Intervista a Laura Silvia Battaglia: il conflitto yemenita e un Medio Oriente senza speranze di pace

Laura Silvia Battaglia è una giornalista freelance e documentarista nata a Catania nel 1974. Si muove tra Milano e Sanaa (Yemen). È corrispondente per l’agenzia video-giornalistica americano-libanese “Transterra media”, e per TRT World News, per gli americani di “The Fair Observer” e “Guernica magazine”, per “Index on Censorship” UK. Per i media italiani collabora con Avvenire e La Stampa, con Radio Tre Mondo, Radio Popolare, Radio In Blu e per Rai Tre Agenda del mondo e Rainews24. Collabora inoltre per D Repubblica delle Donne, Donna Moderna, Jesus, Panorama, Il Fatto quotidiano, Left, Pagina 99. Dal 2007 si è dedicata al reportage in zone di conflitto (Libano, Israele e Palestina, Gaza, Afghanistan, Kosovo, Egitto, Tunisia, Libia, Iraq, Iran, Yemen, confini siriani). Ha girato, autoprodotto e venduto cinque video documentari. Il primo, “Maria Grazia Cutuli. Il prezzo della verità”, ha vinto il premio “Giancarlo Siani” 2010. Ha vinto anche il Premio Cutuli e il Premio Giornalisti del Mediterraneo nel 2013 con i suoi documentari dall’Iraq. Dal 2007 insegna al Master in Giornalismo dell’Università Cattolica di Milano e dal 2016 al Vesalius College di Bruxelles.

La tua esperienza in Yemen e la tua passione per il giornalismo ti hanno resa un’esperta del conflitto yemenita. Ci puoi raccontare questo conflitto che tu stessa definisci non settario? Da dove nasce e qual è la situazione attuale?

Nasce dall’impossibilità di mettere intorno allo stesso tavolo della Conferenza di dialogo nazionale anche quegli elementi (Houti e Hirak party) separatisti del Nord e del Sud del Paese. Nasce dall’incapacità di governance del governo Hadi. Nasce dall’influenza dell’ex presidente Saleh che smaniava per ritornare a governare il Paese, in qualsiasi forma. Nasce dalla sudditanza del governo Hadi alle richieste e alle esigenze degli Usa e dell’Arabia Saudita e dall’incapacità delle Nazioni Unite di avere evitato forti ingerenze in queste richieste. Il conflitto non è stato settario, nella misura in cui sunniti e sciiti yemeniti hanno convissuto serenamente con differenza per nulla pronunciate. Questo è successo fino a quando l’elemento settario non è stato immesso potentemente nella politica. Ciò è accaduto con la nascita del partito Ansarullah, il partito della famiglia al-Houti che ha come modello Hezbollah e come obiettivo l’indipendenza del Nord del Paese sotto un imamato; ciò è accaduto quasi contemporaneamente con la pressione sempre maggiore dell’Arabia Saudita dentro il Paese, dopo le primavere arabe, con l’avvento dominante del partito dei Fratelli Musulmani, l’Islah, e con l’invio di scholars salafiti, soprattutto pakistani, in diversi centri religiosi; in più l’Arabia Saudita ha costretto lo Yemen, indebitandolo con un prestito verso il Fondo Monetario Internazionale, a stargli sottoposto. Questi avvenimenti pari e contrari sono stati la disgrazia del Paese. Tecnicamente, sono stati gli houti a occupare il Nord, a partire dal settembre 2014, e l’incremento di attacchi bomba di Isis contro le moschee, le sedi dei governi, le caserme di polizia, hanno sviluppato un clima da guerra civile. Oggi, il conflitto è settario: o stai con gli houti o stai con il governo lealista. E per stare intendo combattere. Chi non sta con gli uni o con gli altri, come pochi generali che si rifiutano di entrare in guerra sostenendo gli uni o gli altri, hanno solo due opzioni: prepararsi al rapimento dei familiari e alla loro eliminazione fisica o fuggire e chiedere asilo politico.

