Intervista a Giuseppe Acconcia, autore de Il Grande Iran

Giuseppe Acconcia, corrispondete dal Medio Oriente e ricercatore per la Goldsmiths University of London e per l’Università Bocconi. Firma de Il Manifesto e autore di varie pubblicazioni di particolare prestigio. Il suo ultimo lavoro si intitola “Il Grande Iran” (Exorma editore – euro 14,50). Un lavoro di ricerca su un Paese particolarmente complesso e al centro della geopolitica mondiale ma anche rappresentativo di una grande passione dell’autore per l’ran, la sua storia e il ruolo che gioca e gcherà nello scacchiere mediorientale e non solo.

A Giuseppe Acconcia domandiamo in primis perché scrivere un libro sull’Iran e poi a chi si rivolge questo suo lavoro?

Parlare di Iran in questo contesto significa raccontare un Paese che sta per rientrare nel mercato globale dopo anni di isolamento. Un Paese manipolato da sempre dalle grandi potenze regionali: Russia, Stati Uniti e Gran Bretagna, ma che ha sempre difeso la sua identità. E poi qui si è registrata la prima vera e grande rivoluzione del Medio Oriente: la rivoluzione del 1979. In una fase in cui i movimenti del 2011 hanno fallito l’unico modello resta la Rivoluzione iraniana.

È evidente, nel leggere il testo, un amore profondo dell’autore per questo Paese. Da dove deriva questo interesse?

Ho vissuto in Iran tra il 2004 e il 2005 quando lavoravo all’ambasciata italiana. Sono tornato a Tehran nel 2009, durante le proteste per la seconda elezione di Ahmadinejad, e nel 2014, quando ormai il presidente Ruhani aveva avviato il progressivo riavvicinamento con la comunità internazionale. Ma dal primo momento, dal primo giorno in cui ho viaggiato per le strade della capitale iraniana, ho amato questo Paese, gli iraniani che ho incontrato, le città che ho visitato.

L’Iran viene definito da subito il paese del dispotismo e delle lotte civili. Si tratta di due aspetti forse caratteristici del Paese. Chi sono i protagonisti del dispotismo e delle lotte civili? E quali sono le loro principali caratteristiche?

L’Iran dei despoti è l’Iran della dinastia Qajar, di cui parlo nel primo capitolo di questo volume. I Qajar hanno avviato la costruzione dello stato persiano per come lo conosciamo oggi, ma anche a quel tempo, i mercanti dei bazar, gli ayatollah e gli intellettuali erano le anime di una società civile estremamente complessa. La società iraniana, fino al movimento riformista guidato dall’ex presidente Khatami, è sempre stata più progressista dello stato. E questo rende l’Iran un Paese unico nella regione.

Leggendo Il Grande Iran si apprende dell’esistenza di una classe di giovani studenti particolarmente attivi, vivaci, impegnati. Si tratta di un attivismo considerato testualmente “una passione rara in Europa”. È un patrimonio prezioso per la vivacità che sa esprimere e il desiderio di cambiamento che questi ragazzi sanno elaborare e manifestare. Quale è in tal senso la tua esperienza di ricerca e quale può essere il loro ruolo nell’Iran di oggi?

Ho passato tanto tempo all’Università di Tehran tra i giovani iraniani che hanno animato associazioni studentesche, giornali universitari e movimenti. La popolazione iraniana è composta da giovani e giovanissimi, sono loro che hanno chiesto maggiori diritti nel 2011 e hanno sperato nella svolta moderata di Hassan Ruhani. Tra di loro sono tante le donne che lavorano per la difesa dei loro diritti, le organizzazioni non governative che quotidianamente si scontrano con le regole rigide imposte dallo stato. Per esempio lo scorso anno un gruppo di giovani ha girato un video in cui ballavano insieme ragazzi e ragazze, sfidando le rigide regole imposte dalla Repubblica islamica. In realtà, nonostante un controllo scientifico a cui sono sottoposti tutti gli iraniani, ci sono tantissime eccezioni, soprattutto nello spazio privato, dove in realtà tutto è possibile e le autorità non entrano.

