L’Italia si chiude: crollano anche i “sì” alle richieste d’asilo

foto di Umberto Feola/Tempi Moderni

Adam, un profugo gambiano poco più che ventenne, non nasconde i suoi forti timori. La paura, anzi. Fuori dal piccolo appartamento che condivide con altri cinque giovani africani, Casapound ha organizzato una manifestazione e affisso manifesti contro “l’invasione” di migranti. Non è questa protesta, tuttavia, a preoccupare Adam. Ha passato ben altro prima di sbarcare in Italia. È stato costretto a scappare dal Gambia più di un anno fa. Nel paese, come denunciano i rapporti di Human Rights Watch e diverse inchieste giornalistiche, c’è una dittatura implacabile, che non esita a reprimere ogni forma di dissenso con arresti arbitrari, torture che spesso portano alla morte, misteriose sparizioni. Adam ha deciso di andarsene dopo che suo padre è stato arrestato, per non finire anche lui in una galera del regime. Ha attraversato l’Africa subsahariana con mezzi di fortuna, fino ad arrivare in Libia dal Sahara, schivando più volte per un soffio, dal deserto alla costa, i posti di blocco dei miliziani o dei predoni e l’inferno di un centro di detenzione. Il Mediterraneo l’ha attraversato su un gommone che rischiava di afflosciarsi e affondare sotto i colpi di ogni onda o di rimanere alla deriva in mezzo al nulla. È ben poca cosa, in confronto, l’ostilità di un manipolo di “fascisti del terzo millennio”. La paura, piuttosto, è che la sua domanda d’asilo finisca per perdersi contro il muro di incomprensione, indifferenza e respingimento che il Governo italiano sta erigendo sulla sorte dei profughi.

L’interprete del centro che ci ospita – spiega – ha detto che, con la storia che mi trascino dietro, non dovrei avere problemi ad essere accolto in Italia come rifugiato, ma ha aggiunto che sono state introdotte delle restrizioni: che, insomma, adesso è più difficile che in passato. È questo che mi tiene in ansia: sono arrivato alla fine di un percorso difficile, durato più di un anno. Difficile già dalla decisione stessa di abbandonare tutto e fuggire dal mio dal paese. Sono alla soglia di una nuova vita: non vorrei trovare una porta sbarrata proprio adesso…”.

Adam ha ragione: quest’anno l’esame delle domande d’asilo è molto più selettivo e il numero di quelle respinte è aumentato sensibilmente. Se ne parla poco, ma è uno degli aspetti più pesanti della “blindatura dei confini” della Fortezza Europa nei confronti dei disperati che bussano in cerca di aiuto. Da gennaio a fine agosto le richieste presentate risultano quasi 58 mila. Più o meno come nel 2015 che, nell’arco dei dodici mesi, ne ha registrate 83.245. Finora però, nel 2016, solo il 5 per cento si sono concluse con la concessione dello status di rifugiato: appena una su venti, contro il 35,59 per cento (più di una su tre) dello scorso anno. Il 13 per cento delle istanze si è invece concluso con la concessione della protezione sussidiaria, che dura 5 anni e viene rilasciata a chi, rientrando nel proprio paese, rischia di subire un danno grave. Un altro 19 per cento, infine ha conseguito la protezione per motivi umanitari, un permesso che di base dura 24 mesi ma è prorogabile. In tutto, dunque, si arriva a un massimo del 37 per cento di richieste accettate a vario titolo. Poco più di una su tre, 21.400 circa: molto meno del passato e molto meno di quanto accade in altri Stati, a cominciare, ad esempio, dalla Svizzera, dove nel 2015 ha ottenuto il nulla osta il 64,42 per cento delle richieste presentate, o dalla Finlandia (55,83 per cento) e dalla Danimarca (48,97).

Per gli oltre 36.500 migranti che non hanno trovato ascolto (il 63 per cento) si apre lo spettro della vita da clandestino forzato in Italia, andando a ingrossare il già enorme serbatoio di “non persone” senza diritti e soggette ad ogni genere di sfruttamento; oppure l’esodo al contrario, la deportazione nello Stato di provenienza o in uno dei paesi di transito. Ma l’Italia non è isolata in questo “giro di vite” contro l’accoglienza. In Germania, dove fino al gennaio scorso era bassissima la percentuale dei migranti respinti, ad agosto, secondo fonti di stampa, ben 1.070 su 2.300, cioè il 46,5 per cento, non avrebbero avuto fortuna. Così il cerchio si chiude: aumentano i disperati in fuga non accolti e, contemporaneamente, si mettono a punto gli strumenti per respingerli, come ha evidenziato ad esempio il recente rimpatrio obbligato in massa di 40 giovani sudanesi da Ventimiglia. Un autentico piano di deportazione introdotto progressivamente dall’Unione Europea e dall’Italia con una serie di trattati intesi a riportare o a bloccare i migranti direttamente in Africa, prima ancora che arrivino alle sponde del Mediterraneo: il Processo di Rabat (2006), il Processo di Khartoum (2014), l’intesa di Malta (2015) e i conseguenti accordi con la Turchia e poi, via via, con vari Governi africani da parte di singoli Stati membri della Ue.