La guerra in Yemen sembra poco considerata sul piano mediatico e politico-internazionale. È quasi una guerra di serie B. Perché non riesce ad avere maggiore visibilità sui media?

Perché è poco coperta innanzi tutto. I giornalisti stranieri non possono entrare fisicamente. I locali sono stretti tra due opposte propagande e rischiano l’arresto, le torture e la morte se non si comportano esattamente come dei megafoni delle due parti in gioco. Dall’altro canto, la guerra in Yemen interessa poco all’Occidente, per via dell’apparente minore coinvolgimento della Russia e perché ha due vantaggi: è diventata lo sfogatoio autorizzato dell’Arabia Saudita, dopo le frustrazioni accumulate da questo player regionale in Siria; è un eccellente mercato per il business degli armamenti e l’Europa e gli Stati Uniti hanno tutto l’interesse a vendere più miliardi di dollari possibili di armi per pareggiare i loro bilanci nazionali. Infine, all’esterno appare come l’eterno conflitto sunniti-sciiti che rende possibile all’opinione pubblica liquidarlo con un “lasciamoli ammazzare a vicenda”. Mi è anche capitato di incontrare qualcuno che fosse convinto che l’Arabia Saudita in Yemen bombarda al Qaeda e Isis. Nulla di più ridicolo, ma è il segno che questo conflitto ha un impatto completamente fuorviante sui luoghi comuni che l’opinione pubblica assimila in anni di disinformazione geo-politica.

Quali sono le responsabilità europee nel conflitto yemenita?

A monte della guerra abbastanza nulle. L’ambasciatore europeo in Yemen durante la Conferenza di dialogo nazionale si era mosso con grande intelligenza, favorendo l’ingresso al tavolo delle minoranze e di gruppi originariamente non ammessi come gli houti. L’Europa non ha mai avuto interessi estremamente diretti in Yemen, come gli USA o i Paesi della Lega Araba. Attualmente è responsabile di un commercio per milioni di euro di armi, missili, aerei caccia ed elicotteri dotati di sistemi di precisione avanzati verso l’Arabia Saudita e gli Emirati. Si tratta di un fiorente mercato delle armi che rende possibile all’Europa riempire le proprie casse per far fronte alla crisi e che, inevitabilmente, si trasforma in un orrendo carico di morte sui civili yemeniti.

Come è la condizione della donna in Yemen? Tu che hai vissuto per diversi anni a Sanaa quali sono state le tue difficoltà?

La condizione della donna è condizionata dal gruppo sociale di appartenenza. Lo Yemen è una società divisa in caste come l’India. La condizione migliore è appartenere alla classe media (i gabilji), accedere all’istruzione superiore e universitaria e fare leva sulla volontà della famiglia per migliorare la propria condizione sociale e culturale per sposare un giovane con una buona posizione e un buon titolo di studio. Questo tipo di situazioni sono comuni nelle città e in alcune città in particolare, come Taiz e Aden. Fuori da queste condizioni, soprattutto in campagna, la vita può essere molto dura. Qui non si tratta di vestire il niqab o meno. Si tratta di avere accesso alle strutture sanitarie, all’istruzione, al cibo, a un matrimonio nei tempi e con la persona giusta. E con una guerra in corso, i passi avanti che si sono fatti, anche in termini di controllo delle nascite, esami speciali sulla fertilità/infertilità degli uomini prima del matrimonio, sono stati persi. Il mio caso non è rilevante: come donna occidentale rappresento il terzo sesso e ho uguale diritto a presentarmi ed essere invitata in un consesso di sole donne così come anche in uno di soli uomini. Come yemenita acquisita, sono parte della società. Ma sono una donna europea che si trova confortevole nel mondo arabo: il mio sangue siciliano mi aiuta a comprendere i codici impliciti di queste società e, con tatto e a passi lenti, mi aiuta a rompere gli schemi nel rispetto e nella comprensione.

