Contro ogni intimidazione e sfruttamento. Intervista al presidente di Tempi Moderni

Intervista di Bianca Francavilla, tratta da Il Caffè, settimanale gratuito di Latina e provincia, e pubblicata nel numero 373

Lei è conosciuto da tutti come l’eroe degli indiani sikh. Cosa l’ha spinta a prendere a cuore la loro categoria?

In primis, non sono un eroe. Questo è un aspetto fondamentale. Sono un sociologo della provincia di Latina che sulla comunità indiana pontina ha condotto la sua ricerca di dottorato. Sono entrato in un “mondo” complesso in cui a volte sfruttato e sfruttatore si confondono, in cui la stessa consapevolezza delle persone di essere sfruttate viene meno o è poco considerata. Basti pensare che almeno fino a tre anni fa il termine e concetto di caporale non era presente nel vocabolario e cultura indiana. Mi impegno su questo tema insieme alla coop. In Migrazione di cui sono presidente perché considero sbagliato un sistema di produzione e di potere fondato sulla prevaricazione, sull’illegalità, sullo sfruttamento. Per questa ragione ho deciso di unire alla mia attività di ricercatore quella del giornalista e propriamente lavorativa della cooperativa. Lo scopo è combattere lo sfruttamento e il caporalato per rendere la provincia di Latina, il modello agricolo e sociale di riferimento migliore, ossia pienamente legale, includente e civile per tutti, italiani inclusi.

La provincia pontina conta una popolazione di circa 30mila indiani sikh impiegati nell’agricoltura. Eppure, prima dell’interesse suo e del sindacato Flai Cgil sembravano invisibili. Perché?

Perché vivevano ai margini sociali, da intendere non solo come abitanti degli spazi rurali ma anche ai margini della nostra riflessione, attenzione e rete sociale di riferimento. Erano sfruttati ed esclusi dai processi di partecipazione sociale e civile del paese. Questo generava un corto circuito che li esponeva ancora più alle mire di sfruttatori, trafficanti e caporali che, tengo a sottolineare, sono sia italiani che indiani che appartenenti ad altre nazionalità. Non esiste un discorso etnico o nazionalistico in questo caso. Esistono sistemi di potere e di interessi che producono sfruttamento e illegalità. Il colore della pelle o la religione non hanno rilevanza, almeno rispetto a questo argomento. La loro emarginazione era ed è una delle ragioni del loro sfruttamento. Per questo continuiamo a dire che l’azione investigativa e repressiva è fondamentale ma se non accompagnata da progetti di emancipazione sociale e di welfare inclusivo non risolveremo mai il problema.

Nel luglio 2015 è terminato il corso di italiano che, per loro, significava molto più che alcune lezioni di grammatica. Ma è stato bruscamente interrotto e dalla Regione non sono più arrivati fondi. È così poco importante permettere ai 30mila indiani di integrarsi?

Quel progetto, denominato Bella Farnia, è diventato best practice per il CNR, riconosciuto di livello internazionale per come era stato progettato, organizzato e per la metodologia applicata tanto da aver attirato l’attenzione della stampa tedesca e danese, oltre a quella nazionale. Abbiamo costruito un legame profondo e intenso con molti lavoratori e lavoratrici che ha portato alle prime denunce contro caporali e datori di lavoro, peraltro di aziende di rilevanti dimensioni e di livello internazionale. Per questo progetto la relazione con la Regione Lazio è stata fondamentale e va ripresa quanto prima. E’ chiaro che non basta un progetto di sei mesi per affrontare il tema del caporalato e delle agromafie in generale e dare un contributo forte al suo superamento. Servono progetti professionali e di lungo periodo. Non è rilevante che li faccia In Migrazione, esistono diverse realtà qualificate. L’importante è che vengano adeguatamente finanziati, realizzati con professionalità elevate e abbiano un respiro lungo. Il rischio altrimenti è di deludere le aspettative di chi ha avuto il coraggio di denunciare e di fidarsi di noi. La politica, torno a dirlo, deve impegnarsi di più su questo fronte, sia a livello territoriale sia regionale. Abbiamo avuto diversi parlamentari che sono venuti nel pontino per incontrare lavoratori indiani (On. Mattiello., On. Chaouki, On. Civati) ed altri si sono impegnati direttamente come l’On. Realacci e la Sen. Fabbri. Ora è indispensabile che anche la regione e i Comuni interessati facciano la loro parte nel merito. in modo continuativo e professionale. Altrimenti dicano chiaramente e pubblicamente che il tema non li interessa.