Proprio questi giovani studenti potranno diventare nuova classe dirigente o sono condannati a vivere una profonda delusione per le aspettative di riforma non realizzate dal regime?

In realtà esiste tra i più giovani un grande senso di frustrazione che spinge molti a trasferirsi in Europa o negli Stati Uniti. Tanti però cercano di cambiare le cose dall’interno e di costruire così un’alternativa culturale che va dalla musica al cinema fino al teatro. Tra Festival e concerti, Tehran è una delle città dalla vita culturale più interessante della regione.

Iran e democrazia. Un binomio difficile forse da immaginare e coniugare ancora oggi. Come si relaziona il Paese con il concetto di democrazia? O meglio, ci sono dei processi in corso oltre alle aspettative e al lavoro coraggioso dei giovani studenti per costruire le basi di una possibile democrazia oppure no? E nel caso quali sono questi processi e chi sono i loro protagonisti?

In Iran ci sono elezioni parlamentari e presidenziali, campagne elettorali, schieramenti politici. Certo il Consiglio dei Guardiani blocca molte candidature percepite come critiche del sistema post-rivoluzionario. Partiti e movimenti di sinistra che avevano preso parte alla rivoluzione del 1979 sono stati esclusi da Khomeini. La guerra tra Iran e Iraq ha bloccato le richieste rivoluzionarie. Ma il complesso sistema istituzionale post-rivoluzionario ha dimostrato di funzionare con gli avvicendamenti tra riformisti, ultra-conservatori e moderati che hanno governato il Paese negli ultimi anni. Ovviamente il centro di tutto resta Ali Khamenei la guida suprema, sarà interessante capire cosa accadrà quando si aprirà la fase di passaggio di poteri al suo successore.

Nel libro viene riservata una particolare attenzione ai Qajar. Vuoi spiegarci sinteticamente chi sono e che ruolo storicamente hanno svolto anche in relazione alla presenza britannica e poi russa in Iran?

L’Iran della dinastia Qajar era un impero tribale dove paradossalmente anche la diffusa pratica di prendere ostaggi era un modo per mantenere la sicurezza. Né una parziale burocrazia centralizzata né l’esercito aiutavano i sovrani Qajar nel controllare le province e i governatorati. Per queste ragioni, da una parte, il governo dipendeva dagli ulema per l’amministrazione della giustizia e i servizi pubblici. Dall’altra, la corte dipendeva dai mercanti (per esempio commercianti, banchieri, intermediatori finanziari) per l’approvvigionamento e la cessione di capitali. Come conseguenza delle concessioni Baku e Reuter, crebbe la presenza economica britannica e russa in Iran trasformando il paese da un’“economia pre-capitalista” ad “un’economia di mercato”. Per queste ragioni, i mercanti locali furono svantaggiati nella garanzia sulle loro proprietà dalla competizione straniera. Contemporaneamente, il mercato iraniano venne invaso da beni europei e la valuta iraniana andò sotto il controllo britannico. La mancanza di potere degli shah Qajar era anche più evidente per la continua perdita di sovranità territoriale e per una certa incapacità diplomatica nelle alleanze strategiche internazionali. Un primo esempio in questo senso è l’accordo anglo-persiano concluso oralmente tra lo shah e il capitano John Malcom, che visitò Tehran nel 1800. L’inefficienza dell’accordo era evidente. E così, lo shah non ottenne alcun sostegno militare britannico in tre diversi attacchi russi.

Abbiamo trovato particolarmente interessante il capitolo sulla rivoluzione iraniana. Utile anche a chi si approccia per la prima volta a trattare questo tema, anche per uno stile non accademico o solo scientifico del libro ma al contrario di approfondimento chiaro e lineare. Un movimento, quello della rivoluzione iraniana, che tu stesso definisci di rivendicazione dei diritti individuali e popolari che per settant’anni ha segnato la storia del Paese. Eppure questo movimento è stato monopolizzato ad un certo punto dal clero sciita. Perché e come è potuto accadere?