Sei una esperta anche di Medio Oriente. Hai prodotto molti documentari e conosci bene molti paesi mediorientali. Dunque, come valuti la politica estera dell’amministrazione Obama sull’area? E cosa pensi che cambierà con quella di Trump?

Dipende qual è il metro di valutazione. Se il metro è la stabilità del Medio Oriente e la contenzione del terrorismo, la politica di Obama è stata disastrosa. Ha prodotto con il contrasto al terrorismo tramite droni, il numero più alto di vittime di qualsiasi altra amministrazione americana (vedasi l’inchiesta dell’Investigative Bureau of Journalism); ha utilizzato milizie locali come strumenti di contrasto a gruppi terroristici, favorendo di fatto l’emergere di gruppi terroristici ancora più potenti ed efferati; ha soffocato i movimenti di piazza delle primavere arabe appena ha compreso che non ci si poteva fidare dei Fratelli Musulmani; ha incancrenito i rapporti con la Russia, andando a fomentare un focolaio di guerra in Ucraina. Riguardo a Trump, è presto per dirlo. Quel che è certo, è che il suo atteggiamento scongiura una rinnovata guerra fredda con Putin. Non è ancora chiaro come si comporterà con Iran e Arabia Saudita ma dubito che metterà in discussione l’accordo con l’Iran. Glielo chiede la Cia e glielo chiederà Putin.

Medio Oriente e le c.d. Primavere arabe. Come valuti queste ultime e che eredità ha lasciato quel periodo in tutta l’area?

Non sono state false, come dicono in molti. Sono stati movimenti di piazza genuini contro le dittature e per una vita migliore, sotto il profilo economico. Non sono state e non sono tutte uguali, e questo bisogna averlo ben chiaro. La loro differenza è stata tutta nella composizione della piazza e nella organizzazione o disorganizzazione delle stesse nella fase post-rivoluzionaria. In genere, questi movimenti, composti da cittadini e da giovani di diversa estrazione sociale e/o religiosa, hanno visto una progressiva messa all’angolo degli elementi laici, a favore di partiti o realtà più organizzate dal basso e con maggiore impatto culturale (vedi i Fratelli musulmani) e anche meglio finanziate da Paesi amici (Qatar o Emirati). Questo ha reso le rivoluzioni, in seconda battuta, un affare meno di popolo e più di nuovi establishment che, con tecniche già viste presso i vecchi gruppi di potere (azioni corruttive, finanziamenti che passavano anche tramite mercati paralleli come quello delle armi), hanno sostituito il vecchio con il nuovo affinché nulla cambiasse, escluse alcune situazioni lodevoli come la Tunisia. Per quanto molte rivoluzioni siano mutate in guerre civili (Libia) o soffocate da nuove o vecchie dittature (Egitto, Siria), la miccia è innescata. Ne sentiremo parlare di nuovo e con più violenza, tra qualche anno.

Parlando di Medio Oriente non si può trascurare il conflitto israelo-palestinese. Sembra un conflitto precipitato ai margini del dibattito internazionale. È così? E perché?

Non è un conflitto precipitato. E’ invece molto alto e molto teso. Tutto si gioca a livello diplomatico ed anche con una certa violenza, se pensiamo alle ultime tensioni tra governo israeliano e Unesco, o governo svedese. Gli arresti proseguono, anche di minori palestinesi, e con molta violenza. I cittadini israeliani continuano a sentirsi minacciati, adesso anche di più, dopo gli episodi degli attacchi a Tel Aviv da parte di palestinesi. Semplicemente non si spara a Gaza e per questo i media tacciono. Ma è solo un intermezzo freddo in un piatto molto caldo.

