Sudan e Gambia contro la Corte dell’Aia ma l’Italia li “ingaggia” per i migranti

Negli ultimi cinque mesi centinaia, migliaia di profughi eritrei sono stati fermati in Sudan e gettati in carcere, in attesa di essere rimpatriati contro la loro volontà: riconsegnati alla dittatura dalla quale erano scappati. Lo scorso agosto, 40 giovani sudanesi sono stati fermati dalla polizia italiana a Ventimiglia e trasferiti con un volo speciale da Torino a Khartoum: un vero e proprio respingimento di massa, in contrasto con le norme del diritto internazionale. Sono gli effetti più evidenti del patto bilaterale sul “controllo dell’immigrazione” che l’Italia ha sottoscritto il 4 agosto con Omar Al Bashir, il dittatore del Sudan. Lo stesso incubo di rimpatri forzati in serie si profila per i richiedenti asilo del Gambia, in base a un altro patto bilaterale, firmato tra Roma e Banjul, simile a quello con Khartoum.

Il Governo italiano non sembra preoccuparsi minimamente della sorte che attende questi giovani, una volta rimandati indietro. Eppure il Sudan e il Gambia sono due Stati dove il rispetto dei diritti umani è quanto meno aleatorio mentre è, invece, costante, violenta, la soppressione di ogni forma di dissenso e libertà. In un clima crescente di impunità di fronte alla giustizia internazionale. Un clima alimentato in particolare da Al Bashir ma su cui l’Italia sembra avere poco o nulla da ridire.

Al Bashir, per molti versi, combatte una battaglia “personale”. Sul suo capo pende un ordine di cattura emesso dalla Corte Penale Internazionale (la Cpi, con sede all’Aia) per le stragi e le violenze di ogni genere che hanno devastato il Darfur, con migliaia di vittime. Poco più di un anno fa, nel giugno del 2015, ha rischiato di essere arrestato, al suo arrivo a Johannesburg, in Sud Africa, dove si era recato per partecipare a un summit straordinario dell’Unione Africana. L’ha scampata solo per un soffio: la magistratura si stava già attivando, ma il presidente Jacob Zuma e il governo di Pretoria non hanno voluto dare corso al mandato della Cpi. Per il dittatore sudanese è stata una vittoria. Lui si è sempre rifiutato di ratificare lo Statuto di Roma, il trattato che prevede l’accettazione, da parte di 123 Paesi, della Corte Penale dell’Aia come organismo giurisdizionale in caso di violazioni della Convenzione di Ginevra, a partire da crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Il mancato arresto di Johannesburg ne ha rafforzato la posizione e, su questa scia, è diventato uno dei principali “alfieri” della lotta che sembra essersi scatenata, in Africa, contro quella che può considerarsi la più alta corte di giustizia del pianeta. Una nuova occasione gliel’hanno offerta ora le decisioni prese da tre Stati, in rapida successione, di revocare l’adesione allo Statuto di Roma.

Il primo a “ritirarsi”, a metà ottobre, è stato il Burundi, dove sono state raccolte prove sufficienti ad aprire un’inchiesta, con l’ipotesi di crimini contro l’umanità, per quanto è accaduto nell’arco dei due anni di guerra civile che sta insanguinando il paese. In particolare, i commissari dell’Onu hanno redatto una lista di dodici possibili imputati da deferire al Tribunale dell’Aia, tra i quali il presidente Pierre Nkurunziza e il numero due del regime, il generale Alain Guillaume Bunyoni, ministro della sicurezza. È presumibile che la decisione di lasciare la Cpi sia legata appunto a questa inchiesta: che la giunta militare al potere, cioè, non voglia finire di fronte a una corte di giustizia internazionale.

