Inchiesta sull’economia “dual use”: come esportare armi e importare disperazione. Prima puntata

di Roberto Lessio e Marco Omizzolo

Quella di Pier Gianni Prosperini, ex soldato della Legione Straniera e politico navigato della Lega Nord prima, di Alleanza Nazionale e del PdL poi, è una storia emblematica del rapporto che può intercorrere tra politica ed economia, compresa quella criminale. Amico intimo del dittatore eritreo Isaias Afewerki, al potere dal 1993, Prosperini amava esporre la bandiera eritrea nel suo ufficio di Assessore al Turismo della Regione Lombardia. Un’amicizia tutt’altro che disinteressata. Prosperini nell’aprile del 2015 è stato condannato dalla quarta sezione penale del Tribunale di Milano a quattro anni di reclusione per traffico d’armi (n. 5707/08 RGNR mod. 21). Era già stato arrestato una prima volta nel 2009, ricevendo subito la solidarietà dell’allora governatore Formigoni, salvo poi patteggiare la pena per corruzione e truffa (tre anni e mezzo) al fine di uscire dal carcere di Voghera. Come riconosciuto nel corso del processo, aveva incassato denaro per favorire eventi di promozione turistica nell’ambito della Bit: a beneficiarne era stata anche una Tv locale che gli concedeva uno spazio settimanale per denunciare le malefatte degli immigrati. Il nuovo reato contestato riguardava invece false fatturazioni per l’intermediazione nella compravendita di armamenti (fucili puntatori in particolare) e di una decina di pescherecci proprio all’Eritrea, paese sottoposto da anni ad embargo internazionale. La Guardia di Finanza, durante la prima indagine, aveva sequestrato il computer del suo factotum, Gionata Soletti, dal quale emersero le trattative per vendere al dittatore africano decine di fucili prodotti dalla Beretta. L’accusa, sostenuta dal pm Luca Poniz, sosteneva che l’ex legionario divenuto assessore lombardo lavorava come procacciatore d’affari proprio per la più importante fabbrica d’armi italiana. La Beretta sostenne che quei fucili sarebbero stati comprati da cittadini eritrei per andare semplicemente a caccia.

Non è la prima volta che esponenti della Lega Nord incappano nelle maglie della giustizia a causa delle loro “relazioni internazionali”. È capitato all’ex tesoriere leghista Francesco Belsito, arrestato dalla Guardia di Finanza per associazione a delinquere, truffa aggravata, appropriazione indebita e riciclaggio nell’ambito delle indagini sulle presunte irregolarità nei conti del partito. Lo stesso Belsito, che insieme ai procacciatori d’affari Bonet e Girardelli, secondo l’accusa, investiva i soldi della Lega in Tanzania, è indagato anche dalla Dda di Reggio Calabria con l’accusa di riciclaggio con l’aggravante di avere favorito la cosca di ‘ndrangheta dei De Stefano.

Intorno alla vicenda Prosperini, ormai scomparso dalle cronache dopo la condanna dello scorso anno, c’è però qualcosa in più. L’ex leghista, stando a un documento del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (siglato S/2011/433) datato 18 giugno 2011 e confermato da un secondo dossier del 2012, è stato indagato per contrabbando di presunto materiale a duplice uso (dual-use) con l’Iran. Tramite il dual use i paesi occidentali, Italia compresa, producono beni formalmente adatti a uso civile che diventano poi, con alcune modifiche, armi usate da dittatori e terroristi per i loro scopi. Un esempio sono i pescherecci o le motonavi costruite per pattugliare le coste che giunti a destinazione vengono trasformati in imbarcazioni destinate a traffici illeciti, per esempio di rifiuti o di persone. Oppure i trattori a cingoli che diventano carri armati, i fucili da caccia mitragliatori, gli aerei da turismo incursori a bassa quota e i concimi per l’agricoltura si trasformano in materiali esplosivi.

Le indagini su Prosperini hanno appurato vendite di puntatori ottici (circa un migliaio) di produzione tedesca: visori speciali per cecchini e sabotatori, in parte già sequestrati in Svizzera, Romania e Inghilterra. Le trattative riguardarono anche elicotteri, spolette esplosive, elmetti, congegni spionistici, miscele chimiche per razzi o bombe, kit per paracadutisti, gommoni e respiratori subacquei. Anche in quel caso l’intermediario, dirigente della stessa industria, si occupava ufficialmente solo di armi sportive. Il governo eritreo, rispondendo ai documenti dell’ONU, ha poi ammesso l’interessamento di Prosperini (che comunque era solo un “console onorario”) per la vendita di “otto navi da pesca”, ma questo sarebbe avvenuto molto prima della sua incarcerazione. Per la vendita di materiale a duplice uso invece nello stesso documento si afferma che questa attività non è affatto illegale. Il punto però è proprio questo: chi controlla l’assemblaggio ultimo e l’uso del materiale una volta arrivato a destinazione? Anche se il destinatario è uno dei più spietati regimi dittatoriali esistenti al mondo?