Nei tuoi numerosi reportage, servizi giornalistici e documentari ti sei anche confrontata col dramma dell’Isis o Daesh. Qual è la tua opinione in merito e soprattutto, da dove nasce secondo te questa organizzazione terroristica e quale è il suo stato attuale?

Nasce storicamente in Iraq, da una costola del partito Baath che sentì necessaria l’istanza di una resistenza armata alla presenza degli americani nel Paese, alla presenza delle milizie sciite (non tutte) che appoggiavano gli americani e a un nuovo governo di formazione che tradiva, per loro, il lascito di Saddam. Nasce di concerto con al Qaeda, all’inizio, e, dopo, in territorio siriano, nasce anche in contrapposizione ad essa. Questo per l’aspetto storico e militare. Per quello dottrinale, Isis sviluppa la predicazione del jihad di al Qaeda in termini molto più organizzati sul piano del controllo territoriale, con un progetto assai più ambizioso, quello appunto di uno stato modellato su un’idea assolutamente nuova di Califfato che poco ha a che vedere con il Califfato classico; scardina la narrativa di al Qaeda sulla definizione del nemico, spostandolo da colui che attacca od offende militarmente l’innocente da colui che non la pensa come “noi”, soprattutto se musulmano. Per fare questo ha preferito dottrinalmente l’accesso all’ideologia del nuovo salafismo iniettandovi una gran dose di jihaddismo politico combattente e di organizzazione di business criminale che è capillare ma globale allo stesso tempo. Di solito, definisco Isis un OGM ideologico tra globalizzazione e Islam. Il suo stato attuale non è debole. Isis può essere indebolita sul piano del suo progetto territoriale ma è ben viva ideologicamente dappertutto. Se verrà sconfitta in Iraq, potenzierà comunque le sue azioni terroristiche in Occidente, ritornando al modello qaedista.

La Siria è un Paese che vive un conflitto drammatico che pare precipitato in una fase di stallo politico altrettanto drammatico. Cosa sta accadendo in quel Paese e chi sono i protagonisti di quel conflitto?

Accade lo svuotamento dell’area del Siraq da parte della popolazione arabo-sunnita e di altre minoranze etnico-religiose, arabo-cristiane e yazide. Questo svuotamento “s’ha da fare” in ogni modo: guerre, guerriglie, bombardamenti, pulizie etniche, persecuzioni. Poi c’è la protervia di un presidente-tiranno come Assad che non vuole cedere un grammo del suo potere; c’è l’interesse delle monarchie del Golfo di contrastarlo per restituire tutta quest’area, in continuità con la Turchia, a una egemonia politica e culturale diversa; c’è l’interesse dei curdi di combattere per ottenere la loro indipendenza, nonostante siano essi stessi divisi tra loro, nei quattro confini nazionali in cui si trovano; c’è il piano di Teheran di allargare la sua presenza fino a raggiungere il Mediterraneo. C’è la Russia che non ha nessuna voglia di cedere la sua unica base navale, circondata com’è da basi Nato; c’è l’Europa profondamente divisa rispetto alle alleanze da mantenere. Last but not least, ci sono i siriani la cui azione di rivoluzione iniziale è stata sbranata dagli interessi dei Paesi vicini e che non è stata in grado di coordinarsi politicamente e militarmente perché troppo divisa e con obiettivi diversi.

Una parte degli analisti considerano centrale nei conflitti mediorientali, compreso quello palestinese, tra le varie cause anche quella delle risorse energetiche e ambientali? A tuo parere c’è anche questo aspetto nei conflitti mediorientali?

Certamente. Se il Medio Oriente non fosse il serbatoio di idrocarburi che è, sarebbe rimasto una terra coltivata con pazienza a ritmi lentissimi, con cammelli, carovane e treni come l’Orient Express a solcarla di tanto in tanto, da Istabul a Baghdad e poi ancora verso Oriente. Il petrolio e il gas naturale, e la necessità assoluta dell’Europa di accedervi, sono croce e delizia di queste aree. A ciò si aggiunga la questione delle risorse idriche, sempre più contese anche per la produzione di energia, come lo è tutto il sistema fluviale di Tigri ed Eufrate, da Hassyankef a Bassra.

