Intervista al prof. Simoncelli, Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo. Il dual use e l’Italia

Maurizio Simoncelli è vicepresidente e cofondatore dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo (IRIAD). Storico ed esperto di geopolitica, ha realizzato numerose ricerche sull’industria militare, sulle forze armate italiane e sulla geopolitica dei conflitti. È docente in master universitari e corsi d’istruzione superiore e membro del CISRSM – Centro interuniversitario di studi e ricerche storico–militari.

Prof. Simoncelli qual è la situazione in Italia rispetto ai beni dual use? “Ci sono beni, realizzati anche in Italia, apparentemente non aggressivi ma che possono essere riadattati come armi o sistemi d’arma anche complessi, e venduti all’estero, anche a regimi dittatoriali o a paesi che sono in guerra da anni. I casi che si possono fare sono molti. Uno dei più noti riguarda la vendita di potentissimi motoscafi d’altura costruiti in Italia e venduti all’Iran, successivamente attrezzati con lanciasiluri e, dunque, trasformati in mezzi militari. Lo stesso vale per elicotteri civili, sui quali si montano poi mitragliatori, anche pesanti, per essere utilizzati in guerra, o aerei di addestramento che diventano bombardieri o simili”.

Quale caso ritiene particolarmente esemplificativo della dual use economy? “Ce ne sono diversi, come ad esempio la vendita da parte dell’Italia di vari jet di addestramento M-346 ad Israele, realizzati dalla Alenia Aermacchi e riconfigurati come bombardieri leggeri, venduti proprio a ridosso degli ultimi attacchi israeliani alla popolazione della Striscia di Gaza”.

Tra i beni dual use si possono considerare anche quelli riconducibili alle armi nucleari e software da guerra? “Certo e si possono fare come esempi i radar o i satelliti, che apparentemente servono per usi civili e che possono però nel contempo essere largamente usati anche in guerra. Si consideri che sui sistemi d’arma più complessi il software conta per il 50%. La vendita di questa strumentazione non viene immediatamente legata alle armi. Diverso è l’uso di beni dual use per armi chimiche o batteriologiche. Questo genere di armi sono assai delicate e gli effetti non facilmente gestibili dai vari governi. Ciò ovviamente non vale per i terroristi, i quali però non posseggono la capacità, non tanto di produrre armi chimiche, quanto di gestirle in modo adeguato e a loro conveniente”.

È vero che ormai è sempre più la ricerca civile che sostiene quella militare e non il contrario? “Senza dubbio si. La produzione di armi è diventato un settore specialistico e di nicchia. Oggi viviamo in un altro mondo rispetto al passato e la ricerca e produzione civile serve anche a quella militare per sviluppare armamenti di varia natura”.

Come considera la legislazione italiana e quella europea in materia? “La legislazione italiana in materia fa riferimento alla legge 185/90, una legge certamente d’avanguardia. È rimasta però poco applicata e soprattutto è stata data a tutti i governi la possibilità di aggirarla. Si consideri che sono state vendute bombe e componenti d’armi all’Arabia Saudita che le sta usando negli scontri in Yemen. Se fosse applicata correttamente la legge 185/90, quel commercio non sarebbe possibile. Lo stesso vale per la legislazione europea, la quale contiene norme meno stringenti rispetto a quella italiana, sebbene di buon livello. Il punto è che la loro applicazione viene sempre in qualche modo aggirata dai governi nazionali a vantaggio del commercio di armi o di beni dedicati al dual use”.

I governi italiani ed europei rispetto a questo tema che politiche stanno adottando? “Tutti i governi, compreso quello italiano, sono lassisti ed anzi esportano armi o beni dual use con disinvoltura, spesso commercializzando anche con paesi dittatoriali. Se prendiamo come riferimento gli ultimi dieci anni, nel primo quinquennio l’Italia commercializzava armi e beni dual use in primis coi paesi UE. Negli ultimi cinque anni invece la nostra produzione si è indirizzata in via prioritaria in favore dei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Questo qualcosa vorrà pur dire”.

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