C’è un giro di droga taciuto dietro lo sfruttamento degli indiani nei campi?

Esiste il problema dell’utilizzo di sostanze stupefacenti e soprattutto bulbi di papavero dietro lo sfruttamento lavorativo che vede un’alleanza perversa tra alcuni indiani e alcuni italiani. Questo tema è stato denunciato con il dossier di In Migrazione “Doparsi per lavorare come schiavi”. Le storie raccontate sono drammatiche e continuiamo a raccoglierne durante i nostri incontri e assemblee coi lavoratori. Le azioni delle forze dell’ordine sono state fondamentali. Ci sono stati importanti arresti. Ma è necessario costruire una serena e collaborativa alleanza tra le istituzioni, le realtà associative più impegnate sul tema, i sindacati e le categorie datoriali per sconfiggere una piaga che rischia di trasformassi presto in una nuova forma di criminalità organizzata con implicazioni gravi sul piano del lavoro, dei diritti e più in generale della legalità.

Cosa potrebbe fare la politica?

Decidere in primis di impegnarsi su questo fronte, anche a costo di perdere in una prima fase qualche voto, decidendo di affidare quanti sono impegnati in questa battaglia e, in primis, i lavoratori e le lavoratrici che hanno deciso di rompere un sistema omertoso che arriva a comprendere forme di tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo. A Latina è partito un processo molto importante contro un datore di lavoro di Fondi accusato di falsità documentali a danno dei suoi lavoratori indiani e di altre nazionalità. A quel processo si è costituita parte civile In Migrazione, la Flai CGIL e gli stessi lavoratori. Le istituzioni dove sono? Perché non si sono costituite anch’esse? In Regione Lazio riposa una legge contro il caporalato da anni. Crediamo sia arrivato il tempo di rivederla, migliorarla se possibile, e approvarla. E’ indispensabile avviare progetti per contrastare isolamento sociale, emarginazione e sfruttamento. Si devono rivedere i servizi sociali, migliorare la collaborazione tra tutte le realtà istituzionali, migliorare le performance dell’ispettorato di lavoro, collaborare attivamente con la categorie datoriali. Ricordo che esistono due studi di grande importante internazionale a tale proposito, come quello Agromafie caporalato della Flai CGIL e Agromafie dell’Eurispes e Coldiretti che ogni anno accendono un riflettore sul pontino. E’ tempo di unire gli sforzi per migliorare una condizione diventata insopportabile e sempre più tesa. Il ruolo della politica è dunque fondamentale, a partire dalla Regione e dai Comuni interessati dal fenomeno.

Lei insegna agli indiani a non abbassare la testa di fronte a chi li comanda. Ma la settimana scorsa è stato lei a trovare le ruote dell’auto bucate. Non è la prima volta che riceve minacce. Non è così?

E’ vero e continuiamo a non abbassare la testa. Quell’episodio è stato subito denunciato in Questura. Non è la prima volta che capita. In passato ci sono stati episodi analoghi, compresa una “macchina del fango” che mirava a denigrare la mia persona e i sindacati. Ogni episodio è stato denunciato, ogni minaccia diretta o via social è stata denunciata anch’essa e continueremo a farlo. Devo a questo riguardo ringraziare quanti hanno manifestato solidarietà e vicinanza alla mia persona. è stata la dimostrazione che stiamo lavorando nella direzione giusta e che il muro di indifferenza che circondava questo tema fino a qualche anno fa è gravemente lesionato. Per abbatterlo completamente è ora necessario accelerare nel contrasto sociale e poi giudiziario allo sfruttamento lavorativo e ad ogni crimine ad esso commesso.

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