L’Italia è in prima fila nella politica di respingimento. Negli ultimi mesi ha firmato almeno quattro di questi patti di rimpatrio e contenimento. E tutti con Stati dove si vivono situazioni estreme e che non possono certamente essere considerati “sicuri”. Il primo con la Nigeria, dove di recente l’Onu ha proclamato la “crisi umanitaria” per le condizioni di guerra e di rischio estremo create dai miliziani islamici di Boko Haram e per la grave carestia: l’ultimo rapporto dell’Unicef, pubblicato a fine settembre, denuncia che almeno 75 mila bambini rischiano di morire di fame entro l’anno prossimo. Poi con il Gambia, la dittatura da cui Adam è stato costretto a scappare. Il 3 agosto scorso è stata la volta del Sudan di Al Bashir, il presidente condannato per crimini contro l’umanità, che ha affidato il compito di rastrellare e arrestare i profughi ai “diavoli a cavallo”, la crudele, fedelissima milizia responsabile di ogni genere di violenze nel Darfur: è stato proprio in forza di questo accordo che sono stati rimpatriati i 40 giovani presi a Ventimiglia. Il 24 agosto, infine, la Libia di Fajez Serraj, il presidente insediato dall’Onu, che non ha il controllo reale nemmeno della sola Tripolitania, ma con il quale, tra l’altro, Roma si è impegnata ad attivare una sala operativa italo-libica per monitorare le coste e i confini meridionali, formando squadre speciali di guardie di frontiera e utilizzando anche dei droni: è una operazione giustificata come “lotta contro terroristi e trafficanti” ma che ha tutta l’aria di diventare l’ennesima barriera al di là della quale confinare i profughi. Poco importa se in pieno Sahara.

Si tratta, in sostanza, di “patti di polizia”, rimasti praticamente segreti in Italia fino a quando non si è cominciato a vederne i primi effetti. Patti che, deportando o bloccando i migranti in massa, come è accaduto a Ventimiglia o con gli arresti di migliaia di eritrei in Sudan, violano in maniera palese il diritto internazionale e la Convenzione di Ginevra. Amnesty, la Caritas, l’agenzia Habeshia e numerose altre organizzazioni umanitarie lo hanno denunciato con forza, a più riprese. Ma la loro richiesta di giustizia non ha trovato ascolto. O è stata lasciata cadere, tacitata. Ecco, in Italia si tace su questa tragedia: tace la politica che conta, tace gran parte della stampa, tace il mondo della cultura. In molte parti d’Europa non è così. In Francia, a favore dei migranti confinati nella “jungla” di Calais, l’enorme campo spontaneo sorto nei pressi del tunnel della Manica, si sono schierati oltre 800 intellettuali: scrittori, cineasti, filosofi, ricercatori, attori, artisti hanno promosso una grande mobilitazione che ha indotto finalmente il Governo a intervenire. Ancora più vaste le reazioni in Spagna. Nell’aprile dello scorso anno, quindici prestigiosi giuristi delle dodici principali università del paese, tutti cattedratici esperti di diritto penale e costituzionale, hanno sottoscritto un documento in cui si definiscono “privi di ogni copertura giuridica” i respingimenti in massa effettuati al confine delle enclave di Ceuta e Melilla, contestando al Governo di Madrid di creare una “frontiera senza diritti”, in contrasto con la Costituzione. Nel maggio scorso, quasi 300 Ong e ben 11 mila cittadini hanno firmato un esposto al Consiglio di Bruxelles per chiedere la revoca degli accordi con la Turchia, asserendo che vengono palesemente violati “i diritti dei rifugiati, i diritti umani e le norme internazionali sull’asilo”. Poche settimane dopo, la revoca del trattato con Ankara è stata sollecitata anche dal Consiglio nazionale dell’Avvocatura spagnola.

Fanno scalpore queste prese di posizione di fronte alla pressoché totale indifferenza che si registra in Italia. Forse proprio questo “silenzio” spiega come mai, secondo un recentissimo sondaggio Ipsos pubblicato dal settimanale L’Espresso, gli italiani sono tra i popoli che credono meno nell’accoglienza, tanto da essere ai primissimi posti, a livello mondiale, nel ritenere che gli immigrati presenti nel paese siano troppi, che “pesano” troppo sui servizi pubblici, che creano grossi problemi di lavoro, che stanno cambiando la Penisola in modo negativo e che, in definitiva, non dovrebbero più essere lasciati entrare. È evidente che su giudizi di questo genere grava enormemente la disinformazione. Ma dare un’immagine corretta del problema è compito, appunto, della politica, dei media, del mondo della cultura. Che invece tacciono anche di fronte alle distorsioni più evidenti e alle ingiustizie più gravi.

È come se si fosse perduta la capacità di reagire. Che è un male tipico delle società vecchie e rassegnate. Senza futuro.

Tratto da: Diritti e Frontiere

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