Libera Basilicata non firma il protocollo contro il caporalato

È notizia di qualche giorno fa la sottoscrizione dell’accordo quadro attuativo del protocollo nazionale contro il caporalato e lo sfruttamento lavorativo in agricoltura che ha portato a una risoluzione regionale che tende a limitare i fenomeni di illegalità nell’intermediazione della manodopera e nella gestione dei rapporti di lavoro, nella piena integrazione e tutela dei lavoratori anche stranieri.

Già il 27 maggio l’intesa era stata firmata dai Ministeri dell’Interno, del Lavoro, delle Politiche agricole alimentari e forestali, insieme all’Ispettorato Nazionale del Lavoro, dalla Regione Basilicata, Calabria, Campania, Piemonte, Puglia e Sicilia, dalle organizzazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil, e dalle associazioni di categoria Coldiretti, Cia, Copagri, Confagricoltura, e Cna, Alleanza delle Cooperative, Caritas, Libera e Croce Rossa Italiana.

A sottoscriverlo poi, presso la Prefettura di Potenza il 17 novembre, il presidente della Regione, Marcello Pittella, assieme ai prefetti di Potenza e Matera, i rappresentanti della Direzione Territoriale del Lavoro e della Direzione generale dell’ASP di Potenza, delle forze dell’ordine, dell’Asl oltre ai segretari regionali delle sigle sindacali di categoria, ai responsabili delle associazioni datoriali del comparto agricolo e delle associazioni di volontariato e del terzo settore impegnate in materia di assistenza sanitaria ed umanitaria.

Tra di esse non compare però Libera Basilicata, pur essendo anche questa – come accennato – firmataria del protocollo sperimentale nazionale.

Perché dunque questo dietro front?

Pare che Libera Basilicata abbia condiviso con il suo nazionale la decisione di non firmare l’accordo per ragioni comunicate al Prefetto e poi divulgate a mezzo stampa.

Da quanto emerge, Libera Basilicata ha reiterato la volontà dell’associazione di non ratificare il protocollo contro il caporalato poiché la proposta dell’accordo quadro non è stata il frutto di un percorso condiviso e partecipato in cui si sarebbe dovuta fare – a loro parere – un’attenta analisi della questione e successivamente individuare le criticità per arrivare a formulare una proposta efficace per contrastare il fenomeno del caporalato, lo sfruttamento lavorativo in agricoltura e le infiltrazioni criminali e mafiose.
L’accordo – continua il comunicato – non definisce gli ambiti specifici nei quali Libera può contribuire, quali: il riutilizzo sociale dei beni confiscati, l’accompagnamento alla denuncia, la memoria, l’analisi e la formazione sul fenomeno delle agromafie, il contrasto ai fenomeni connessi come quello della tratta e della prostituzione, i percorsi educativi sulla legalità e sull’agricoltura sociale e solidale rispettosa del territorio, della dignità umana e non delle lobbies del mercato globale.

Pare, inoltre, che anche a livello nazionale Libera stia riflettendo sugli eventuali accordi territoriali di attuazione del Protocollo nazionale contro il caporalato, anche alla luce della recente legge approvata dal Parlamento.

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