Le elezioni parlamentari in Georgia

Una panoramica di Tbilisi dall'alto/foto di Marilisa Lorusso per Tempi Moderni

Dall’8 al 30 ottobre si è votato in Georgia, una delle 15 repubbliche emerse dalla disgregazione dell’URSS. Il periodo elettorale è stato protratto perché la Georgia ha per il Parlamento un sistema elettorale misto: su 150 seggi 77 sono assegnati al proporzionale, 73 con il sistema maggioritario a maggioranza assoluta, cioè per passare al primo turno un candidato deve superare il 50% delle preferenze.

L’8 ottobre il quadro politico al sistema proporzionale assicurava una sicura vittoria al partito uscente, il centrista Sogno Georgiano. Questa posizione si è rafforzata con i ballottaggi di fine mese.

Prima di entrare nel merito del quadro politico emerso dalle elezioni, alcune considerazioni sul voto in sé. La prima riguarda l’affluenza alle urne, scesa dal 60% delle precedenti elezioni parlamentari al 51%. Un elettore su due ha scelto di non votare, un dato importante e reso ancora più significativo dal fatto che la riforma costituzionale del 2013 ha ridistribuito poteri dalla presidenza al Governo che il Parlamento sarà chiamato ad esprimere. L’organo legislativo ha quindi assunto maggiore rilevanza politica, e il voto di questo ottobre di conseguenza. Un così alto assenteismo al voto non è un dato incoraggiante, sia nelle possibili cause (scarsa fiducia nella politica, poca identificazione con i partiti e i programmi, senso di impotenza rispetto ai processi in corso nel paese), sia nelle possibili conseguenze, in termini di legittimità e rappresentanza della classe politica in carica. Al ballottaggio l’affluenza è scesa al 37%, decisamente un campanello d’allarme.

Il secondo punto riguarda gli aspetti discorsivi della legge elettorale. La soglia del 5% ha lasciato non rappresentato in parlamento il 20% dei voti espressi. La Georgia aveva in passato una soglia al 3%, che però frammentava l’emiciclo al punto che la vita parlamentare era resa difficilmente governabile per l’alto numero di partiti minori il cui potere contrattuale – in un parlamento numericamente molto ridotto, attualmente di 150 seggi – diveniva sproporzionalmente alto. Un partito come i Patrioti, con il 5% dei voti ha oggi diritto a 6 seggi, per cui ipotizzare l’abbassamento della soglia spaventa l’elettorato georgiano. In paese è però cambiato rispetto al passato, e la questione della scarsa rappresentanza pare più rilevante rispetto a quello del rischio dell’ingovernabilità. Anzi, nel nuovo parlamento è proprio il pluralismo ad essere sacrificato.

Un dato incoraggiante riguarda invece lo svolgimento del voto. Con rare eccezioni le elezioni sono state ordinate, gli episodi di violenza circoscritti, anche se gravi. Questo è un risultato positivo per un paese che ha conosciuto un colpo di stato, tre guerre per il controllo del territorio, una rivoluzione colorata, elezioni anticipate e disordini anche violenti e legati a problemi nel controllo dell’uso della forza sia da parte di organi statuali che non statuali. Sotto questo profilo, elezioni svolte pacificamente sono un fattore decisamente incoraggiante e che dà la misura di una progressiva stabilizzazione.

