Soldi in cambio di uomini: tocca all’Afghanistan

Soldi in cambio di uomini. Dopo la Turchia ora tocca all’Afghanistan. Lo ha sancito una serie di accordi tra l’Unione Europea e Kabul. Il sigillo finale è stato apposto a Bruxelles il cinque ottobre, nell’incontro convocato per dar corso all’impegno di concedere all’Afghanistan il finanziamento per lo sviluppo di 3,7 miliardi di euro l’anno promesso nella conferenza di Tokio del 2012. L’impegno è stato mantenuto. In cambio, però, Kabul ha dovuto accettare la deportazione di decine di migliaia di profughi respinti dalle cancellerie di tutta Europa. Un’odissea al contrario per almeno 80 mila donne e uomini.

Quella dall’Afghanistan all’Europa è una delle vie di fuga più lunghe e dense di rischi. Ci vogliono mesi, spesso oltre un anno e anche di più a percorrerla. A piedi o con mezzi di fortuna, ma anche affidandosi ai trafficanti di uomini, tappa dopo tappa, attraverso l’Iran e la Turchia, puntando poi sulla Grecia o la Bulgaria per approdare nell’Unione Europea. Tanti si perdono lungo il cammino. Molti sono costretti a fermarsi per strada e a cercare un lavoro qualsiasi per racimolare il denaro con cui pagarsi la possibilità di proseguire e allora l’esodo dura ancora di più, anche anni. Più di qualcuno, in cambio di uno stipendio mensile e di un permesso di soggiorno, finisce nelle milizie che combattono in Siria nelle fila del presidente Bashar al Assad: il centro di reclutamento principale è a Mashhad, la città santa iraniana che, famosa per il santuario di Alì, l’ottavo iman dello sciismo, con il confine ad appena tre ore di auto è diventata da anni un enorme hub di transito e sosta per decine di migliaia di fuggiaschi afghani. 

E’ attraverso questo calvario che nel 2015 sono arrivati in Europa circa 213 mila afghani. Quasi sempre giovanissimi. Circa cinquemila hanno deciso di rientrare volontariamente. Oltre 196 mila hanno invece presentato domanda d’asilo, ma ora più di 80 mila di loro dovranno tornare indietro per forza: in pratica, tutti quelli per i quali l’istanza di tutela è stata respinta. In linea con il giro di vite impresso in tutta Europa all’esame delle richieste, infatti, più della metà degli afghani che hanno chiesto aiuto si sono visti negare il nulla osta. “Più della metà”, 80 mila disperati che ormai non hanno scampo: verranno rimpatriati e, se cercheranno di sottrarsi e magari “sparire”, rischiano anche 18 mesi di detenzione.

E’ stato già predisposto il “programma di rientro”. Anzi, il piano era pronto ancora prima di arrivare alla decisione ufficializzata nella conferenza di Bruxelles ed è entrato in vigore dal momento stesso della firma. Per i profughi respinti o i “rientri volontari”, gli Stati dell’Unione dove gli afghani sono più numerosi organizzeranno dei voli diretti per l’Afghanistan, sia “ordinari” che speciali. Tutte le operazioni si svolgeranno con il coordinamento dell’agenzia Frontex e sotto la scorta della polizia. Per i “rientri obbligati”, in particolare, si è stabilito che su ogni volo non potranno essere caricati più di 50 rifugiati. Non è escluso che possano essere utilizzati anche altri scali, ma il principale aeroporto di arrivo sarà Kabul, dove si sta addirittura pensando di realizzare un terminal “dedicato”, separato da quelli dei normali voli commerciali o per passeggeri. E si ha intenzione di agire in fretta: buona parte del progetto dovrebbe essere portata a termine entro i prossimi sei mesi.

Colpisce molto che questo accordo sia stato annunciato e firmato in concomitanza con la “conferenza degli Stati donatori” che a Bruxelles ha confermato l’ok al finanziamento in favore di Kabul. Il Guardian, in un servizio pubblicato a fine settembre e poi ripreso da altri quotidiani di mezza Europa, ha parlato esplicitamente di “ultimatum segreto” nei confronti dell’Afghanistan. L’Unione Europea nega che ci sia un legame tra il nulla osta sui fondi per lo sviluppo e la questione dei rientri forzati. Federica Mogherini, la rappresentante della politica estera Ue, in particolare ha sottolineato che nell’incontro del 5 ottobre “il problema dei profughi non era in agenda” Ed ha aggiunto, rispondendo alle domande di alcuni giornalisti: “Non c’è mai collegamento tra gli aiuti allo sviluppo e quello che facciamo sulla migrazione. L’accordo (sui rimpatri: ndr) lo abbiamo firmato giorni fa. E’ stato un processo parallelo, ma non c’è condizionalità”.

Non c’è dubbio che la questione sui migranti sia stata chiusa qualche giorno prima del 5 ottobre. Quanto però ai sospetti di un collegamento tra i due problemi, le dichiarazioni di Federica Mogherini sono state smentite proprio da uno dei principali membri della delegazione afghana a Bruxelles, Ekram Afzali, il quale – riferisce il New York Times – ha detto senza mezzi termini che si sarebbe trattato di una specie di “scambio”: che l’intesa sui rimpatri, cioè, è stata “un quid pro quo” per gli aiuti europei. Una conferma a quanto asserito da Afzali potrebbe venire peraltro da un progetto di accordo elaborato nel marzo scorso e nel quale si delineano tutte le soluzioni poi confluite nel patto appena firmato. Non solo: il documento di marzo – rimasto semi segreto fino a quando non lo ha pubblicato Statewatch News, un notiziario online – conclude che la tappa successiva sarebbe stata “un secondo dialogo ad alto livello sull’immigrazione nel contesto delle attività collaterali della conferenza di Bruxelles sull’Afghanistan (4-5 ottobre 2016), in modo da ‘massimizzare’ l’azione della Ue”.

