Il potenziale nascosto delle imprenditrici immigrate

Dati recenti sottolineano come la presenza femminile tra gli imprenditori stranieri sia in crescita, sia giovane e abbia caratteri di innovazione: è straniero il 9,3% delle aziende capitanate da una donna (pari a 121 mila unità) contro una percentuale dell’8,5% tra quelle maschili. Le circa 90.300 imprese femminili straniere presenti nell’Italia centro-settentrionale costituiscono quasi l’11% del tessuto imprenditoriale rosa dell’area, nel Lazio sono il 10,7% (Rapporto Impresa in Genere, 2016).

Considerate per anni figure presenti solo come mogli o figlie, le donne sono state definite passive rispetto alla decisione di partire. Ma le donne ci sono sempre state e lo studio delle migrazioni ha gradualmente “scoperto” e valorizzato la loro presenza. D’altra parte la femminilizzazione è stata definita come una delle principali caratteristiche delle migrazioni contemporanee (Castels, 1993). Dalla metà degli anni Settanta, l’introduzione della prospettiva di genere come cornice di analisi ha permesso di sollevare una serie di domande e riflessioni, mostrando le connessioni di questo concetto con la globalizzazione e le trasformazioni delle economie nazionali. Il genere sottolinea i cambiamenti nelle relazioni uomo-donna sia nei paesi di destinazione sia in quelli di provenienza dal momento che la migrazione va a mettere in discussione i tradizionali ruoli all’interno delle famiglie.

Per le donne, ancor più che per gli uomini, il compiersi della migrazione può quindi essere visto come il risultato di un insieme di fattori quali: l’età, il ruolo nella famiglia, l’essere sposate e avere figli, il livello di istruzione e avere una qualche esperienza lavorativa. Queste caratteristiche si riflettono su progetti molto diversi: assicurare le rimesse, coltivare la propria istruzione, fuggire da contesti patriarcali, costruire un futuro stabile nella società ospite (Tognetti Bordogna, 2012). Questi progetti possono cambiare: permanenze temporanee possono assumere un lungo termine e viceversa. In ogni caso le donne si spostano nel quadro di strategie sia familiari sia individuali. L’aspettativa di emancipazione risulta strettamente correlata al desiderio di una maggiore parità di genere aumentando l’autonomia personale e le proprie capacità. Se in una certa misura le donne restano simbolo dei valori tradizionali, al tempo stesso giocano un ruolo centrale nel mediare tra due mondi attraverso l’educazione dei figli e il loro coinvolgimento nella vita quotidiana del paese di accoglienza. Le donne della migrazione si fanno dunque protagoniste di importanti trasformazioni.

Un aspetto quest’ultimo che apre la strada ai temi più ampi della presenza degli immigrati nella società di accoglienza: specialmente nel momento attuale la migrazione diventa più che mai terreno di scontro, di strumentalizzazione spesso efficace che travolge, senza fare differenze, tutto ciò che è possibile etichettare come straniero, immigrato, sconosciuto e così via. Il panorama italiano dell’immigrazione è fortemente diversificato e ormai radicato in tutto il territorio nazionale, il nostro è ormai un paese multietnico e come tale è chiamato a riconoscere le dinamiche che interessano le diverse componenti della popolazione: dalle caratteristiche demografiche a quelle socio-economiche, dalla specificità del modello migratorio ai percorsi di insediamento, dalle opportunità lavorative al grado di inclusione sociale.

In modo particolare il tema del lavoro ha rappresentato l’ambito privilegiato di osservazione e valutazione dei processi di inserimento degli immigrati nella società di accoglienza: il percorso intrapreso diventa un elemento fondamentale nella definizione di aspetti relativi alla qualità della vita, delle attese e dei progetti dei singoli. Con ricadute inevitabili nella vita della comunità e del paese. L’Italia ha sempre presentato alcune peculiarità rispetto al fenomeno migratorio, nel modo di gestirlo e di studiarlo. Nota è l’espressione di Ambrosini di “importazione riluttante” di lavoro immigrato che nel corso degli anni si è accompagnata a una generale impreparazione nella gestione degli imponenti flussi migratori degli anni Novanta del secolo scorso.

