La Georgia fra neo-liberismo ed elezioni

Dal blog di Marilisa Lorusso

L’8 ottobre si terranno le elezioni nelle repubblica caucasica di Georgia. Paese ex sovietico, ha avuto un percorso di democratizzazione e di indipendenza tortuoso, lungo il quale si ricordano tre guerre secessioniste, di cui l’ultima combattuta contro la Russia nel 2008 per il controllo delle regioni di Abkhazia e Ossezia del Sud.
I partiti concorrono per 150 seggi, 73 dei quali attribuiti con sistema maggioritario, i restanti con sistema proporzionale con soglia di sbarramento al 5%. Gli elettori da portare alle urne e da cui ottenere il voto sono i circa tre milioni e mezzo di che nelle elezioni precedenti (2012) si sono presentati alle urne con una affluenza del 60%. La coalizione in carica, il Sogno Georgiano, si è frammentata nel corso della legislatura, mentre all’opposizione il partito Movimento Nazionale Unito ambisce a spodestare l’attuale maggioranza e ritornare dopo 4 anni al governo.

Il quadro generale
Le elezioni del 2012 sono state quelle del grande cambiamento: per la prima volta nella storia della Georgia repubblicana – che si parli della Prima Repubblica (1918-1921), della Seconda Repubblica, quella Sovietica (1921-1991), o della Terza Repubblica (1991 a oggi) – mai pacifiche elezioni avevano portato l’opposizione al governo senza che l’alternanza minasse la stabilità del paese nei suoi confini e nella sua sovranità. Un passaggio importante e che oggi appare difficilmente reversibile: nessun partito oggi in Georgia rappresenta l’intero stato, il quadro politico e sociale è articolato, le opposizioni ci sono e si fanno sentire e il partito di governo non può dare per scontata la conferma elettorale. Insomma, quella che inizia in questi giorni è un’autentica campagna elettorale, una sfida all’ultimo voto.

Tempi Moderni ha incontrato Koba Turmanidze direttore del Caucasus Research Resource Centre centro di ricerca non governativo che opera in tre paesi – in Georgia, in Armenia, in Azerbaijan – con lo scopo di fornire dettagliate e documentate analisi della situazione politica e sociale dei tre paesi. L’impatto delle ricerche del centro è rilevante sia per chi cerca dati raccolti con rigoroso metodo scientifico fuori dal paese, sia come fonte interna. Come ci conferma Koba, la pubblicazione del bollettino – il Barometro del Caucaso -, una raccolta di sondaggi e di indagini d’opinione, viene largamente dibattuto in Georgia e gode di maggiore credibilità delle analoghe indagini politico-sociali condotte dai partiti.
Attraverso il lavoro svolto dal centro Koba ci propone una panoramica della situazione nel paese, partendo dalle dinamiche economiche, sociali, e di politica estera soprattutto a livello regionale.

Il legame fra grado di stabilità e performance economiche è e rimane molto stretto: la Georgia ha subito una trasformazione in senso neo-liberale dopo la Rivoluzione delle Rose (2003) e la produzione locale e alcuni settori risentono di questa impronta. In particolare il comparto agricolo avrebbe bisogno di un nuovo impulso.

Sotto il profilo politico e sociale il paese pare spaccato lungo fratture politiche e generazionali. La polarizzazione fra maggioranza e opposizione si riverbera nella società anche per il carico fortemente ideologico degli schieramenti: il Movimento Nazionale Unito e Il Sogno Georgiano rappresentano non solo due schieramenti politici, ma due nette e diverse visioni del mondo. Il primo, modernizzatore e affiliato al Partito Popolare Europeo, è stato e rimane il partito della rivoluzione atlantista. Il secondo esprime una cultura più patriarcale e strizza l’occhio alla Georgia più conservatrice. Ambedue i partiti si collocano, in termini di spettro politico e per programmi economici fra il centro e il centro-destra, oscillando fra un capitalismo classico e uno spiccato neo-liberismo.
Nel contesto di questa rappresentanza politica rimane piuttosto orfana la vecchia generazione di georgiani, chi ha vissuto buona parte della propria vita nel sistema sovietico. E infatti la frattura fra la giovane Georgia e la Georgia vissuta nel e uscita a fatica dal XX secolo è una di quelle socialmente più palpabili, non solo nei termini di affiliazione ed identificazione partitica, ma anche di rispetto della legalità, di comprensione dei meccanismi democratici, di dinamismo e di aspettative rispetto al futuro del paese, con la vecchia generazione nostalgica dell’assistenzialismo e delle garanzie del passato regime.
Fra il vecchio e il nuovo transita o veleggia in modo incerto anche il sistema di istruzione, indicato da Koba come uno degli elementi cardine su cui dovrebbe consolidarsi l’identità nazionale e in grado di fornire gli strumenti per le progressive stabilizzazioni economiche, sociali e culturali ma che è attanagliato invece ora da preoccupanti criticità. Pochi fondi e molte sfide per un paese la cui transizione procede veloce, e che fa fatica a creare quadri organici e coerenti con le proprie ambizioni nazionali.

