La “Via della Seta” energetica e il ruolo dell’Asia Centrale

La strategia geopolitica della Silk Road Economic Belt (SREB), lanciata dal presidente cinese Xi Jinping durante la sua visita in Asia Centrale nel settembre 2013, testimonia la volontà di Pechino di consolidare ed estendere la sua influenza sull’Asia Centrale, la cui stabilità diviene necessaria in quanto regione di transito del costituendo corridoio geo-economico est-ovest.

Questa strategia si caratterizza per la sua dimensione inclusiva – rivolta a tutte e cinque le repubbliche centroasiatiche – e persegue l’obiettivo di promuovere investimenti e concedere prestiti per la realizzazione di infrastrutture di trasporto (strade, autostrade, ferrovie, ponti, porti) ed energetiche finalizzate alla creazione del corridoio geo-economico est-ovest.

Durante la visita del 2013, vennero siglati importanti accordi commerciali e Pechino si impegnò ad investire circa 48 miliardi di dollari sulle infrastrutture regionali: la quota più consistente di questi investimenti venne concentrata sul Kazakhstan (30 miliardi di dollari), seguita da Uzbekistan (15 miliardi di dollari) e Kirghizistan (3 miliardi), mentre non venne resa pubblica la quota di investimenti destinata al Turkmenistan, anche se si presume siano notevoli, considerando gli investimenti già promossi in loco.

Tuttavia la strategia geopolitica cinese fondata sulla “via della seta” si compone anche di una dimensione energetica costituita da un corridoio geo-energetico che si dipana in senso contrario (ovest-est), dalle repubbliche centroasiatiche verso la Cina e all’interno del quale Kazakhstan e Turkmenistan rivestono un ruolo di primo piano.

La cooperazione energetica tra Pechino e le due repubbliche centroasiatiche si connota come una sorta di “matrimonio di convenienza” dal quale tutti i contraenti traggono vantaggio.

Per Turkmenistan – quarta nazione al mondo per riserve di gas naturale – e Kazakhstan – al dodicesimo posto al mondo per riserve petrolifere e con importanti giacimenti di gas naturale da sviluppare – convogliare le esportazioni di idrocarburi verso la Cina rappresenta una piena realizzazione della strategia energetica multivettoriale, che ha consentito loro di diversificare le rotte di esportazione, depotenziando il tradizionale monopolio russo su di esse e attirando crescenti investimenti per lo sviluppo di nuovi giacimenti e per la realizzazione di infrastrutture di trasporto.

Per la Cina il gas turkmeno e il petrolio kazako rivestono una rilevanza notevole nella strategia di diversificazione geografica delle rotte d’importazione, considerato che Pechino è fortemente dipendente dalle rotte marittime di approvvigionamento energetico che coprono – attraverso petroliere e navi metaniere – oltre il 70% delle importazioni di idrocarburi. I gasdotti ed oleodotti dall’Asia Centrale – cosi come quelli alimentati con gas e petrolio russo e le pipelines dalla Birmania – rispondono a questa esigenza di diversificazione che si esplica nella realizzazione di corridoi terrestri per ridurre la vulnerabilità geopolitica insita nel transito attraverso ichokepoints di Hormuz e Malacca.

Attualmente il Turkmenistan riveste il ruolo di importante supplier per la Cina, in quanto nel 2015 la repubblica centroasiatica ha coperto quasi il 50% delle importazioni cinesi di gas naturale, attraverso il gasdotto Cina-Asia Centrale inaugurato nel 2009.

Nonostante questo gasdotto sia principalmente alimentato con gas turkmeno – 27 miliardi di metri cubi (mmc) nel 2015 e dei volumi analoghi previsti per il 2016 – in realtà è il maggior esempio pratico della cooperazione sino-centroasiatica in ambito energetico nella cornice della Silk Road Economic Belt. Infatti durante la visita del presidente Xi Jinping in Turkmenistan nel settembre 2013 – contestuale al lancio della strategia geopolitica cinese – venne annunciato l’ampliamento del gasdotto con ulteriori diramazioni attraverso Kirghizistan e Tagikistan: entro il 2020 questo corridoio energetico dovrebbe trasportare 65 mmc di gas turkmeno e altri 20 mmc ripartiti equamente tra Kazakhstan e Uzbekistan.

Alla base della cooperazione energetica sino-turkmena vi sono i massicci investimenti cinesi per lo sviluppo dei ricchi giacimenti nella repubblica centroasiatica, che alimentano il gasdotto Cina-Asia Centrale: 4 miliardi di dollari sono stati investiti per la produzione del giacimento di Bagtyyarlyk e altri 8 miliardi per lo sviluppo della prima fase del gigantesco giacimento di Galkynysh, che secondo alcune stime indipendenti dovrebbe contenere riserve di gas oscillanti tra 13 e 21mila miliardi di metri cubi di gas (secondo giacimento al mondo dopo quello qatariota di North Dome). Nella citata visita del 2013, la Cina si è impegnata a concedere un ulteriore prestito per lo sviluppo della seconda fase di Galkynysh.