Pensi che nella situazione attuale ci sia ancora spazio per la pace nell’area mediorientale e verso quale direzione si dovrebbe agire?

No, non penso che ci sia spazio per la pace. Possiamo parlare di assenza di guerra e questa ci sarà solo quando un player regionale più potente di altri avrà definitivamente stabilito la sua influenza nell’area. Questo potrebbe essere l’Iran, almeno è chiaro che aspira ad esserlo, deve ancora vedersela con Turchia e Arabia Saudita che sono ossi durissimi. E non gli sarà facile, per nulla.

La tua esperienza in Yemen insieme alla tua passione per il giornalismo ti hanno reso un’esperta del conflitto yemenita. Ci puoi raccontare questo conflitto che tu stessa definisci non settario? Da dove nasce e quale è la situazione attuale?

Nasce dall’impossibilità di mettere intorno allo stesso tavolo del Conferenza di dialogo nazionale anche quegli elementi (Houti e Hirak party) separatisti del Nord e del Sud del Paese. Nasce dall’incapacità di governance del governo Hadi. Nasce dall’influenza dell’ex presidente Saleh che smaniava per ritornare a governare il Paese, in qualsiasi forma. Nasce dalla sudditanza del governo Hadi alle richieste e alle esigenze degli Usa e dell’Arabia Saudita e dall’incapacità delle Nazioni Unite di avere evitato forti ingerenze in queste richieste. Il conflitto non è stato settario, nella misura in cui sunniti e sciiti yemeniti hanno convissuto serenamente con differenza per nulla pronunciate. Questo è successo fino a quando l’elemento settario non è stato immesso potentemente nella politica. Ciò è accaduto con la nascita del partito Ansarullah, il partito della famiglia al-Houti che ha come modello Hezbollah e come obiettivo l’indipendenza del Nord del Paese sotto un imamato; ciò è accaduto quasi contemporaneamente con la pressione sempre maggiore dell’Arabia Saudita dentro il Paese, dopo le primavere arabe, con l’avvento dominante del partito dei Fratelli Musulmani, l’Islah, e con l’invio di scholars salafiti, soprattutto pakistani, in diversi centri religiosi; in più l’Arabia Saudita ha costretto lo Yemen, indebitandolo con un prestito verso il Fondo Monetario Internazionale, a stargli sottoposto. Questi avvenimenti pari e contrari sono stati la disgrazia del Paese. Tecnicamente, sono stati gli houti a occupare il Nord, a partire dal settembre 2014, e l’incremento di attacchi bomba di Isis contro le moschee, le sedi dei governi, le caserme di polizia, ha sviluppato un clima da guerra civile. Oggi, il conflitto è settario: o stai con gli houti o stai con il governo lealista. E per stare intendo combattere. Chi non sta con gli uni o con gli altri, come pochi generali che si rifiutano di entrare in guerra sostenendo gli uni o gli altri, hanno solo due opzioni: prepararsi al rapimento dei familiari e alla loro eliminazione fisica o fuggire e chiedere asilo politico.

La guerra in Yemen sembra poco considerata sul piano mediatico e anche politico internazionale. È quasi una guerra di serie B. Perché non riesce ad avere maggiore visibilità sui media?