Gli ayatollah hanno imposto la loro visione politica scavalcando la tradizione sciita e imponendo la velayat e-faqih, il governo dell’esperto di legge islamica. Negli anni successivi alla partenza dello shah, la componente religiosa sostenuta dalla piccola borghesia e dai mercanti del bazar provvide alla sistematica estromissione dal potere post-rivoluzionario delle componenti liberali e marxiste. Il Consiglio della Rivoluzione Islamica, dominato da una maggioranza di religiosi conservatori, tra cui gli ayatollah Beheshti, Taleqani, Mottahari, e il Governo Rivoluzionario Provvisorio, guidato dal liberale Bazargan, rimpiazzarono l’apparato di potere della famiglia Pahlavi. E poi venne il tempo di escludere i partiti nazionalisti e comunisti.

Tu sei un giornalista e un ricercatore e nella tua analisi non potevano mancare alcune riflessioni sul giornalismo in Iran e sul ruolo degli intellettuali. Esiste una stampa libera e critica nel paese? E la popolazione sostiene quest’ultima oppure è una stampa condannata a rimanere minoritaria e marginale? E poi i giornalisti non allineati possono svolgere serenamente il proprio lavoro oppure esistono seri rischi d’incolumità?

Sì, sono tante le voci critiche che fanno un ottimo lavoro in Iran. Lo schema è quello dello Zangirei, in altre parole un processo di apertura e chiusura per cui le redazioni di giornali minacciate dal regime, riaprono con altro nome e parte della redazione del giornale viene messa sotto la lente di ingrandimento delle autorità. Sono tanti i giornalisti critici che finiscono nelle carceri iraniane e tante le voci critiche costrette a lasciare il Paese.

E gli intellettuali iraniani sono anch’essi liberi? Nel libro citi Kiarostami, regista strepitoso che ha rappresentato con grande intelligenza l’Iran e la sua società e descrivi il tuo incontro con Dowlatabadi, ultima espressione, sostieni, di una generazione profondamente colpita da uccisioni da parte di paramilitari e oppositori. Dunque, quale è il ruolo degli intellettuali oggi nella società iraniana? Inoltre, esistono legami tra questi e la stampa e gli intellettuali occidentali o si tratta di intellettuali emarginati anche a livello mondiale?

Hai nominato degli artisti assoluti che ho avuto l’occasione di incontrare in Iran. Dowlatabadi e Shamlou, espressione migliore degli intellettuali della sinistra iraniana, sono degli esempi incredibili per la letteratura persiana ed europea. La cultura iraniana ha sempre subito il fascino e l’influenza europea e cinese ma questo ha prodotto dei risultati assolutamente unici.

Non si può parlare di Iran senza affrontare il tema del nucleare. Da ricercatore e giornalista quale è il tuo pensiero e come lo hai affrontato nel libro?

Evidentemente con l’elezione di Hassan Ruhani si è aperta una nuova stagione che ha permesso di chiudere il contenzioso nucleare che andava avanti da oltre dieci anni. Ma questo non ha incluso la fine immediata delle sanzioni internazionali contro Tehran. In particolare le banche degli Stati Uniti continuano a tenere congelati milioni di dollari nonostante la fine dell’embargo. Questa discriminazione nei confronti dell’Iran potrebbe aggravarsi ulteriormente con le nomine annunciate dal presidente eletto Donald Trump in posti chiave per la nuova amministrazione di uomini contrari all’intesa con Tehran (come Michael Flynn e Mike Pompeo).

L’Iran e le rivolte. Una stagione di grandi cambiamenti, aspettative e ambizioni. Ma si tratta di ambiziosi reali, praticabili, a tuo modo di vedere, oppure di una sorta di ubriacatura che è durata poco e non ha lasciato segni profondi nel Paese?

Purtroppo i movimenti del 2011 in Medio oriente hanno portato a molto poco. Le così dette Primavere arabe sono state fermate dal ritorno in grande stile dei vecchi regimi e pratiche repressive peggiori dei capi di stato precedenti. In Iran è rimasto molto poco dei tentativi di Moussavi e Kharroubi di guidare una rinascita del movimento riformista alle elezioni del 2009 e durante le proteste del 2011. Ma in Iran non sono mai mancate le sorprese, dai movimenti studenteschi del 1999, del 2003 e del 2011 è nato un laboratorio politico e culturale senza precedenti.

