Oggi alla Fao. Dal lavoro schiavizzato alle nostre tavole: i lavoratori migranti nelle campagne italiane

Due braccianti al lavoro in uno dei campi del Sud Pontino. Foto di Umberto Feola per Tempi Moderni

Esce oggi il nuovo Osservatorio sul Diritto al Cibo ed alla Nutrizione, quest’anno centrata su come l’appropriazione delle sementi e di altre risorse naturali (terra, acqua, foreste) da parte delle multinazionali stia influenzando il modo in cui viene prodotto il cibo che mangiamo.

La pubblicazione è ricca di articoli, ricerche e approfondimenti su diverse questioni cruciali legate al diritto al cibo, e qui è possibile trovare informazioni più dettagliate e scaricare gratuitamente il testo.

Uno degli articoli dell’Osservatorio è stato curato da Terra Nuova, e scritto da Paola De Meo e Piero Confalonieri (membri di TN) insieme a Marco Omizzolo, sociologo, giornalista e ricercatore (presidente di In Migrazione e Tempi Moderni), esperto sulle tematiche riguardanti le migrazioni in Italia ed in particolare sulla situazione dei “>braccianti Sikh nel Sud Pontino. L’articolo, dal titolo “Dal lavoro schiavizzato alle nostre tavole: i lavoratori migranti nelle campagne italiane”, analizza il legame tra le migrazioni verso l’Italia e il lavoro bracciantile nelle nostre campagne, in cui l’alta vulnerabilità dei migranti, soprattutto di quelli senza permesso di soggiorno, li rende facili prede di tratta internazionale, sfruttamento lavorativo, schiavitù. 

Dai caporali ai datori di lavoro senza scrupoli, sono molti coloro che approfittano del forte bisogno di queste persone di lavorare, in qualsiasi condizione ed a qualsiasi salario purché si riesca a mandare a casa una piccola rimessa. “E’ bene sottolineare”, si legge nell’articolo, “che gli agricoltori che utilizzano il lavoro migrante sono anche coloro che vendono i loro prodotti alla Grande Distribuzione Organizzata. Lo sfruttamento dei lavoratori irregolari permette alle grandi aziende agricole di aumentare i margini di profitto e di spingere i loro competitori fuori dal mercato, soprattutto i contadini di piccola scala.”

Le condizioni in cui questi lavoratori vivono, sono spesso al limite della dignità umana: “Non hanno cibo a sufficienza e spesso vivono senza elettricità, acqua, senza il necessario per dormire o per lavarsi, diventando bersaglio di xenofobia ed attacchi violenti da parte di settori della popolazione locale, che li biasima per le terribili condizioni sanitarie dei loro accampamenti. Questi abusi dei diritti umani sono della massima gravità, specialmente quelli che violano i diritti ad un cibo e ad una nutrizione adeguati, alla casa e ad un lavoro decente.”

Un caso analizzato nell’articolo è quello dei braccianti Sikh nel Sud Pontino. “Le loro condizioni sono sintomatiche di questo tipo di sfruttamento del lavoro, simile alla schiavitù. Molti di essi sono vittime di tratta internazionale e di caporalato, e spesso utilizzano sostanze dopanti come metanfetamine, oppio e antispasmodici per resistere alle fatiche a cui sono sottoposti. I braccianti indiani lavorano 14 ore al giorno, 7 giorni a settimana, e sono pagati circa € 3,50/l’ora”, una cifra ben al di sotto di un normale stipendio italiano.

Questa “parte” della catena di valore che inizia nelle campagne e finisce sulle nostre tavole, però, resta spesso nascosta agli occhi dei consumatori, i quali, consapevolmente o meno, comprando cibo a basso costo e/o di bassa qualità, contribuiscono a questo sistema di abusi dei diritti umani nei confronti dei lavoratori migranti.

Un’altra situazione emblematica, discussa nell’articolo, è quella della Piana di Gioia Tauro, a Rosarno, dove migliaia di persone vivono in situazioni di assoluto degrado: “Concentrati in baraccopoli che sembrano dei ghetti (come quello di San Ferdinando, vicino Rosarno), e raggruppati in ampie case fetide sparse nelle campagne, iniziano la loro giornata appena spunta l’alba, aspettando agli angoli delle strade che i proprietari delle aziende o i caporali vengano a prenderli per andare a lavorare per stipendi oltraggiosamente bassi (tra i 20 ed i 25 euro al giorno).”

Le cause di questa realtà sono chiare: “Le scelte economiche e politiche calate dall’alto sono diventate determinanti in questa situazione. Negli ultimi decenni, l’industrializzazione forzata della fertile Piana di Gioia Tauro, e l’approvazione di ‘piani ambientali’ come gli inceneritori, le centrali elettriche, le turbine a gas e i centri di stoccaggio del gas, hanno portato al degrado di questo ‘giardino  mediterraneo’. C’è da aggiungere che i produttori di piccola scala, nella regione, sono soggiogati dalle forze del mercato e ne soffrono le conseguenze: i grandi poteri economici, dopo tutto, determinano il prezzo degli agrumi. A turno, i conflitti sociali tra poveri si intensificano: l’effetto domino è sempre più visibile in una società come la nostra, guidata dal profitto.”

Nonostante ciò, sono diverse le realtà che combattono ogni giorno per cambiare il sistema, le sue radici e le disastrose conseguenze. Tra queste, per esempio, l’associazione SOS Rosarno e la cooperativa Mani e Terra. “Le organizzazioni prendono terre in affitto e coltivano frutta e verdura, vendendole direttamente sui mercati locali e regionali o trasformate, inscatolate e distribuite altrove. Questo sistema di produzione garantisce un’entrata decente per i contadini e i braccianti, così come prezzi equi per i consumatori, specialmente per quelli più colpiti dalla crisi economica. Questo dimostra che può esserci una relazione diretta tra produttori e consumatori; entrambi possono giocare nella stessa squadra.”

E’ possibile scaricare l’articolo tradotto in italiano qui.

Dal lavoro schiavizzato alle nostre tavole – RtFNWatch 2016

Dal sito di Terra Nuova

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