Liberi e schiavi, ieri e oggi

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Dalla newsletter della Flai CGIL, luglio  2016

La V° edizione della summer school internazionale organizzata dalla Flai Cgil in Senegal e precisamente nella piccola ma significativa isola di Goree (Dakar) ha rappresentato, per partecipazione emotiva, significato e impegno formativo, un’esperienza di grande impatto e coinvolgimento.

Circa trenta persone, donne e uomini della Flai, insieme ai compagni e alle compagne della CNTS, il sindacato senegalese affiliato alla Flai per socializzare esperienza di lotta e di impegno, si sono dati appuntamento per approfondire temi complessi come quelli attinenti al caporalato, alla tratta internazionale e alle agromafie, sino alla situazione geopolitica medio orientale e poi approfondimenti sulle vecchie e nuove forme di schiavitù, sulla situazione politica europea e la declinazione nazionalista e conservatrice che alcuni Paesi sembrano prendere. La partecipazione della nuova responsabile immigrazione della Flai, Sara Palazzoli e di vari docenti universitari, ha dato a questa esperienza, organizzata insieme a Valeria Cappucci e Jean Rene Bilongo, un connotato di professionalità e competenza assoluta. L’esperienza è stata utile anche per visitare la maison d’education des jeunes filles “MARIAMA BA”, polo di eccellenza per l’istruzione delle giovani ragazze del Senegal e il centro “I Bambini di Ornella” e apprezzare il lavoro preziosissimo di Severino Proserpio, avente lo scopo di dare una casa ai Talibé (bambini senza famiglia,

dal wolof “colui che apprende”) che popolano anche le strade di Kelle.

A Goree venivano reclusi donne, bambini e uomini rapiti in Africa per partire per le Americhe dove avrebbero lavorato come schiavi alle dipendenze del padrone bianco. Una schiavitù truce di cui è stato possibile fare esperienza visitando la casa degli schiavi proprio a Goree, luogo della reclusione e della sofferenza, espressione di una schiavitù che veniva considerata normale, legittima, naturale. Su quel traffico di esseri umani, come la Flai sa bene e bene è stato spiegato durante il corso, l’Occidente ha eretto il suo potere economico e parte della sua civiltà e ricchezza. Sulle spalle delle donne e degli uomini africani ridotti in catene è cresciuta e diventata adulta la società americana. Per questa ragione discutere di nuove forme di schiavitù, di caporalato e agromafie, di lotte per i diritti, come quella dei braccianti indiani del pontino che il 18 aprile hanno insegnato e ricordato a molti che spezzare le proprie catene è ancora possibile nonostante l’ignavia delle istituzioni e l’arroganza dei padroni, ha assunto un significato particolare. Ha insegnato a molti che la storia insegna ancora e che i suoi moniti devono restare insegnamenti per fare in modo di non ripetere le tragedie del passato o per non tramutarle in farsa.

Goree, come Auschwitz, come i campi di cotone degli Stati Uniti, come le carceri libiche di oggi o le dittature ancora vigenti come quella eritrea, del Sud Sudan, cinese e anche quella egiziana e turca, sono legate da un filo nero che si intreccia con il potere, con il modello capitalistico vigente e con la sua ideologia neoliberista. Luoghi simbolo di un potere violento e di un modello di produzione fondato sulla negazione dell’umanità altrui (Fanon ce lo ha spiegato benissimo) sino a trasformare l’Altro in un ingranaggio, in un arnese, un utensile da usare e sfruttare, a volte fino alla morte, per il benessere e la ricchezza dei padroni di turno. Non solo il dominio dei bianchi sui neri, degli occidentali sugli africani e asiatici, dei ricchi sui poveri, ma anche di un certo modello di produzione sull’umanità.

Su tutto questo il principio universale dell’uguaglianza in realtà sembra passato in secondo piano sia nella riflessione occidentale sia in quella nazionale, surclassato, pare, dal nuovissimo quale orizzonte già sperimentato che conserva un paese con livelli di ingiustizia sociale e povertà intollerabili. Già nell’antichità questo concetto era stato articolato, sebbene entro confini rigidissimi legati all’antitesi libero-schiavo che accomunava tutti i popoli indoeuropei. Il primo era inteso come colui che appartiene al gruppo etnico/culturale di coloro che sono nati e cresciuti insieme, mentre lo schiavo è l’estraneo, il nemico sconfitto e privato della propria soggettività, divenuto di proprietà esclusiva del vincitore.