Perché è poco coperta innanzi tutto. I giornalisti stranieri non possono entrare fisicamente. I locali sono stretti tra due opposte propagande e rischiano l’arresto, le torture e la morte se non si comportano esattamente come dei megafoni delle due parti in gioco. Dall’altro canto, la guerra in Yemen interessa poco all’Occidente, per via dell’apparente minore coinvolgimento della Russia e perché ha due vantaggi: è diventata lo sfogatoio autorizzato dell’Arabia Saudita, dopo le frustrazioni accumulate da questo player regionale in Siria; è un eccellente mercato per il business degli armamenti e l’Europa e gli Stati Uniti hanno tutto l’interesse a vendere più miliardi di dollari possibili di armi per pareggiare i loro bilanci nazionali. Infine, all’esterno appare come l’eterno conflitto sunniti-sciiti che rende possibile all’opinione pubblica liquidarlo con un “lasciamoli ammazzare a vicenda”. Mi è anche capitato di incontrare qualcuno che fosse convinto che l’Arabia Saudita in Yemen bombarda al Qaeda e Isis. Nulla di più ridicolo, ma è il segno che questo conflitto ha un impatto completamente fuorviante sui luoghi comuni che l’opinione pubblica assimila in anni di disinformazione geo-politica.

Quali sono le responsabilità europee nel conflitto yemenita?

A monte della guerra abbastanza nulle. L’ambasciatore europeo in Yemen durante la Conferenza di dialogo nazionale si era mosso con grande intelligenza, favorendo l’ingresso al tavolo delle minoranze e di gruppi originariamente non ammessi come gli houti. L’Europa non ha mai avuto interessi estremamente diretti in Yemen, come gli USA o i Paesi della Lega Araba. Attualmente è responsabile di un commercio per milioni di euro di armi, missili, aerei caccia ed elicotteri dotati di sistemi di precisione avanzati verso l’Arabia Saudita e gli Emirati. Si tratta di un fiorente mercato delle armi che rende possibile all’Europa riempire le proprie casse per far fronte alla crisi e che, inevitabilmente, si trasforma in un orrendo carico di morte sui civili yemeniti.

Come è la condizione della donna in Yemen? Tu che hai vissuto per diversi anni a Sanaa quali sono state le tue difficoltà?

La condizione della donna è condizionata dal gruppo sociale di appartenenza. Lo Yemen è una società divisa in caste come l’India. La condizione migliore è appartenere alla classe media (i gabilji), accedere all’istruzione superiore e universitaria e fare leva sulla volontà della famiglia per migliorare la propria condizione sociale e culturale per sposare un giovane con una buona posizione e un buon titolo di studio. Questo tipo di situazioni sono comuni nelle città e in alcune città in particolare, come Taiz e Aden. Fuori da queste condizioni, soprattutto in campagna, la vita può essere molto dura. Qui non si tratta di vestire il niqab o meno. Si tratta di avere accesso alle strutture sanitarie, all’istruzione, al cibo, a un matrimonio nei tempi e con la persona giusta. E con una guerra in corso, i passi avanti che si sono fatti, anche in termini di controllo delle nascite, esami speciali sulla fertilità/infertilità degli uomini prima del matrimonio, sono stati persi. Il mio caso non è rilevante: come donna occidentale rappresento il terzo sesso e ho uguale diritto a presentarmi ed essere invitata in un consesso di sole donne così come anche in uno di soli uomini. Come yemenita acquisita, sono parte della società. Ma sono una donna europea che si trova confortevole nel mondo arabo: il mio sangue siciliano mi aiuta a comprendere i codici impliciti di queste società e, con tatto e a passi lenti, mi aiuta a rompere gli schemi nel rispetto e nella comprensione.

Sei una esperta anche di Medio Oriente. Hai prodotto molti documentari e conosci bene molti paesi mediorientali. Dunque, come valuti la politica estera dell’amministrazione Obama sull’area? E cosa pensi che cambierà con quella di Trump?