E l’esigenza di stabilizzazione è anche una delle chiavi di lettura del risultato del voto. Gli elettori hanno confermato fiducia al governo in carica e con risolutezza. Lontano dagli eccessi rivoluzionari del Movimento Nazionale Unito, ex partito di governo e ora principale forza di opposizione, il Sogno Georgiano è un progetto politico dell’oligarca Bidzina Ivanishvili. Come tutti i partiti legati a doppio filo al proprio fondatore più che espressione di una ideologia il Sogno rispecchia i suoi circoli e legami, e le sue personali inclinazioni. È quindi un partito che per sommi capi si colloca al centro dell’emiciclo parlamentare, ma che esprime valori conservatori, molto vicino a circoli ecclesiastici. Allo stesso tempo adotta un programma di economia politica liberale ma aperta a misure da social-democrazia. In Georgia sono scomparsi da anni dal parlamento la sinistra e il centro-sinistra ma, sebbene gli elettori non sembrino lamentarne l’assenza, quando i governi hanno adottato misure di fatto ridistributive del reddito o garantiste sono stati premiati dal consenso. In particolare il governo uscente aveva arrestato la pervasiva privatizzazione della sanità assicurando l’accesso all’assistenza essenziale gratuita, e aveva attivato programmi di micro-finanziamento a co-partecipazione pubblica e privata. In questo ultimo processo gioca un ruolo importante la fondazione di Ivanishvili, che si è ufficialmente ritirato da incarichi pubblici ma che di fatto continua a essere figura di riferimento della vita politica, e il cui capitale continua ad orbitare intorno al Sogno. E il suo partito ora dilaga in Parlamento: 115 seggi su 150, con i rimanenti 35 distribuiti fra il Movimento (27), i Patrioti (6), un indipendente e 1 rappresentate degli Industriali, tutti partiti distribuiti fra posizioni tipo Partito Popolare Europeo (il Movimento ne è affiliato), e movimenti populisti anti-occidentali (i Patrioti).

Il Movimento, unica attuale alternativa al Sogno, è travagliato da fratture interne. La classe dirigente che l’ha portato al governo è composta dai ranghi usciti dalla Rivoluzione delle Rose (2003), politici giovanissimi all’epoca, con ancora una vita parlamentare avanti anche di due decenni, per cui la svolta del partito difficilmente potrebbe emergere da un cambio generazionale. Allo stesso tempo una svolta è necessaria, le elezioni sono andate male, si sono persi 19 seggi che su un parlamento di 150 sono molti. Una parte del partito pare consapevole che è tempo di chiudere l’esperienza rivoluzionaria e interpretare il processo di normalizzazione politica, ma su questo c’è un rischio spaccature. Come Ivanishvili nel Sogno, sul Movimento grava la figura di un altro outsider alla politica attiva: l’ex presidente Mikheil Saakashvili, indagato in patria, ma Governatore in Ucraina, e zoccolo duro del Movimento di inizi anni 2000 e figura che sa fare politica attraverso la piazza e le prove di forza, più che intorno al tavolo della negoziazione e del compromesso.

Fra queste due anime si gioca la sorte del Movimento, mentre l’elettorato pare aver già scelto. Nessuna rivoluzione dura per sempre, soprattutto ora che il nemico di allora, la gerontocrazia oligarchica post-sovietica, pare sconfitto. Mentre contro i nemici attuali – l’economia che stenta a partire, un potere d’acquisto troppo debole per sostenere una sana economia di produzione e consumo interno, in grado a sua volta di assorbire la disoccupazione, e un quadro regionale troppo problematico per poter proiettare il paese entro una economia di scala competitiva a livello globale – è allo stato attuale difficile immaginare una piazza con strumenti e programmi efficaci.

La democrazia georgiana emersa dal voto soffre quindi dello strapotere del partito del governo e della crisi delle sue opposizioni, anche dei partiti minori spazzati via dalla legge elettorale, dalle scarse strategie in termini di coalizioni pre-elettorali e fra il primo turno e il secondo, quando si è assistiti a una resa di candidati al maggioritario a favore del Sogno. Il rischio di questo quadro è che – come tradizione nei paesi post-sovietici – la prima vittima sia la Costituzione. In buona parte dell’ex URSS c’e’ una diffusa tendenza dei governi che assumono il potere, e hanno i numeri in parlamento, a emendare in base alle contingenze politiche la Legge Fondamentale, nonostante i testi risalgano agli anni ’90 e non necessitino di svecchiamenti. Questo non contribuisce a consolidare uno dei massimi elementi di coesione sociale di un paese: una solida cultura costituzionale, grazie alla quale anche nelle più difficili transizioni politiche o istituzionali il cittadino si sente garantito dalla Legge Fondamentale, e accetta quindi di continuare a portare avanti la propria lotta politica entro i suoi margini, anche – paradossalmente – quando si parla di emendarla.

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