Affari loschi attraverso i fallimenti pilotati al Tribunale di Latina

Giustizia: il tribunale di Milano. Immagine generica. Foto ANSA/Roberto Ritondale
I fallimenti delle aziende sono determinati da fattori economici dipenderebbero dalle regole del mercato e da quelle imposte dal diritto volte a tutela l’interesse pubblico[...]

I fallimenti delle aziende sono determinati da fattori economici, finanziari e imprenditoriali che, in un’economia capitalistica normale, dipenderebbero dalle regole del mercato e da quelle imposte dal diritto volte a tutela l’interesse pubblico. In questo caso, invece, quelle regole non hanno svolto alcun compito perché i fallimenti, business spesso appetito anche da criminali e mafiosi vari, venivano pilotati da una cricca affaristica con a capo un giudice della sezione fallimentare del Tribunale di Latina, Antonio Lollo. Quest’ultimo si avvaleva del suo potere, senza dubbio rilevante, per stabilire chi poteva essere “condannato” al fallimento e chi no. Una discrezionalità inquietante che nascondeva probabili interessi. Lo avrebbe accertato un’inchiesta della locale Procura della Repubblica che ha trasmesso gli atti per competenza a Perugia. Dalle cronache risulta che alcuni di questi fallimenti sarebbero stati decretati a causa di momentanei problemi di liquidità delle aziende interessate, pur in presenza di una loro ampia solvibilità dal punto di vista patrimoniale. Il meccanismo di funzionamento della cricca era semplicemente diabolico: prevedeva che il giudice (dimessosi dalla carica dopo essere stato arrestato dalla Squadra Mobile di Latina che ha condotto le indagini) individuasse tra gli atti giudiziari della sua sezione quelle aziende che potevano essere “spolpate” prima che avessero accesso al patrimonio i creditori riconosciuti dalle sentenze. Avendo il potere di decretare lo stato di insolvenza, il togato nominava come curatori fallimentari alcuni suoi amici commercialisti e avvocati, ai quali riconosceva laute parcelle di liquidazione, sempre in danno delle aziende dichiarate fallite. Il “malloppo” così costituito veniva poi spartito dal capo della cricca (lo stesso ex giudice) in base a regole accettate dall’intero gruppo. Ad essere truffati in pratica erano dunque tutti: imprenditori, lavoratori, creditori ed erario.

Allo stato delle indagini, infatti, risulterebbe che la continuità dell’attività aziendale, la sua redditività produttiva (spesso presente pur tra mille difficoltà), il futuro dei dipendenti e dell’imprenditore interessato, siano state subordinate a questo tipo di interessi. Ma la sensazione generale è che la vicenda nasconda molti e più importanti interessi.

Sembra, infatti, che queste procedure fallimentari siano state avviate spesso a seguito di accertamenti dell’Agenzia delle Entrate e dei relativi procedimenti di riscossione da parte di Equitalia (quella dove fino al 2014 era Vicepresidente Esecutivo Antonio Mastrapasqua, per intenderci). Ciò avveniva nello stesso tempo in cui le banche chiudevano improvvisamente le linee di credito decennali con questi clienti, mentre faccendieri-avvocati, molto noti a Latina, si proponevano per operazioni di svendita non solo del patrimonio sociale, ma persino dell’intera storia imprenditoriale della malcapitata azienda. Dal meccanismo però sembra sino rimaste escluse alcune società sulle quali sono già emerse gravi irregolarità amministrative e patrimoniali: uno per tutti è il caso della Aviointeriors di Tor Tre Ponti – Latina, di proprietà dell’imprenditore napoletano Alberto Veneruso. I lavoratori in quel caso hanno dovuto persino organizzare un sit-in davanti alla sede della Guardia di Finanza di Latina per poter esporre le incredibili anomalie che si erano ritrovati in busta paga. Le altre aziende invece sono finite nel tritacarne e con loro anche centinaia di lavoratori e lavoratrici insieme alle loro famiglie. Che si trattasse di una catena di supermercati, di un complesso immobiliare mai ultimato, di un caseificio, di un pastificio, di un’industria tessile, di un’attività commerciale o di un’azienda agricola, non importa. Ogni azienda era un’occasione di arricchimento per la cricca. Non si contano i casi in cui queste attività sono state spinte dall’intero sistema in una crisi irreversibile, anche se avevano margini per potersi risollevare. Presso la sezione fallimentare di Latina i fascicoli di fallimento sono più che raddoppiati negli ultimi anni e solo in parte ciò sembrerebbe dovuto alla crisi.

Sono emerse alcune indicazioni anche rispetto ad anomale carriere politiche che sempre più spesso salgono alla ribalta della cronaca nel capoluogo pontino. Ai cronisti comunque spetta di segnalare il caso di un’alta funzionaria dell’Agenzia delle Entrate, moglie di uno dei commercialisti arrestati insieme al giudice Lollo. Il soggetto è stato Assessore alle attività produttive al Comune di Formia e risultata esser stato multato dalla Banca d’Italia per gravi inadempienze amministrative della società di cui era Consigliere di Amministrazione: la società finanziaria Finworld ,che la stessa Banca d’Italia ha cercato di espellere per la seconda volta in pochi anni dall’albo degli intermediatori finanziari: il provvedimento è stato sospeso a luglio del 2015 dal TAR del Lazio.

Dalle intercettazioni risulta che l’ex giudice Antonio Lollo, diceva di non si sentirsi “sporco” quando commetteva i reati di cui si è già dichiarato colpevole. Forse perché riteneva e ritiene di non essere il solo nel suo ambiente ad agire contro i suoi doveri d’ufficio. Infatti, quasi due anni fa, una vicenda identica aveva portato in carcere la giudice del Tribunale di Roma “più mafiosa dei mafiosi” (testuali parole sue) Chiara Schettini.

A Latina non sono mai mancati affari e affaristi spesso giocati sulla pelle della giustizia, del diritto e della gente comune. Un sistema tollerato, incentivato, redditizio ha sempre dominato nel pontino e in alcuni casi consentito a poteri criminali di consolidarsi. In caso non si può parlare di poteri e interessi mafiosi, ma certo la puzza è la stessa.

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