Tutto sembra lasciar credere, insomma, che Bruxelles abbia voluto imporre a Kabul un patto “soldi in cambio di uomini” simile a quello con la Turchia. Anzi, il Guardian scrive che la Ue starebbe esaminando la possibilità di concludere intese analoghe anche con l’Eritrea e il Sudan, non mancando di sottolineare che i rispettivi Governi “sono accusati di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra”. Quell’Eritrea con la quale, peraltro, l’Italia ha già intensificato i rapporti da almeno due anni. E quel Sudan con cui, sulla scia del Processo di Khartoum, l’Italia ha già firmato il 3 agosto un accordo bilaterale proprio sul controllo dell’immigrazione e sul rimpatrio forzato dei profughi. Per di più, questa “imposizione” a Kabul arriva in un momento in cui nel paese si registra una escalation enorme di violenza e degli attacchi dei talebani, con un numero crescente di vittime. E’ eloquente, in proposito, l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite che, nell’arco del 2015, registra oltre 11 mila tra morti e mutilati, invalidi permanenti.

“Con un rapporto del genere e con le notizie che si susseguono tutti i giorni – protesta Enrico Calamai, portavoce del Comitato Nuovi Desaparecidos – c’è da chiedersi come possa Bruxelles considerare l’Afghanistan un ‘paese sicuro’: che in Afghanistan ci siano, cioè, le condizioni di sicurezza adeguate per giustificare il rimpatrio forzato di decine di migliaia di profughi”. E che queste condizioni non ci siano lo dicono in tanti. Dan Tyler, responsabile per l’Asia e l’Europa del Consiglio norvegese per i rifugiati, si mostra quanto meno stupito: “L’Europa – ha dichiarato al New York Times – ha stretto accordi per il ritorno dei richiedenti asilo, ma ogni indicatore è negativo: la gente sta sempre peggio, cresce la malnutrizione, aumentano gli sfollati interni…”. Persino i distretti e le città dichiarate teoricamente sicure vivono sotto l’incubo costante degli attacchi dei talebani. Lo afferma anche uno dei delegati di Kabul a Bruxelles, Timor Sharan, che è tra l’altro analista del Gruppo Internazionale di Crisi per l’Afghanistan: “I capoluoghi provinciali e la capitale dovrebbero essere sicuri – ha spiegato – Ma guardiamo la realtà: ad esempio, Kunduz, Helmand, Uruzgan, la stessa Kabul dopo i recenti attentati suicidi. Sono tutt’altro che sicure. A Kunduz, pur disponendo sul posto di 10 mila soldati, il Governo non è in grado di garantire alcuna sicurezza”. La città, in sostanza, è come sotto assedio: quasi tutti i negozi sono chiusi, spesso mancano per giorni l’elettricità e l’acqua corrente ed è stato più volte preso di mira, a colpi di mortaio, lo stesso ospedale, tanto da costringere i medici a trasferire tutti i ricoverati nel seminterrato. Un allarme analogo è stato lanciato il 10 ottobre da Emergency per il suo centro chirurgico di Lashkar-gah, aperto nel 2004, completamente circondato dalle milizia talebane, mentre la città veniva bersagliata da una pioggia di razzi, tanto che in poche ore sono stati ricoverati più di 30 feriti, alcuni dei quali piuttosto gravi. Del resto, Simona Lanzoni, responsabile dei progetti di Fondazione Pangea, denuncia da tempo che “tutte le realtà urbane, dove confluiscono migliaia di persone in fuga dalle zone in conflitto, sono sull’orlo del collasso”.

L’accordo sui rientri voluto da Bruxelles chiude gli occhi su tutto questo: ignora che è ben lontana dal risolversi la guerra infinita che dura da decenni e che colpisce ovunque, anche nelle zone apparentemente sotto il controllo governativo. Una scelta volutamente miope, che – come riporta il New York Times – ha indotto Maiwand Rahyab, dell’Istituto afghano per la Società Civile, anch’egli delegato di Kabul a Bruxelles, a lanciare un appello che suona come un grido di dolore: “Noi esortiamo gli Stati europei a sospendere la deportazione dei rifugiati afghani. Noi chiamiamo la comunità internazionale a confermare i principi e i valori europei e a rispettare i diritti dei rifugiati afghani fino a quando il paese non sarà pacificato davvero”. E Timor Sharan ha aggiunto una nota di grande amarezza, denunciando che i motivi della decisione di rimpatriare un numero così alto di richiedenti asilo non sono certamente basati “sulla situazione reale dell’Afghanistan, ma sul sentimento anti immigrazione che si è diffuso in Europa”. In questa Fortezza Europa sempre più chiusa e travolta dalle sue paure.

Non risulta che questo appello abbia avuto risposte o suscitato reazioni nei vertici dell’Unione. Non c’è da stupirsene, a giudicare da come è maturata la decisione di Bruxelles sulla deportazione dei profughi afghani. “Per l’accordo tra Ue e Turchia – ha rilevato Tom Bunyan, direttore di Statewatch News – ci sono stati documenti e una discussione. Invece ora, per l’accordo sull’Afghanistan, c’è solo un ‘annuncio’, bypassando le procedure formali e l’esame del Parlamento”.

Tratto da: Diritti e Frontiere

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