Crisi ambientale e migrazioni forzate

Bangladesh, Satkhira district. A woman carrying her son in the flooded village of Debnagar; in the background her flooded house.
Bangladesh, Satkhira district. A woman carrying her son in the flooded village of Debnagar; in the background her flooded house.
Bangladesh, Satkhira district. A woman carrying her son in the flooded village of Debnagar; in the background her flooded house.

La retorica delle “ondate” utilizzata ciclicamente nella narrazione mediatica dei flussi migratori diretti verso l’Europa e connessi a guerre, persecuzioni politiche e povertà estrema nei Paesi d’origine, cela una realtà diversa e più complessa. I dati UNHCR 2014-2015 stimano un numero di rifugiati nel mondo compreso tra i 14 e i 15 milioni ma ospitati in grandissima parte da Paesi extraeuropei.

 

Ci sono migrazioni forzate che non fanno rumore, perché difficili da quantificare, non tutelate dal diritto internazionale, complesse da comprendere e da spiegare. Secondo i dati del Global Report on Internal Displacement (2016), nel mondo, ci sono 40,8 milioni di sfollati interni, il doppio dei rifugiati. Di questi, 19,2 milioni sono rifugiati ambientali. Più del numero dei rifugiati in un anno. A disastri e calamità naturali bisogna aggiungere le migrazioni forzate per cause ambientali più direttamente connesse a fattori di origine antropica. Queste rimangono spesso off the grid ed estranee a statistiche generali perché difficili da quantificare e perché si tratta di migrazioni forzate dovute a più cause interagenti e a lenta insorgenza. Siccità e progetti di sviluppo, ad esempio, soprattutto dighe, progetti di sviluppo urbano e mega-eventi, sono all’origine di decine di milioni di sfollati seppur diluiti nel tempo e interagendo con altre concause naturali o antropiche.

 

Questo report nasce con l’intento di offrire non solo una raccolta di dati ma anche una riflessione politica sul tema delle migrazioni ambientali. Per questo motivo il lavoro è stato suddiviso in quattro parti. La prima di analisi del contesto generale: la crisi ambientale e climatica e i suoi legami con i fenomeni migratori. Nella seconda parte abbiamo raccolto una rassegna di casi studio esemplificativi delle cause di migrazione ambientale: grandi progetti di sviluppo, dighe, inquinamento, urbanizzazione, sottrazione di terre e risorse idriche, siccità, cambiamenti climatici, innalzamento del livello dei mari. Nella terza parte abbiamo affrontato il tema dal punto di vista della riflessione giuridica sulle forme di tutela di questa ormai consolidata categoria di migranti forzati. Nell’ultima sezione, invece, abbiamo lasciato spazio alle storie e alle testimonianze dirette di migrazione ambientale raccolte da chi lavora sul campo.

 

La nostra è l’era geologica in cui i modelli di produzione e consumo sono in grado di determinare equilibri e squilibri ambientali, agendo sulle forze della natura come regolatori di flusso, potenziando o depotenziandone gli effetti. Le attività umane influenzano l’atmosfera e ne alterano gli equilibri. Nell’era dell’Antropocene, al modello di produzione e consumo globale si lega non solo la sorte del Pianeta e dell’umanità intera nel lungo periodo ma, in tempi più vicini, quella delle comunità sulle quali si abbattono gli effetti degli stravolgimenti ambientali. Bisogna definitivamente ammettere che i disastri naturali hanno perso la propria connotazione fatalistica, accidentale, catastrofica, interrogando invece su quanto il loro intensificarsi, la maggiore frequenza e i conseguenti flussi migratori siano conseguenza dell’attività antropica.

 

Abbiamo trovato il senso di questa pubblicazione racchiuso in un passaggio di una lettera del 1854 scritta al Presidente degli Stati Uniti, Franklin Pierce, da Capo Seattle, condottiero nativo americano, all’annuncio dell’intenzione del governo americano di voler comprare il territorio della sua tribù:

Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri: la terra è la madre di tutti noi. Tutto ciò che di buono arriva dalla terra arriva anche ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su se stessi. Questo sappiamo. Non è la terra ad appartenere all’uomo, è l’uomo ad appartenere alla terra. Questo sappiamo. Tutte le cose sono connesse come il sangue che unisce una famiglia. Tutto è connesso. Tutto ciò che si fa per la terra lo si fa per i suoi figli. Non è l’uomo che ha tessuto le trame della vita: egli ne è soltanto un filo. Tutto ciò che egli fa alla trama lo fa a se stesso. C’è una cosa che noi sappiamo e che forse l’uomo bianco scoprirà presto: il nostro Dio è lo stesso vostro Dio. Voi forse pensate che adesso lo possedete come volete possedere le nostre terre ma non lo potete. Egli è il Dio dell’uomo e la sua pietà è uguale per tutti: tanto per l’uomo bianco quanto per l’uomo rosso. Questa terra per lui è preziosa. Dov’è finito il bosco? È scomparso. Dov’è finita l’aquila? È scomparsa. È la fine della vita e l’inizio della sopravvivenza“.

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