Il 20 ottobre è stata la volta del Sud Africa. I primi contrasti tra Pretoria e il tribunale internazionale risalgono proprio al mancato arresto di Al Bashir nel 2015, una decisione per la quale il Governo e il presidente Zuma sono stati accusati di proteggere il dittatore sudanese, nonostante le prove raccolte a suo carico, per una sorta di “solidarietà africana”. Da allora la tensione si è via via acuita, fino alla decisione di uscire dalla Cpi. Una scelta, scrive Lorenzo Simoncelli su La Stampa, giunta probabilmente non a caso “un mese prima del processo in cui i giudici sudafricani dovranno decidere sull’operato di Pretoria riguardo la questione Al Bashir”, perché “arrivare alla sentenza fuori dallo Statuto di Roma darebbe più forza al governo”. Anzi, il collegamento tra questa “uscita” e le contestazioni dell’Aia sul caso Al Bashir trova una conferma abbastanza esplicita nella risposta data dal ministro della giustizia ai giornalisti che hanno chiesto i motivi della presa di posizione contro la Cpi: “Non poter invitare sul nostro territorio anche ipotetici ribelli o accusati di gravi crimini, limita le nostre attività diplomatiche come Paese attivo nella mediazione e nei tavoli di pace”. “Una giustificazione – fa notare sempre Lorenzo Simoncelli – che ha lasciato decisamente di stucco molti analisti”.

Ancora qualche giorno e, il 24 ottobre, si è ritirato dallo Statuto di Roma anche il Gambia. Un po’ a sorpresa, visto che il procuratore generale della Cpi è proprio un ex ministro della giustizia gambiano, Fata Bensuda, eletta all’Aia nel giugno 2012. Ma tant’è: la decisione del governo di Banjul è stata annunciata alla Tv pubblica dal ministro dell’informazione Sheriff Bojanj, che ha accusato la Corte dell’Aia di “perseguitare gli Stati africani e in particolare i loro governanti”, mentre ci sarebbero “almeno trenta paesi occidentali che hanno commesso crimini di guerra ma che restano impuniti”. In sostanza, gli stessi argomenti addotti dal Burundi e dal Sud Africa e che, evidentemente, riflettono in pieno il pensiero di Yahya Jammeh, il presidente gambiano, anche lui messo sotto accusa dai dossier di Human Rights Watch per aver “tacitato” gli oppositori con arresti arbitrari, carcerazioni illegali, torture, sparizioni misteriose di prigionieri politici.

Omar Al Bashir ha colto al volo queste motivazioni, lanciando una campagna per una denuncia in massa dello Statuto di Roma da parte degli Stati dell’intera Africa. “La Corte Penale Internazionale – ha dichiarato al quotidiano Afrique Telegraph – è un nuovo strumento coloniale, che prende di mira unicamente i governi africani. Allora io chiedo ai governanti e ai popoli dell’Africa che ne sono ancora membri di prendere la decisione collettiva di ritirarsi tutti insieme”. E il suo appello sembra far breccia: secondo quanto scrive il quotidiano Liberte Algerie, ad esempio, il Kenya starebbe meditando di imboccare a breve la stessa strada scelta da Burundi, Sud Africa e Gambia.

Che la situazione sia allarmante, specie alla luce delle crescenti, palesi violazioni dei diritti umani in tutto il mondo, lo ha sottolineato il presidente dell’assemblea degli Stati fondatori della Cpi, Sidiki Kaba: “Oggi c’è più che mai un enorme bisogno di giustizia universale”, ha dichiarato in una conferenza stampa. Come dire che un indebolimento della Corte dell’Aia potrebbe rivelarsi quanto meno un pericoloso passo indietro. Parole a cui fa riscontro la preoccupazione manifestata dal segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, dopo il ritiro in pochi giorni di ben tre Stati.

Nessun commento, invece, da parte della “politica” italiana Eppure l’Italia avrebbe più di qualche motivo per riflettere su quanto sta accadendo, proprio per gli accordi che ha stretto prima con il Gambia, che ha appena disconosciuto l’autorità della Corte Penale Internazionale, e poi con il Sudan di Omar Al Bashir, che sta ”facendo campagna” perché altri Governi africani seguano l’esempio del Gambia stesso, del Sud Africa e del Burundi. Accordi bilaterali e semi segreti che prevedono il blocco dei profughi in Africa e la “riconsegna” di quelli che vengono respinti dall’Unione Europea. Ecco, questi patti erano già, a dir poco, discutibili in se stessi, ma ora si aggiunge che i migranti verranno lasciati in balia di Stati che vogliono togliere alla Giustizia internazionale il potere di mettere sotto accusa chi ne minaccia o ne viola apertamente i diritti o comunque non rispetta la Convenzione di Ginevra. Anzi, il potere di istruire in generale procedimenti per “lesa umanità”

Tratto da Diritti e Frontiere

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