dovrebbe essere la persona che stiamo prendendo in considerazione4.

Anche per conoscere meglio i rom sarebbe utile, seguendo Goffman, distinguere tra un’identità sociale virtuale, semplicemente ipotizzata, lasciata in sospeso, non verificata e un’identità sociale attualizzata, frutto di una maggiore comprensione della realtà dell’altro.

In uno dei suoi metaloghi Gregory Bateson riporta due interrogativi: «Perché quando disegniamo le cose diamo loro dei contorni?» «Oppure vuoi dire che le cose hanno dei contorni, che noi li disegniamo oppure no?»5. Può darsi che riflettere sull’impellenza definitoria e sul nostro bisogno di istituire dei confini e dei contorni possa aiutarci a mettere meglio a fuoco la relazione che abbiamo con i rom. Tentar non nuoce. In ogni caso, sono convinta che analizzare il proprio rapporto con i rom sia molto utile dal punto di vista didattico per illustrare questo concetto e altri termini chiave funzionali all’analisi sociologica.

In genere lo sforzo di mettere a fuoco il proprio atteggiamento personale pone l’esigenza di una “giusta distanza” – giusta per entrambe le parti in causa – che possa aiutarci a conoscerci meglio, ascoltarci ed entrare in relazione più profondamente6. Questo, almeno, è quanto ho sperimentato nel tempo, negoziando di volta in volta spazi che si sono allargati o ristretti a seconda delle persone e delle circostanze. Ora quando penso ai rom non penso a un generico “popolo” oppresso7 ma penso a Marco, Patrizia, Luigia, Armando. Penso a tutti coloro che ho avuto modo di conoscere e di ascoltare personalmente, coloro che mi hanno accolto in casa propria e che mi hanno presentato i propri familiari, coloro che mi hanno offerto il caffè e mi hanno raccontato le proprie storie.

Nella mia ricerca della giusta distanza – mai fissata una volta per tutte – tante volte mi è capitato, nonostante l’esperienza, di cedere alla tentazione di rivolgermi a un interlocutore rom classificandolo automaticamente: la forza del pregiudizio, anche del pregiudizio benevolo, è talmente forte da annebbiare la vista, da rendere la realtà opaca, da limitarci nella conoscenza e comprensione.

È per questo motivo che nel mio contributo parlerò solo dei rom che conosco un po’ di più, raccontando aneddoti e brani di storie di vita di coloro con i quali, nel tempo, ho avuto modo di parlare, di coloro che hanno avuto la pazienza di fermarsi con me e di raccontarsi”.

1 Sociologa e formatrice, insegna a contratto Principi e fondamenti e Metodi e tecniche del servizio sociale (Sps07) a Reggio Calabria e Messina. Tra le sue pubblicazioni: El tiempo de la organización y del asistente social en la relación de ayuda, in M. Jansen, V. Raffa (a cura di), Tiempo y Comunidad. Resistencias Socio-Culturales en Mesoamérica y Occidente, in corso di stampa; Aver cura del conflitto. Migrazioni e professionalità sociali oltre i confini del welfare, Franco Angeli, Milano 2010.

2 Per un approfondimento su ciò che riguarda la storia dei rom, le differenze tra i diversi gruppi e le politiche di inclusione rinvio a Leonardo Piasere, I rom d’Europa. Una storia moderna, Laterza, Roma- Bari, 2004; Id., Popoli delle Discariche, Saggi di antropologia zingara, Cisu, Roma, 1991; Jean-Pierre Liégeois, Minoranza e scuola: il percorso zingaro, Anicia, Roma, 1999; Tommaso Vitale, Les Roms ne sont pas encore prêts à se représenter eux-mêmes!» Asymétries et tensions entre groupes Roms et associations « gadjé » à Milan, in Mathieu Berger, Daniel Cefaï, Carole Gayet-Viaud (a cura di), Du civil au politique. Ethnographies du vivre-ensemble, P.I.E, Bruxelles, 2011; Roberto Cherchi, Gianni Loy (a cura di), Rom e sinti in Italia. Tra stereotipi e diritti negati, Ediesse, Roma, 2009; Dimitris Argiropoulos, Spigolare parole, rubare sguardi: Conversazioni con i rom. Incontri da intuire, pensare, narrare e riscrivere, Polistampa Pagliai, Firenze, 2013; Anna Rita Calabrò, Il vento non soffia più, Marsilio, Padova, 1992.

3 Cfr. Sabrina Tosi Cambini, La zingara rapitrice: racconti, denunce, sentenze (1986-2007), Cisu, Roma, 2008.

4 Erving Goffman, Stigma. L’identità negata, Giuffrè, Milano, 1983, pp. 2-3.

5 Gregory Bateson, Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano, 2005, p. 58.

6 Cfr. Adele Nunziante Cesàro (a cura di), L’apprendista osservatore, Franco Angeli, Milano, 2003, p. 42: «Una giusta distanza è quella sul limite tra interno ed esterno, né troppo dentro né troppo fuori al contesto, né fuso all’oggetto di osservazione né definitivamente staccato da se stesso. Si tratta di una posizione che consente all’osservatore una vicinanza all’oggetto sufficiente per sentirlo, ma non troppo elevata da farsi invischiare o, reattivamente, da prevaricarlo».

7 Vale anche a depotenziare, talvolta, le politiche sull’inclusione dei rom quanto analizza Daniele Giglioli, Critica della vittima. Un esperimento con l’etica, Nottetempo, Roma, 2014.

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