Dipende qual è il metro di valutazione. Se il metro è la stabilità del Medio Oriente e la contenzione del terrorismo, la politica di Obama è stata disastrosa. Ha prodotto con il contrasto al terrorismo tramite droni, il numero più alto di vittime di qualsiasi altra amministrazione americana (vedasi l’inchiesta dell’Investigative Bureau of Journalism); ha utilizzato milizie locali come strumenti di contrasto a gruppi terroristici, favorendo di fatto l’emergere di gruppi terroristici ancora più potenti ed efferati; ha soffocato i movimenti di piazza delle primavere arabe appena ha compreso che non ci si poteva fidare dei Fratelli Musulmani; ha incancrenito i rapporti con la Russia, andando a fomentare un focolaio di guerra in Ucraina. Riguardo a Trump, è presto per dirlo. Quel che è certo, è che il suo atteggiamento scongiura una rinnovata guerra fredda con Putin. Non è ancora chiaro come si comporterà con Iran e Arabia Saudita ma dubito che metterà in discussione l’accordo con l’Iran. Glielo chiede la Cia e glielo chiederà Putin.

Medio Oriente e le c.d. Primavere arabe. Come valuti queste ultime e che eredità ha lasciato quel periodo in tutta l’area?

Non sono state false, come dicono in molti. Sono stati movimenti di piazza genuini contro le dittature e per una vita migliore, sotto il profilo economico. Non sono state e non sono tutte uguali, e questo bisogna averlo ben chiaro. La loro differenza è stata tutta nella composizione della piazza e nella organizzazione o disorganizzazione delle stesse nella fase post-rivoluzionaria. In genere, questi movimenti, composti da cittadini e da giovani di diversa estrazione sociale e/o religiosa, hanno visto una progressiva messa all’angolo degli elementi laici, a favore di partiti o realtà più organizzate dal basso e con maggiore impatto culturale (vedi i Fratelli musulmani) e anche meglio finanziate da Paesi amici (Qatar o Emirati). Questo ha reso le rivoluzioni, in seconda battuta, un affare meno di popolo e più di nuovi establishment che, con tecniche già viste presso i vecchi gruppi di potere (azioni corruttive, finanziamenti che passavano anche tramite mercati paralleli come quello delle armi), hanno sostituito il vecchio con il nuovo affinché nulla cambiasse, escluse alcune situazioni lodevoli come la Tunisia. Per quanto molte rivoluzioni siano mutate in guerre civili (Libia) o soffocate da nuove o vecchie dittature (Egitto, Siria), la miccia è innescata. Ne sentiremo parlare di nuovo e con più violenza, tra qualche anno.

Parlando di Medio Oriente non si può trascurare il conflitto israelo-palestinese. Sembra un conflitto precipitato ai margini del dibattito internazionale. È così? E perché?

Non è un conflitto precipitato. E’ invece molto alto e molto teso. Tutto si gioca a livello diplomatico ed anche con una certa violenza, se pensiamo alle ultime tensioni tra governo israeliano e Unesco, o governo svedese. Gli arresti proseguono, anche di minori palestinesi, e con molta violenza. I cittadini israeliani continuano a sentirsi minacciati, adesso anche di più, dopo gli episodi degli attacchi a Tel Aviv da parte di palestinesi. Semplicemente non si spara a Gaza e per questo i media tacciono. Ma è solo un intermezzo freddo in un piatto molto caldo.

Nei tuoi numerosi reportage, servizi giornalistici e documentari ti sei anche confrontata col dramma dell’Isis o Daesh. Quale è la tua opinione in merito e soprattutto, da dove nasce secondo te questa organizzazione terroristica e quale è il suo stato attuale?

