Tan Kosh, sfruttamento e criminalità indiana e italiana

Il confine tra retorica e migrazioni in tempi complessi come quelli attuali risulta essere particolarmente fragile. La migrazione non è in sé sempre positiva, come non è sempre negativa. Affermare solo una di queste due cognizioni significa rafforzare luoghi comuni e stereotipi che impediscono l’emergere di analisi qualificate, nel merito del fenomeno migratorio e la relativa produzione culturale e normativa.

La ricerca sociale, per la sua capacità di “vivere” i territori e i relativi processi, ha il compito di rilevare i loro aspetti reali e sostanziali. Entrare nello spazio del reale significa osservare e analizzare anche fenomeni inaspettati o in contrasto con diffusi luoghi comuni che possono invadere e condizionare anche la ricerca scientifica.

Per questa ragione, è compito della ricerca sociale analizzare la relazione dei processi migratori con la criminalità. Sono varie le ricerche che hanno avuto questa capacità, con risultati anche importanti. Si deve avere il coraggio di entrare nel merito di questa relazione. Il caso della comunità indiana della provincia di Latina, ad esempio, risulta di particolare interesse. Sin dall’inizio di tale ricerca è stato rilevato e denunciato il ruolo strategico del migrante indiano quale protagonista, in alleanza con alcuni datori di lavoro italiani, della tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo e di pratiche consolidate di intermediazione illecita e, dunque, di caporalato.

Questo sistema, descritto già nel breve documentario intitolato Tan Kosh del 2011 di Giordano Cossu, Saverio Paoletta e Harvinder Singh che qui presentiamo e dedicato alla vita della comunità punjabi dell’agro pontino (peraltro si è aggiudicato il Premio per l’informazione digitale assegnato dalla giuria tecnica de La Stampa) e analizzato anche nel testo Mafie straniere in Italia (Franco Angeli, 2016), obbliga ad unapprofondita riflessione rispetto alle dinamiche che si mettono in gioco quando le comunità migranti vengono lasciate sopravvivere e organizzarsi nell’emarginazione sociale, sottoposte a pratiche di reclutamento nazionale e internazionale informali e di impiego lavorativo illegale. La capacità loro di interpretare e replicare prassi e pratiche illegali, a partire da forme di sfruttamento intracomunitarie, interne ad un territorio mal governato e privo di legami cognitivi e informativi con la comunità di accoglienza, incentiva l’illegalità sino a far sorgere forme di tratta internazionale, caporalato etnico, racket e usura, che nella loro composizione o ri-composizione possono dar vita ad organizzazioni para-criminali, pienamente criminali se non addirittura proto-mafiose. Si tratta di un aspetto che deve essere meglio compreso, definito e analizzato, capace di evitare il rafforzamento di diffusi luoghi comuni di matrice xenofoba e xenofila ma di comprendere l’origine e forse anche le responsabilità di dinamiche che interessano migranti e autoctoni, ispirate alla sopravvivenza, alla ricerca del benessere o all’assunzione di potere che arriva anche a sviluppare forme simboliche e pratiche di affiliazione vicine a quelle note per alcuni clan mafiosi.

Aver per primi denunciato l’azione criminale di alcuni indiani nel pontino, il sistema internazionale criminale nel quale sono inseriti insieme ad alcuni datori di lavoro italiani, la loro capacità di gestire, sul piano economico, sociale e formale, la tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo, il caporalato e forse anche prassi ricattatorie, usuraie e di vera intimidazione mediante spedizioni punitive nei riguardi dei sottoposti non accondiscendenti, ci consente, anche per la metodologia di indagine adottata (osservazione partecipata in primis), di denunciare l’urgenza di azioni preventive e repressive di tale fenomeno, che possano assicurare alla giustizia tutti i protagonisti dello stesso e arrestare un business criminale di diverse centinaia di migliaia di euro. Prima interverrà lo Stato, prima uomini, donne e bambini verranno salvate da una nuova forma di criminalità che spesso si muove nelle pieghe della legalità formale e che produce violenza, sopraffazione e pratiche ricattatorie consolidate e altamente remunerative.

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