Per quanto riguarda la politica estera, il quadro più dinamico è quello regionale. Il paese può trarre grande beneficio dal ritorno in scena dell’Iran. Anche se il mondo politico ed economico si sono mossi celermente – il che fa ben sperare per l’incremento di scambi e di investimenti comuni -, permangono nella società civile stereotipi e preconcetti verso gli iraniani, pregiudizi che sono radicati anche attraverso cliché presenti già nei libri di testo scolastici. Inoltre negli anni si è aperto un capitolo a parte sul turismo sessuale iraniano che non ha contribuito certo a superare i pregiudizi. Per quanto riguarda la Turchia, partner consolidato e strategico, pure permane una retorica anti-islamica, spesso fomentata da circoli cristiano ortodossi. La Georgia rimane un paese molto religione e l’attuale patriarca è molto amato. Non rappresenta la corrente più radicale della chiesa, ma è comunque su posizioni piuttosto conservatrici.
Per quanto riguarda il rapporto con la Russia, il peso della guerra del 2008 si fa ancora sentire. Anche se il governo in carica si è industriato per ritagliare pragmaticamente spazi di disgelo e – entro certi limiti – di cooperazione, il ruolo della Russia nel conflitto, il riconoscimento delle due aree secessioniste di Abkhazia e di Ossezia del Sud rimangono un marchio indelebile nel rapporto fra i due paesi. Sebbene il cessate il fuoco regga, qualche incidente si registra ogni tanto lungo la linea di demarcazione fra la Repubblica secessionista di Abkhazia e la Regione secessionista di Ossezia del Sud. Le due aree sono presidiate dall’esercito russo in virtù di accordi bilaterali con le autorità de facto e nel caso dell’Ossezia gli sviluppi politici più recenti rendono il rapporto con Mosca ancora più stretto. Tskhinvali ha mosso passi in direzione di un’annessione diretta alla Federazione Russa. Inoltre le turbolenze in corso nell’area del Mar Nero, su cui la Georgia si affaccia e di cui è importante tassello, non contribuiscono a migliorare la situazione.

La Georgia in numeri
Stando ai dati del Barometro del Caucaso per la Georgia il 65% degli intervistati si definisce senza occupazione e, fra chi dichiara un reddito, in una scala da 50 a 400 dollari al mese la maggioranza relativa lo identifica nella fascia 51-100$. Secondo il 31% il modo migliore per trovare lavoro sono le conoscenze personali. Un profilo di privati poco incoraggiante e che trova conferma nel dato sul risparmio: l’89% dei georgiani non ha risparmio. La maggioranza assoluta degli intervistati ritiene che il paese o stia andando nella direzione sbagliata, o non stia cambiando nulla, ma il 31% rimane ottimista sul futuro del paese. Per quanto riguarda la fiducia nel parlamento, il 39% non si sbilancia, mentre un netto 18% non gli riconosce alcuna fiducia, a fronte di un solo 4% che gliela riconosce pienamente. Fra le priorità, la disoccupazione è quella che desta maggiore preoccupazione (55%) seguita dalla povertà (15%). Il 67% ritiene fondamentale andare a votare.
Avvicinandosi il giorno delle parlamentari, sono interessanti i sondaggi sulle intenzioni di voto. La maggioranza in carica tende a essere in testa alle preferenze, ma con un margine risicato di anche solo l% (si veda IRI, primavera 2016).
Elezioni indubbiamente competitive per un paese che pare essersi lasciato alle spalle definitivamente la cultura del “partito unico”.

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