Sempre secondo il documento dell’Onu infatti, il governo del dittatore Afewerky, è responsabile della violazione dei diritti umani nei riguardi del suo popolo e della morte di centinaia di migliaia di persone, bambini compresi. Questo governo avrebbe avuto stretti legami commerciali con le Officine Piccini di Perugia, che esporta pezzi di ricambio e macchine in almeno cento paesi nel mondo. All’epoca dei riscontri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il rappresentante legale dell’azienda perugina era tale Asmerom Mokenon, uomo d’affari eritreo che lavorava a stretto contatto con il Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia (Pfdj). Fronte popolare che farebbe capo allo stesso Afewerki. Lo stesso dittatore eritreo avrebbe in passato addirittura visitato personalmente le Officine Piccini, chissà sotto scorta e con l’autorizzazione di chi. La sferzante risposta del governo eritreo al rapporto dell’Onu, dice che il soggetto in questione (altro semplice “console onorario”) è banalmente il proprietario delle Officine Piccini. La sua azienda si occupa di esportare “macchine agricole” e progetti per l’agricoltura in tutto il mondo: inclusa l’Eritrea, ovviamente. Che problema c’è? Il Ministero dell’Agricoltura eritreo, nel corso degli anni, ha comprato molti “macchinari agricoli” provenienti dalle Officine Piccini. Nulla però si dice su altre operazioni: ad esempio sul mistero di due elicotteri italiani, assemblati in Eritrea da tecnici italiani e utilizzati dai militari fino all’autunno del 2013. Nonostante l’embargo, il governo di Roma non avrebbe “fornito informazioni sul tipo di velivolo e sulle società coinvolte nell’esportazione all’Eritrea”. Operazioni che il regime eritreo realizzerebbe, secondo gli ispettori Onu, “grazie all’importazione di sistemi dual-use, che possono avere un impiego civile o un uso militare”. In un successivo passaggio, il documento riferisce inoltre che l’emirato del Dubai (facente parte degli Emirati Arabi Uniti) sarebbe un centro finanziario off-shore al servizio degli interessi eritrei, oltre che per gli altri paesi del Corno d’Africa e in particolare per le reti finanziarie del Pfdj, che incanalerebbero gran parte degli introiti, raccolti sotto forma di tasse, rimesse e prelievi illeciti sul passaporto, imposti alla diaspora del popolo eritreo in Nord America, in Europa e nel Medio Oriente. Questi fondi sarebbero utilizzati per una vasta gamma di scopi, tra i quali le operazioni dei servizi segreti eritrei all’estero, a partire dalle intimidazioni nei riguardi di giornalisti, italiani compresi, che hanno realizzato inchieste sui flussi finanziari del governo eritreo e sui crimini da esso compiuti.

A tal proposito la risposta del governo eritreo sui flussi finanziati estero su estero da questo tipo di operazioni è tranciante. Si dice sostanzialmente che “così fan tutti” ed “è meglio che guardiate in casa vostra”.Infine, altre fonti Onu sostengono che la discussione sul relativo dossier davanti al Consiglio di Sicurezza, avrebbe ricevuto forti pressioni dalla Russia, dall’Italia e in parte dalla Cina, mentre l’ex ambasciatore al Palazzo di Vetro Cesare Maria Ragaglini respingeva con una lettera ogni critica: “Nel febbraio 2013 abbiamo detto con chiarezza che non abbiamo autorizzato alcuna esportazione di armi o materiali correlati o di materiali dual use. Non ci sono prove di qualsiasi assistenza militare dall’Italia che sostengano le accuse non documentate degli ispettori”. Eppure la vicenda Prosperini dice il contrario. Ma lo dice anche lo stesso dittatore eritreo. In una intervista riportata su Panorama nel 2012 dal titolo “L’Eritrea finanzia il terrorismo? La parola al presidente Afeworki”, lo stesso ha ammesso che tra i suoi fornitori ufficiali c’erano la Beretta (produttrice di pistole e fucili da caccia), mentre esisteva già un’intesa datata per l’aviazione: in particolare con l’Aermacchi per gli aerei e con Agusta per l’acquisto proprio di elicotteri. Queste due ultime società, per la cronaca, appartengono all’attuale gruppo “Leonardo-Finmeccanica”, cioè allo Stato italiano. Sempre per la cronaca, il 95% dei 386 morti e dispersi a largo di Lampedusa il 3 ottobre 2013, erano eritrei.

Di Roberto Lessio e Marco Omizzolo

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