The Harvest

Un esercito di uomini e donne piegati nei campi agricoli pontini a lavorare, senza pause, sotto padrone, ai ritmi imposti e per retribuzioni misere.

Raccolta manuale di ortaggi, semina e piantumazione per 12 ore al giorno filate sotto il sole o sotto le serre. Quattro euro l’ora nel migliore dei casi, con pagamenti che ritardano mesi, a volte mai erogati,violenze e percosse, incidenti sul lavoro mai denunciati e “allontanamenti” facili per chi tenta di reagire.

La violazione sistematica dei diritti e del contratto provinciale del lavoro sottoscritto anche dalle categorie datoriali e che prevede circa 9 euro l’oraper 6 ore e trenta di lavoro, la violenza di un modello di intermediazione che comprende sistemi di tratta internazionale e obbliga alla subordinazione, la quale in alcuni casi comprende il ricatto sessuale nei confronti delle lavoratrici o violenze fisiche gravi. 

Sono i braccianti punjabi del pontino, famiglie ormai, che da anni vivono una condizione di segregazione sociale che viola lo stato di diritto e ne fa spesso esercito di braccia per un modello d’impresa spietato e troppo spesso negato.

La Bossi-Fini vige ancora, le istituzioni sono lontane, sindacati come la Flai Cgil e cooperative come In Migrazione raccolgono testimonianze, storie di vita, forniscono servizi ma non hanno la possibilità, perché non adeguatamente sostenute dalle istituzioni, di cambiare radicalmente questo sistema. In Migrazione ha provato ad agire nel merito dei processi sociali e delle forme di reclutamento e intermediazione che si sono determinate attraverso il progetto Bella Farnia finanziato dalla Regione Lazio. Progetto però terminato e non rifinanziato nonostante fosse diventato una best practice secondo una pubblicazione del CNR e punto di incontro e riferimento per decine di indiani, bambini compresi, e giornalisti nazionali e internazionali. Un progetto rimasto a metà, come il percorso di formazione ed emancipazione per decine di braccianti indiani e le loro famiglie. 

Insieme all’analisi e alla denuncia è però anche importante raccontare nel merito queste storie di ordinario sfruttamento stando dalla parte di chi ogni giorno riceve un sms sul cellulare da un caporale, spesso indiano, che gli indica in quale campo lavorerà la mattina seguente e sotto quale padrone. Per questa ragione sono iniziate le riprese di un film-documentario coraggioso. 

Quest’opera si chiama The Harvest vuole riprendere e raccontare la vita delle comunità punjabi pontina e il suo rapporto con il mondo del lavoro. Gli episodi di sfruttamento (caporalato, cottimo, basso salario, violenza fisica e verbale) sono stati rilevati in numerosi casi, registrati e pronti per il montaggio finale. Con questi fenomeni è inoltre cresciuto in maniera esponenziale l’uso di sostanze dopanti per sostenere i faticosi ritmi del lavoro nei campi. Sostanze che, nello specifico, si compongono di meta-anfetamine, oppiacei e antispastici.

Il primo trailer riprende la prima assemblea in cui In Migrazione con la Cgil e la Flai Cgil insieme alla comunità punjabi pontina ha socializzato e riflettuto sulla necessità di organizzare lo sciopero dei braccianti agricoli del Punjab. Un evento rivoluzionario che ha riscritto la narrazione di una provincia in cui nulla sembrava potesse cambiare. Invece è accaduto, nella sorpresa generale, dei padroni in primis, che non hanno mancato di manifestare il loro dissenso, a volte con attacchi violenti e intimidatori, in altri casi organizzando una spietata macchina del fango che ha cercato di arrestare il percorso di analisi e denuncia di quanti stanno cercando solo di ripristinare un livello di civiltà e giustizia degni di un paese democratico.

Uno sciopero organizzato il 18 aprile scorso che ha visto la presenza di circa 2000 lavoratori e lavoratrici agricoli manifestare pacificamente e allegra. Una manifestazione tenuta sotto la Prefettura di Latina, pacifica, colorata, dove le parole d’ordine erano giustizia, legalità, solidarietà, rispetto. Parole d’ordine di ogni società civile, il minimo indispensabile per garantire i diritti fondamentali che rendono democratico un paese. 

The Harvest resta un progetto rigorosamente indipendente e per questo coerentemente coraggioso; si finanzia infatti grazie al diretto coinvolgimento di tutti coloro che vogliono che sia realizzato. 

Attraverso il documentario si sostiene la causa dei braccianti indiani pontini ma anche una realtà produttiva indipendente che si pone la questione della partecipazione e del coinvolgimento attivo del pubblico anche nella fase antecedente alla presentazione del lavoro ultimato nelle sale e ai festival. 

Prodotto da SMK Videofactory, sarà un’opera capace finalmente di portare all’attenzione di un pubblico vasto quanto accade in provincia di Latina, a pochi passi da Roma, in quello che uno dei primi pentiti di camorra, Carmine Schiavone, definì “provincia di Casale”. Non resta che partecipare, per denunciare e cambiare questo mondo. 

Non resta che sostenerlo per vincere una battaglia che non riguarda solo i braccianti indiani del pontino ma l’intima essenza della democrazia italiana. 

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