Per Asghabat lo sviluppo di questo gasdotto ha di fatto spezzato il controllo russo sulle esportazioni turkmene, che sono crollate dai 50 mmc del 2009 ai 4 mmc del 2015, sino all’annullamento dei contratti in essere nel 2016 permettendole di potenziare la sua strategia di diversificazione delle esportazioni che si compone anche di un gasdotto con l’Iran, che nel 2015 ha trasportato 7 mmc di gas naturale.

La partnership energetica sino-kazaka trae origine dall’accordo di cooperazione siglato nel 2005, che ha gettato le basi per la realizzazione dell’oleodotto Atyrau-Alashankou, che connette i giacimenti della porzione kazaka del Caspio con la Cina occidentale, con una capacità attuale pari a 400mila barili di petrolio al giorno.

Tuttavia la presenza delle compagnie energetiche cinesi nella repubblica centroasiatica risale alla seconda metà degli anni novanta, quando cominciarono gli investimenti di Pechino per sviluppare il settore energetico kazako con l’acquisizione di quote societarie e di concessioni petolifere.

La realizzazione dell’oleodotto Atyrau-Alashankou ha concretamente permesso ad Astana di attuare la strategia di diversificazione delle rotte d’esportazione, in quanto unico corridoio terrestre che non attraversa il territorio russo, diversamente dalla pipeline Atyrau-Samara e dalla CPC che connette il giacimento di Tengiz con il porto russo di Novorossiysk sul Mar Nero: in aggiunta ai corridoi terrestri, il Kazakhstan beneficia anche di un opzione marittima, con il trasporto attraverso petroliere dal porto di Aktau al porto azerbaigiano di Baku per alimentare l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan.

L’acquisizione da parte China National Petroleum Corporation (CNPC) della di una quota (8,33%) del consorzio NCOC dedito allo sviluppo dell’immenso giacimento petrolifero di Kashagan – quinto al mondo per riserve, stimate attorno a 13 miliardi di barili di petrolio – testimonia la volontà geopolitica di Pechino di rafforzare il corridoio energetico ovest-est nell’ambito della SREB, incrementando in futuro le importazioni petrolifere dal bacino del Caspio.

La solida cooperazione energetica sino-kazaka va inserita all’interno di una partnership più ampia, che include anche strette relazioni politico-diplomatiche, economiche e nell’ambito della sicurezza. Secondo i due governi, il commercio bilaterale sino-kazako dovrebbe aver raggiunto i 40 miliardi di dollari di valore nel 2015. La zona economica speciale di Khorgos al confine sino-kazako si configura come uno dei maggiori successi della cooperazione economica e dei legami esistenti tra le due nazioni.

Trova quindi ulteriore fondamento l’interpretazione che vede il Kazakhstan come un tassello imprescindibile della strategia geopolitica cinese della “Via della Seta”. A fine agosto 2015, questa partnership strategica è stata ulteriormente rinsaldata dopo la visita del presidente kazako Nazarbayev a Pechino, nel corso della quale i due presidenti hanno anche convenuto di procedere all’integrazione della strategia cinese della Silk Road Economic Belt con la Nurly Jol, la strategia politico-economica elaborata da Nazarbayev che punta alla realizzazione di progetti infrastrutturali su vasta scala nel territorio nazionale, attirando investimenti esteri.

La piena operatività del corridoio energetico e di quello economico che compongono la Silk Road Economic Beltè tuttavia legata al mantenimento di una condizione di stabilità e sicurezza delle repubbliche centroasiatiche in quanto regione di transito dei suddetti corridoi. Allo stesso tempo questa esigenza di sicurezza si salda a problematiche di politica interna di Pechino in quanto sia l’oleodotto sino-kazako che il gasdotto Cina-Asia Centrale entrano in territorio cinese attraverso lo Xinjiang. Ne consegue che preservare lo Xinjiang dal contagio di una potenziale ondata di destabilizzazione regionale legata all’insoluta questione dell’Afghanistan rappresenti una priorità per la politica di Pechino e che richiede una stretta collaborazione con le repubbliche centroasiatiche confinanti. Tra esse il Kazakhstan collabora da tempo con Pechino nell’ambito dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai per garantire la sicurezza del confine condiviso, nella lotta contro i “tre flagelli” (separatismo etnico, terrorismo ed estremismo). Le condivise esigenze di sicurezza – protezione delle infrastrutture energetiche e garanzia di un regolare approvvigionamento dei mercati – spingeranno ad un rafforzamento della cooperazione tra Cina, Kazakhstan e Turkmenistan nell’ambito della Silk Road Economic Belt, al fine di preservare il regolare funzionamento del proficuo corridoio energetico ovest-est.

Questo intervento è un estratto della presentazione di Fabio Indeo al Convegno annuale dell’Associazione Italiana degli Studi sul Caucaso e l’Asia Centrale (Asiac), tenutosi a Roma il 17-18 novembre 2016

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