Nasce storicamente in Iraq, da una costola del partito Baath che sentì necessaria l’istanza di una resistenza armata alla presenza degli americani nel Paese, alla presenza delle milizie sciite (non tutte) che appoggiavano gli americani e a un nuovo governo di formazione che tradiva, per loro, il lascito di Saddam. Nasce di concerto con al Qaeda, all’inizio, e, dopo, in territorio siriano, nasce anche in contrapposizione ad essa. Questo per l’aspetto storico e militare. Per quello dottrinale, Isis sviluppa la predicazione del jihad di al Qaeda in termini molto più organizzati sul piano del controllo territoriale, con un progetto assai più ambizioso, quello appunto di uno stato modellato su un’idea assolutamente nuova di Califfato che poco ha a che vedere con il Califfato classico; scardina la narrativa di al Qaeda sulla definizione del nemico, spostandolo da colui che attacca od offende militarmente l’innocente da colui che non la pensa come “noi”, soprattutto se musulmano. Per fare questo ha preferito dottrinalmente l’accesso all’ideologia del nuovo salafismo iniettandovi una gran dose di jihaddismo politico combattente e di organizzazione di business criminale che è capillare ma globale allo stesso tempo. Di solito, definisco Isis un OGM ideologico tra globalizzazione e Islam. Il suo stato attuale non è debole. Isis può essere indebolita sul piano del suo progetto territoriale ma è ben viva ideologicamente dappertutto. Se verrà sconfitta in Iraq, potenzierà comunque le sue azioni terroristiche in Occidente, ritornando al modello qaedista.

La Siria è un Paese che vive un conflitto drammatico che pare precipitato in una fase di stallo politico altrettanto drammatico. Cosa sta accadendo in quel Paese e chi sono i protagonisti di quel conflitto?

Accade lo svuotamento dell’area del Siraq da parte della popolazione arabo-sunnita e di altre minoranze etnico-religiose, arabo-cristiane e yazide. Questo svuotamento “s’ha da fare” in ogni modo: guerre, guerriglie, bombardamenti, pulizie etniche, persecuzioni. Poi c’è la protervia di un presidente-tiranno come Assad che non vuole cedere un grammo del suo potere; c’è l’interesse delle monarchie del Golfo di contrastarlo per restituire tutta quest’area, in continuità con la Turchia, a una egemonia politica e culturale diversa; c’è l’interesse dei curdi di combattere per ottenere la loro indipendenza, nonostante siano essi stessi divisi tra loro, nei quattro confini nazionali in cui si trovano; c’è il piano di Teheran di allargare la sua presenza fino a raggiungere il Mediterraneo. C’è la Russia che non ha nessuna voglia di cedere la sua unica base navale, circondata com’è da basi Nato; c’è l’Europa profondamente divisa rispetto alle alleanze da mantenere. Last but not least, ci sono i siriani la cui azione di rivoluzione iniziale è stata sbranata dagli interessi dei Paesi vicini e che non è stata in grado di coordinarsi politicamente e militarmente perché troppo divisa e con obiettivi diversi.

Una parte degli analisti considerano centrale nei conflitti mediorientali, compreso quello palestinese, tra le varie cause anche quella delle risorse energetiche e ambientali? A tuo parere c è anche questo aspetto nei conflitti mediorientali?

Certamente. Se il Medio Oriente non fosse il serbatoio di idrocarburi che è, sarebbe rimasto una terra coltivata con pazienza a ritmi lentissimi, con cammelli, carovane e treni come l’Orient Express a solcarla di tanto in tanto, da Istabul a Baghdad e poi ancora verso Oriente. Il petrolio e il gas naturale, e la necessità assoluta dell’Europa di accedervi, sono croce e delizia di queste aree. A ciò si aggiunga la questione delle risorse idriche, sempre più contese anche per la produzione di energia, come lo è tutto il sistema fluviale di Tigri ed Eufrate, da Hassyankef a Bassra.

Pensi che nella situazione attuale ci sia ancora spazio per la pace nell’area mediorientale e verso quale direzione si dovrebbe agire?

No, non penso che ci sia spazio per la pace. Possiamo parlare di assenza di guerra e questa ci sarà solo quando un player regionale più potente di altri avrà definitivamente stabilito la sua influenza nell’area. Questo potrebbe essere l’Iran, almeno è chiaro che aspira ad esserlo, deve ancora vedersela con Turchia e Arabia Saudita che sono ossi durissimi. E non gli sarà facile, per nulla.

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