Le similitudini con alcune realtà sociali contemporanee sono forse possibili. Ieri come oggi i migranti, ad esempio, che sempre più spesso coincidono coi più poveri, fragili, esposti al disagio, vengono impiegati come nuovi schiavi in attività bracciantili, fatti oggetto di vessazioni e sfruttamento, considerati come strumenti per il conseguimento del profitto e non uomini o (nuovi) cittadini. Ciò valeva nel 1500 nelle piantagioni delle americhe o in Europa, come oggi nei campi agricoli cinesi o eritrei come in quelli italiani, greci, rumeni, francesi e americani. Sono gli invisibili di un capitalismo sempre più globale che li trasforma da soggetti in ingranaggi, da persone in macchine da lavoro. Per questa ragione la summer school della Flai è stata importante. Ha permesso di riflettere su questi temi, di socializzare aspetti centrale della politica del lavoro italiana e globale, di denunciare, dati alla mano, la deriva autoritaria e globale che si sta rischiando di seguire.

È utile ricordare che dal XVI secolo al XIX, l’apporto di popolazione schiavizzata proveniente dal cuore dell’Africa risultò necessario per il lavoro nelle grandi piantagioni, specialmente nel Sudamerica, soprattutto per la produzione della canna da zucchero, per poi passare al cotone nell’Ottocento. Si calcola che, tra il 1500 e il 1850, gli europei portarono nelle Americhe circa dieci milioni di africani (circa 2 milioni di persone morirono durante il viaggio). Un terzo erano donne e il 28% bambini. Era un commercio che attraeva tutti, gli spagnoli (che iniziarono nel 1479), gli inglesi, gli olandesi, i francesi, ma anche gli insospettabili svedesi e danesi. Il lavoro degli schiavi permise la coltivazione di piantagioni in un’epoca che vide l’intensificarsi del commercio internazionale sui mari e una rapida rivoluzione dei consumi in Europa. Era una sorta di proto-globalizzazione che introdusse lo schiavismo su larga scala per soddisfare i bisogni di una e lite che aveva, insieme ai ceti medi, nuovi stili di vita e di consumo. Quante similitudini col

presente. Secondo uno dei più attenti studiosi di questo fenomeno, l’inglese Young, nel 1772 su una popolazione mondiale di 775 milioni di persone, solo 33 erano considerate libere di cui 12 milioni appartenevano all’Impero britannico.

È bene ricordare che protagonisti di questo crimine erano, ieri come oggi, non solo i diretti interessati (gli schiavisti e i trafficanti di esseri umani) ma anche soggetti più oscuri ma altrettanto fondamentali come affaristi e banchieri americani ed europei, costruttori e armatori fino ai sovrani africani e coltivatori che vendevano i loro prodotti ai trafficanti. Ancora nel XX secolo la schiavitù, per quanto possa sembrare incredibile, era una pratica diffusa in alcune parti del mondo: la Cina l’abolì nel 1910, in Corea rimase in uso fino al 1930. 

Ed oggi? Qui la riflessione a Goree si è fatta interessante e per certi aspetti sconvolgente. Se tutti gli schiavi di oggi si riunissero in un solo paese, costituirebbero il 27° Stato più popoloso del mondo. Ad oggi sono infatti 48,5 milioni le persone che vivono in schiavitù o che sono vittime del traffico di esseri umani. In questo quadro si inserisce anche l’Italia che con i suoi 129.600 schiavi è al terzo posto in Europa dietro solo a Polonia e Turchia. Questa vergogna non è certo colpa dei sindacati o dei cattivi giornalisti che continuano a denunciare le condizioni di lavoro e sociali alle quali sono costretti migliaia di lavoratori e lavoratrici, italiani e stranieri, impiegati nelle campagne, in edilizia, nel commercio, nei servizi. Sono in corso processi che non solo generano schiavitù

ma la rendono accettabile, in alcuni casi invisibile, in altri strutturale al sistema di produzione vigente e alle sue regole. I dati citati sono dell’Indice Globale della schiavitù redatto dall’organizzazione non governativa Walk Free Foundation (WFF) che per il quarto anno consecutivo ha analizzato l’incidenza di schiavitù e tratta in 167 paesi del mondo. Dati che ci obbligano a riflettere sull’estensione e non solo sulla crudeltà del fenomeno. Un approccio solo etico infatti, sebbene importante, non è sufficiente per

comprendere il perpetuarsi del fenomeno, la sua, come alcuni dichiarano, “convenienza” economica, la sua riproducibilità nel sistema capitalistico globale e le sue specificità. Sui 167 Paesi considerati, al primo posto per percentuale di schiavi rispetto alla