Ruhani, attuale presidente iraniano, è considerato un moderato. È ancora percepito come tale dalla popolazione o si percepisce del malcontento nei suoi riguardi?

Purtroppo Ruhani non ha potuto fare molto. Anche i centri del potere di solito in mano ai riformisti, dalle Università alla televisione pubblica sono state fin qui controllate da politici conservatori. Da una parte la mediazione sul nucleare di Javad Zarif e il raggiungimento dell’intesa hanno accreditato i moderati presso l’opinione pubblica. Dall’altra, politiche economiche neo-liberiste perseguite dai tecnocrati di Ruhani hanno accresciuto di sicuro il malcontento che serpeggia nel Paese anche in seguito all’imposizione delle sanzioni internazionali.

Il Grande Iran nel contesto geopolitico globale. Una riflessione complessa ma forse necessaria anche alla luce, ad esempio, della recente vittoria di Trump alle presidenziali americane. Quali immagini saranno le conseguenze per il Medio Oriente in generale e per l’Iran in particolare dopo la vittoria del miliardario americano?

Si apre la strada di una possibile revisione dell’intesa. Ma questo può essere limitato solo agli Stati Uniti perché gli altri Paesi europei, prima di tutto Francia, Germania e Italia, hanno già firmato contratti ingenti per investimenti in Iran. A quel punto si potrà aprire uno scontro tra Europa e Stati Uniti in merito alla gestione della questione nucleare con Tehran. Ma il ruolo iraniano per la gestione della crisi siriana e la mediazione russa potranno essere decisivi in questo senso. Il titolo del mio ultimo libro Il grande Iran racchiude proprio questa interpretazione. L’ex presidente George Bush voleva costruire il grande Medio Oriente esportando la democrazia, e invece ha prodotto il Grande Iran. Ora il Paese è essenziale per le crisi in Siria, Iraq e Afghanistan, nonostante la Repubblica islamica non abbia mai perseguito una politica espansionistica nella regione.

Proprio il presidente iraniano Ruhani è stato nel mese di gennaio in Italia. La sua visita è stata accompagnata da numerose polemiche, anche per il mancato rispetto dei diritti umani nel suo paese. Quello dei diritti umani è un tema caldissimo sul quale molti capi di Stato, anche europei, sembrano piuttosto disinteressati. La stessa visita di Ruhani in Italia pare sia stata legata più a questioni economiche con riferimento in particolare ad armamenti e petrolio. Come consideri le relazioni tra Iran e Italia oggi?

L’Italia era, prima dell’era Berlusconi, il primo Paese europeo, insieme alla Germania, per scambi commerciali con Tehran. Le cose sono cambiate e l’Italia non è stata neppure tra i Paesi al centro dei colloqui per raggiungere un’intesa sul nucleare. Con l’avvento di Ruhani si apre la strada per il ripristino completo delle relazioni bilaterali. L’Iran per esempio è il Paese ospite della Fiera di Roma in questi giorni e le relazioni diplomatiche tra i due Paesi sono tornate ad essere floride come un tempo.

Il Grande Iran merita di essere letto e discusso nelle scuole e nelle università. Forse questo è il suo maggiore pregio. Consente di comprendere la complessità di un’area in cui storia, cultura, religione, economia s’intrecciano fortemente. Forse Il Grande Iran è uno di quei rari libri che ti lascia, dopo averlo letto, degli strumenti precisi per interpretare quella realtà, comprenderla meglio e con essa anche il sistema di interessi economici e politici che usano quel paese come grande scacchiere sul quale giocare una partita globale. Inoltre, consente di tenere insieme la complessità evitando le banalizzazioni e semplificazione a cui il mondo della ricerca e del giornalismo sembrano recentemente piuttosto inclini. Non è un pregio da poco. La storia iraniana ha lasciato tracce profonde nell’identità del paese e forse semi che possono germogliare nelle teste di molti giovani che non vogliono provare a ricostruire un Paese che è stato grande e che ha voglia di riconquistare un ruolo nello scacchiere internazionale.

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