Il rilancio del gasdotto Turkish Stream, tra geopolitica e sicurezza energetica

L’annuncio dell’accordo tra il presidente russo Putin e il suo omologo turco Erdogan per la realizzazione del gasdotto Turkish Stream appare destinato a cambiare le carte in tavola nello scenario energetico regionale, influenzando la relazione di interdipendenza energetica tra Unione Europea e Russia e rafforzando il potenziale ruolo della Turchia come hub energetico.

Dopo dieci mesi di stallo negoziale – a causa dell’abbattimento di un jet russo operante in Siria da parte delle forze armate turche nel novembre 2015 – i contatti tra le due parti sono ripresi e il 10 ottobre 2016 i due presidenti e i rispettivi ministri dell’energia hanno siglato l’accordo per questo progetto ambizioso, che dovrebbe collegare entro il 2019 la Russia con la Turchia attraverso la realizzazione di un gasdotto sottomarino nei fondali del Mar Nero, convogliando gas naturale russo nel mercato turco ed europeo.

Il progetto del gasdotto Turkish Stream venne lanciato nel dicembre 2014 da Putin durante una visita in Turchia, con l’obiettivo di sostituire il progetto di gasdotto South Stream, la cui realizzazione divenne di fatto impossibile in quanto violava le disposizioni della UE contenute nel Terzo Pacchetto Energia, che impone la separazione proprietaria ed impedisce che la stessa società gestisca la produzione e la distribuzione del gas naturale nei mercati. Secondo i promotori, il South Stream avrebbe dovuto attraversare la Bulgaria e poi le nazioni dell’Europa Orientale (Serbia, Ungheria) sino al deposito di stoccaggio di Baumgarten in Austria: il Turkish Stream dovrebbe partire sempre dal porto russo di Anapa per poi attraversare il Mar Nero approdando però sulle coste della Turchia e poi proseguire sino alla Grecia, dove teoricamente potrebbe connettersi al gasdotto transanatolico (Azerbaigian-Turchia) e addirittura al gasdotto Trans Adriatico TAP, sostenuto dalla UE e parte finale del corridoio energetico meridionale (Southern Gas Corridor).

La compagnia russa Gazprom e la compagnia turca Botas sono attualmente coinvolte per la realizzazione del gasdotto, con i russi pronti a costruire la parte offshore mentre ai turchi spetterà costruire la sezione onshore, per un costo complessivo stimato in 11 miliardi di dollari.

Rispetto alla versione originaria del progetto – che ricalcava il South Stream in termini di capacità, ovvero 4 condotte da 15,75 miliardi di metri cubi (mmc), per un totale di 63 miliardi di metri cubi – l’attuale progetto Turkish Stream dovrebbe trasportare 31,5 mmc (due rotte anziché 4) che rappresentano comunque il doppio dell’attuale capacità del gasdotto Blue Stream – che trasporta gas russo in Turchia attraverso l’Ucraina – anche se solo una delle due condotte (15,75 mmc) è destinata a soddisfare il fabbisogno energetico turco.

Questa ridotta capacità si riflette però positivamente in termini di maggiore fattibilità in quanto il progetto da 31 mmc appare realistico sia in termini di capacità che in relazione ai tempi di realizzazione.

Il gasdotto Turkish Stream riveste una notevole importanza strategica per la Russia, in quanto le permetterebbe di bypassare progressivamente il transito attraverso l’Ucraina, nazione con la quale ha un irrisolto conflitto a seguito dell’annessione della Crimea, rafforzando un alternativo corridoio d’esportazione meridionale e mantenendo inalterate le esportazioni verso la UE.

Per quanto concerne la UE invece, la propria dipendenza energetica dalle importazioni russe verrebbe rafforzata (42% delle importazioni totali di gas naturale nel 2015), in quanto disporrebbe di un nuovo corridoio di approvvigionamento ma alimentato dallo stesso produttore, senza una concreta diversificazione dei suppliers.

Inoltre, Mosca rafforzerebbe i legami energetici con la Turchia, accentuando allo stesso tempo la dipendenza energetica di questa nazione dalle importazioni russe, che attualmente coprono il 55% delle importazioni turche di gas naturale.

Tuttavia, Erdogan non perde occasione di sottolineare la volontà di intraprendere una politica volta a ridurre la dipendenza energetica dalla Russia, sviluppando ad esempio il corridoio energetico lungo il Mediterraneo orientale, rafforzando la cooperazione energetica con Israele, che dispone di notevoli riserve offshore di gas naturale (inferiori a 1000 mmc).

In concomitanza dell’incontro con Putin – avvenuto nell’ambito del World Energy Congress tenutosi ad Istanbul – vi è stato l’incontro tra i ministri dell’energia dei due paesi, dopo 6 anni di interruzione delle relazioni diplomatiche, a seguito dell’attacco all’imbarcazione Mavi Marmara in acque internazionali. Sono riprese le discussioni per la realizzazione di un gasdotto sottomarino (500 km) che dovrebbe collegare l’enorme giacimento offshore israeliano di Leviathan (623 mmc) con il porto turco di Mersin, con una prevista capacità di 30 mmc, 10 dei quali destinati alla Turchia e i volumi restanti destinati ai mercati della UE.

Secondo la strategia energetica elaborata dal governo israeliano, la produzione ricavata dalla seconda fase di sviluppo di Leviathan sarà commercializzata in Turchia.

Questo attivismo diplomatico turco in ambito energetico rafforzerà sicuramente il suo ruolo di hub di distribuzione verso i mercati europei, crocevia di numerosi gasdotti (Turkish Stream, gasdotto turco-israeliano, gasdotto transanatolico e transadriatico): permangono tuttavia dubbi sulla compatibilità geopolitica di tutti questi progetti, in quanto l’accordo con la Russia garantisce volumi di gas sufficienti a soddisfare i consumi interni ma accentua la dipendenza dalle importazioni russe e la vulnerabilità in termini di sicurezza energetica.

La cooperazione energetica con Israele permetterebbe una diversificazione geografica degli approvvigionamenti, ma la Russia potrebbe opporsi al fatto che volumi aggiuntivi di gas che sfuggono al controllo di Gazprom vengano destinati al mercato europeo, considerato anche che la Turchia potrebbe non aver bisogno dei 10 mmc provenienti da Leviathan nel caso di realizzazione di Turkish Stream (16 mmc destinati alla Turchia).

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