popolazione c’è la Corea del Nord col 4,37% della sua popolazione ridotta in schiavitù che invece è ultima per l’efficacia e l’impegno del governo nell’arginare la piaga. L’Europa rimane fonte e destinazione di lavoro forzato e  un’elevata prevalenza di lavoro forzato nell’edilizia, in agricoltura e in fabbrica. In Corea del Nord è sempre più evidente la rete di lavori forzati che fanno parte del sistema produttivo del Paese. Allo stesso tempo, migliaia di donne nordcoreane vengono vendute come mogli o per sfruttamento sessuale in Cina e altri Paesi vicini. In Uzbekistan il governo obbliga ogni anno i suoi cittadini ai lavori forzati per

raccogliere il cotone. In Qatar, con circa 2,3 milioni di abitanti, vi sono almeno 30 mila schiavi (l’1,36% della popolazione),

impiegate soprattutto nel settore delle costruzioni con l’edificazione delle infrastrutture legate ai campionati mondiali di calcio del 2022.

I migranti e rifugiati sono particolarmente vulnerabili allo sfruttamento. I migranti rischiano senza dubbio di perdersi nel sistema economico vigente e di restare stritolati dai suoi ingranaggi. Ciò è dovuto spesso a leggi inadeguate, a politiche neoliberiste e a logiche di assuefazione allo sfruttamento che finiscono per costituire l’alibi alla sua elaborazione, strutturazione ed evoluzione. Sono persone che per sfuggire a guerre, fame, land and water grabbing, mutamenti climatici, povertà diventano vittime di trafficanti, mafie transnazionali, sfruttatori, padroni di varia natura, generano un esodo che tra il 2010 e il 2015 ha portato sulle coste dell’Europa meridionale, circa due milioni di africani, con un incremento del 10% rispetto ai cinque anni precedenti. La sola guerra civile del Sudan ha finora costretto alla fuga, dentro o fuori i confini, oltre 1,4 milioni di persone mentre quella nello Yemen più di 1,2 milioni di sfollati, gran parte dei quali troppo poveri e privi di mezzi anche per tentare di passare il confine e cercare rifugio altrove. Secondo l’OIM, lo sfruttamento di esseri umani frutta sette miliardi di dollari l’anno. Circa 12.000 persone ogni anno vengono trafficate solo verso i paesi dell’Europa occidentale. In Italia si stima che le donne sfruttate nel mercato del sesso a pagamento siano state negli ultimi due anni circa 10.000; di queste circa 2000 sarebbero state sottoposte a tratta, cioè ridotte in schiavitù, comprate e vendute, mentre 700 circa sono stati i minori usati a scopo di prostituzione. L’ILO stima in 247 milioni i minori sfruttati nel mondo, di cui 179 milioni esposti alle forme peggiori di lavoro e 73 milioni aventi meno di dieci anni. Ogni anno 22 mila minori muoiono sul lavoro e sono 8 milioni e mezzo quelli ridotti in schiavitù, costretti ad attività illecite, come la prostituzione, la pornografia, la dipendenza dalle mafie e dalle organizzazioni criminali. Le stime dell’UNICEF e degli altri organismi internazionali parlano di circa 500 mila bambini in Brasile sfruttati per prostituzione, 250 mila in Thailandia, 50 mila in Bangladesh, 40 mila in Venezuela, 5 mila in Honduras, 10 mila in Sri Lanka, 5 mila in Messico. 

La prima riflessione che viene spontanea guardando queste cifre è che la schiavitù esiste ancora e non ci obbliga solo a commemorare, ma a riflettere sulla nostra assuefazione e ad agire. La seconda considerazione è che la schiavitù esiste anche nei ricchi e democratici paesi occidentali e diventa strutturale nel relativo sistema di produzione. Una terza conclusione possibile è che il lavoro schiavistico è una costante, tra le varie, del nostro tempo. L’aspettativa occidentale dell’emancipazione dell’uomo dal lavoro sfruttato e dalla schiavitù sembra essere stata tradita. Il persistere della schiavitù da sfruttare nei vecchi e nuovi mercati globali a partire dalle campagne, rischia di essere il delirio di un’umanità che non è più in grado di riconoscere se stessa e di quanti ritengono naturale e conveniente dominare altri esseri umani.

L’accecamento che consente questa pratica non è solo degli sfruttatori, ma anche di tutti coloro che si adattano a convivere con questa realtà come se fosse accettabile sino a considerarlo naturale o a non vederlo più. Per questo Goree è stata importante. Ha permesso non solo di imparare, riflettere insieme, socializzare temi complessi, osservare i luoghi dello sfruttamento e della schiavitù, ma ha consentito anche di guardarci un po’ meglio allo specchio e di vedere quanta strumentale violenza e sfruttamento caratterizzi ancora questo mondo.

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