Italia Ortofrutta: tornare al cottimo per sconfiggere lo sfruttamento lavorativo

Quando il padrone fa il padrone.

Vincere lo sfruttamento lavorativo e il caporalato? Niente di più facile. Basta introdurre “forme contrattualistiche più flessibili, una sorta di cottimo nel senso buono della parola”. A trovare l’uovo di Colombo è il presidente di Italia Ortofrutta, la società sorta per sostenere le Organizzazioni di Produttori dell’ortofrutta nazionale. Insomma, per superare lo sfruttamento e il caporalato basta legittimarlo attraverso quello che il presidente chiama il cottimo nel senso buono della parola: una formula retorica utile per far passare una proposta altrimenti irricevibile. Un po’ come quel tipo che vuole venderti il Colosseo. E se avessimo inteso male? È lo stesso presidente a chiarire la sua affermazione dichiarando che “quando oggi l’agricoltore chiama un operaio per la raccolta, il contratto fa riferimento alle ore di lavoro, ma alla fine si ragiona per quantità di raccolto: è così immorale, quindi, definire un prezzo per cassette riempite? Sicuramente questa strada porterebbe non solo a una maggiore trasparenza, ma anche a una migliore quadratura dei costi”. Non lo dichiara in un colloquio privato ma con una illuminante intervista pubblicata sul sito di Italiafruit News.

Ma non è finita qui. Italia Ortofrutta Unione Nazionale (http://www.freshplaza.it/article/83208/Lettera-aperta-di-Italia-Ortofrutta-al-Ministro-Martina-sulla-questione-del-lavoro-nellAgro-Pontino) ha risposto ufficialmente ai controlli effettuati in provincia di Latina volti a scoprire e reprimere lo sfruttamento lavorativo e il caporalato inviando una lettera aperta, datata 21 giugno 2016, al Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali e in particolare alla diretta attenzione del Ministro Maurizio Martina. Si legge precisamente nella nota, che a volte assume i toni della celebre lettera al Savonarola della coppia Benigni-Troisi nel celebre film, “Non ci resta che piangere”. “Non volendo entrare nel merito di questioni legate al rispetto dei contratti di lavoro che sono materia dei sindacati (chissà perché non è dato saperlo, ndr) più che della nostra Unione Nazionale impegnata nel ruolo di rappresentare e tutelare le Organizzazioni di Produttori che commercializzano e si confrontano con il mercato, le rappresentiamo che, per quanto di nostra conoscenza, i lavoratori indiani della zona sono regolari, quindi non clandestini e che sono diventati stanziali nell’Agro pontino, molti sono presenti da diverse generazioni e hanno messo su famiglia e alcuni di essi sono diventati addirittura piccoli imprenditori conducendo appezzamenti agricoli”. Insomma, ben integrati, felici, senza alcun problema all’orizzonte. Il problema, poveri noi a non averlo capito prima, “emerge invece in modo netto la difficoltà che hanno le aziende agricole a rispettare il livelli salariali previsti dai CCNL. Questo è a nostro avviso l’elemento da mettere a fuoco e analizzare in modo oggettivo e scevro da strumentazioni. Le aziende agricole non fanno reddito, i prezzi pagati all’agricoltore sono in caduta libera: con i 20/30 centesimi che riceve l’agricoltore, come si può pretendere il rispetto dei contratti collettivi?”. Certo, poiché le OP non riescono a farsi rispettare nel mercato e soprattutto all’interno della filiera dove i rapporti di forza sono ad evidente vantaggio, spesso millantato più che reale, della Grande Distribuzione Organizzata, allora diventa legittimo abdicare ai contratti provinciali del lavoro. Come si può pretendere il rispetto dei diritti? Le regole le fa il mercato e chi dentro il mercato comanda. Diritti dei lavoratori? Contratto del lavoro? Dignità del lavoro? Difesa e rispetto dell’ambiente? Cose evidentemente superate per Italia Ortofrutta, tanto che continua affermando che “ci piacerebbe anche sentir parlare di dignità dei produttori che spesso ricevono prezzi ampiamente al di sotto dei costi di produzione. Se non si interviene su tale aspetto, non ci sarà alcuna Rete del Lavoro agricolo che potrà garantire alcunché. La giusta remunerazione del produttore agricolo e la quadratura dei bilanci aziendali è l’elemento base da cui deriva tutto il resto!”. Prima l’azienda, i bilanci, il profitto, il produttore e poi i lavoratori. Lo sfruttamento, dunque, la riduzione in schiavitù, i ghetti, le morti nei campi di fatica di lavoratori e lavoratrici italiani e stranieri, le paghe da fame, gli incidenti sul lavoro a volte mortali, le intossicazioni, le violenze subite anche di natura sessuale, il caporalato, le truffe, sono tutti aspetti secondari, marginali, opzionali rispetto a questa nuova forma di impero che è l’azienda.

I contenuti del comunicato assumono un carattere elevatissimo quando viene dichiarato che “crediamo di non meritarci l’appellativo di schiavisti e sfruttatori e la denigrazione di intere aree di produzione – in cui si ha il meglio dell’agricoltura italiana – a ghetti per immigrati da sfruttare. Anzi rivendichiamo con forza il ruolo essenziale svolto dalle nostre OP anche per le politiche di integrazione. Aziende che pur avendo difficoltà economiche danno lavoro agli immigrati contribuendo a impiegarli in un’attività produttiva e a limitare comportamenti sociali negativi e la delinquenza”. Insomma, sono costretti a sfruttare e nel contempo permettono anche l’integrazione. Li candidiamo al premio Nobel per la pace. Meriterebbero di stare tra i grandi della terra, anche se, ne siamo sicuri, ambierebbero a stare in realtà solo tra i ricchi. Un paese con questa classe dirigente è, a nostro parere, un paese senza futuro. 

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