Altrettanta specificità si può riscontrare rispetto al tema dell’imprenditoria: nel paese l’imprenditoria immigrata sembrerebbe rispondere al modello della mobilità bloccata in base al quale la precarietà e la discriminazione spingono a trovare nel lavoro indipendente una necessaria alternativa all’esclusione dal mercato del lavoro dipendente. D’altra parte la tradizionale importanza della piccola dimensione produttiva può aver favorito l’azione dei più intraprendenti in alcuni settori. Un’eventuale valutazione del fenomeno non può però prescindere da alcune constatazioni: la difficoltà di distinguere in modo univoco cosa vada a qualificarsi come “impresa” tanto da sfumare profondamente il confine tra attività imprenditoriale e forme di auto-impiego; la necessità e l’utilità di procedere a una classificazione delle imprese immigrate, etichetta che comprende il cosiddetto ethnic businesse le “imprese aperte” che di “etnico” non hanno nulla. Lo studio della realtà imprenditoriale immigrata ha prodotto una significativa letteratura sulla base di indagini e rilevazioni nei contesti locali, tuttavia, quando si sceglie una prospettiva di genere il quadro si restringe sensibilmente. Imprenditoria e lavoro autonomo sono inquadrate nella più ampia strategia di incorporazione delle donne nelle società di arrivo e nella specificità del loro percorso migratorio. Nella cornice interpretativa fornita dallo studio delle gender migrations l’iniziativa economica femminile sembrerebbe assumere precisi significati, diversi da quelli che sostengono l’operato maschile. Le motivazioni delle donne spesso non si esauriscono nel dato economico ma trovano un’ampia giustificazione anche nello spazio dell’autorealizzazione: il percorso professionale, culminante nell’apertura dell’impresa o in generale nell’uscita dal lavoro dipendente, è percepito e vissuto in primo luogo come momento di autodeterminazione, come momento nel quale valorizzare la propria creatività e le proprie capacità. Ciò emerge da una ricerca qualitativa condotta a Roma e realizzata con dieci imprenditrici immigrate occupate in diversi settori di attività. Lo studio nasce da alcune suggestioni sollecitate dal fenomeno migratorio contemporaneo che si presenta dinamico e per certi aspetti ancora incerto in alcuni suoi esiti e nelle sue potenzialità. La crescita della componente femminile è stata letta nel quadro della forte segmentazione del mercato del lavoro che, nelle grandi aree urbane del mondo globalizzato, riserva agli immigrati, e sicuramente alle donne, mansioni dequalificate e non tutelate. A partire da questo punto diversi contributi si sono rifatti all’agire di forme di discriminazioni doppie e triple che sembrano segnare inevitabilmente l’esperienza delle immigrate nelle società di arrivo. A tale proposito l’attenzione non può che essere attirata dalla concentrazione nel lavoro domestico e di cura: questa collocazione ripropone a livello mondiale la tradizionale separazione dei ruoli tra uomini e donne e, specialmente nel caso italiano, ha contribuito a sedimentare l’immagine della donna immigrata che tenderebbe a muoversi tra poche figure: la domestica, la badante, la prostituta. Lungo queste categorie sono stati rafforzati gli stereotipi di genere insieme a quelli di tipo etnico che attribuiscono difetti e qualità circa l’attitudine di alcune immigrate a svolgere il lavoro domestico e di cura. Ma le lavoratrici immigrate sono molto di più. In questo caso le imprenditrici del tessuto romano si mostrano come esempio di “vincitrici” in due direzioni: nel lavoro, nell’impresa, riversano tutta la loro soggettività, l’energia personale e la progettualità; la loro esperienza mette in discussione la rappresentazione tipica e prevalente degli immigrati.

Il lavoro e il “vivere insieme” sono due dimensioni strettamente connesse, “agitate” al loro interno da altri temi come la cittadinanza, le considerazioni sulla seconda generazione, le differenze tra la loro esperienza e quella dei nuovi migranti. In questa sede non vengono indicate tipologie e generalizzazioni, ciò che interessa è sottolineare come, pur nella diversità dei contesti di provenienza e delle esperienze per queste donne si sia compiuto un percorso di mobilità nella misura in cui decisiva è stata la possibilità di abbandonare il lavoro domestico e di cura; il desiderio di autonomia e la forte identificazione con l’attività svolta spostano questa dimensione al primo posto nella costruzione della loro esperienza. La “carriera” ha rappresentato certamente un vero e proprio riscatto nella loro percezione animata sempre da una grande consapevolezza delle proprie capacità e della propria forza.

In questo senso c’è da interrogarsi sulla percezione della società di arrivo di queste realtà che, piccole ma in forte crescita, sono tese a mostrare un altro lato dell’immigrazione aprendo alcuni interrogativi sul concetto complesso e multidimensionale di integrazione. Le imprenditrici incontrate hanno coltivato negli anni un’integrazione funzionale e dal tratto fortemente individuale. L’imprenditorialità, e il riconoscimento connesso, le rende “vincitrici” in due direzioni: in primo luogo in essa riversano tutta la loro soggettività, l’energia personale e la progettualità; in secondo luogo l’organizzazione della narrazione in questa cornice permette loro di mettere in discussione la rappresentazione tipica e prevalente degli immigrati. Sembra interessante notare come il percorso

imprenditoriale non diventa e non resta una scelta esclusivamente economica ma possibile strumento di distinzione che permette di restituire una particolare immagine di sé e della propria esperienza.

Questi tratti così interessanti emergono ancora con fatica nel contesto italiano di accoglienza rispetto al quale si scorgono sentimenti e percezioni contrastanti: mantengono infatti una posizione distaccata che le porta e vedersi ancora oggi come immigrate e come straniere in costante cammino verso l’integrazione. È quindi interessante notare come nella prospettiva di donne migranti, dunque come portatrici di una visione a lungo ignorata e tenuta in secondo piano rispetto a quella mainstream (maschile), occupi un particolare spazio il richiamo a un’integrazione fondata sul dialogo, sul rispetto delle differenze e sulla dignità. L’immagine di serietà, di impegno, di consapevolezza e apertura verso l’altro sembra porre all’orizzonte questioni inevitabili sul reale riconoscimento e valorizzazione di questa particolare fetta dell’imprenditoria nostrana.

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