Profughi, rimpatri forzati e arresti arbitrari: due condanne per l’Italia

Due nuove “condanne” nel giro di 24 ore nei confronti dell’Italia: la prima per un caso di rimpatri forzati e l’altra per una serie di arresti arbitrari di migranti. Sono state pronunciate da due “tribunali” diversi – il Comitato per la Prevenzione della Tortura (Cpt) e la Grande Camera della Corte Europea – il 15 dicembre 2016. Proprio il giorno in cui Paolo Gentiloni è arrivato a Bruxelles per rappresentare l’Italia nel Consiglio Europeo per la prima volta in veste di capo del Governo e, per di più, con un’agenda nella quale il problema dell’immigrazione era uno dei temi principali, nel contesto di un programma che vede gli Stati dell’Unione impegnati ad alzare sempre di più le barriere della Fortezza Europa. E i due casi che hanno portato all’ennesima bocciatura italiana sono per molti versi “figli”, appunto, di queste barriere.

La prima, quella pronunciata dal Comitato per la prevenzione della Tortura, riguarda l’espulsione collettiva effettuata nei confronti di un gruppo di tredici donne nigeriane detenute nel Cie di Ponte Galeria (Roma), rimpatriate contro la loro volontà tra il 16 e il 18 dicembre 2015. Secondo l’accusa, il decreto non ha rispettato i diritti fondamentali previsti in situazioni di questo genere, perché l’espulsione è avvenuta nonostante la magistratura avesse sospeso il provvedimento almeno per alcune delle componenti del gruppo.

L’inchiesta è nata in seguito ad una visita fatta in Italia da una delegazione del Comitato per monitorare i cosiddetti return flights. In particolare è stato esaminato il trattamento riservato alle migranti nigeriane durante le operazioni di rimpatrio per via aerea da Roma a Lagos. Il volo è stato organizzato dall’Italia in collaborazione con l’agenzia Frontex e, come Stati co-partecipanti, con la Svizzera e il Belgio. “Alcuni detenuti – hanno constatato gli ispettori – sono stati rimpatriati mentre i processi di appello presso la corte competente in relazione alla richiesta di asilo erano ancora pendenti”. E’ stato messo a rischio, in sostanza, il principio di non refoulement. Il Comitato ha verificato, anzi, che le migranti, in stato di detenzione nel Cie, hanno ricevuto la notifica del rimpatrio il giorno stesso della partenza, senza dunque avere alcuna possibilità di far valere i propri diritti in sede giurisdizionale. Come dire: prese, “tacitate”, imbarcate su un aereo e rimandate in Nigeria. Non a caso – respingendo le argomentazioni addotte dalla Farnesina, allora guidata da Gentiloni – il Cpt non ha mancato di far notare che spesso le “sentenze” di espulsione decretate dalla Commissione Territoriale nei confronti di richiedenti asilo fuggiti dalla Nigeria sono state annullate, in sede di appello, anche quando questi profughi venivano non dal Nord del paese, controllato da Boko Haram, ma anche dal Sud, perché in realtà non è possibile determinare con precisione il territorio investito dal conflitto o comunque dalle violenze delle milizie jihadiste. Basti considerare, del resto, la dolorosa escalation di attentati, che sempre più spesso colpiscono proprio le province meridionali e persino gli Stati africani vicini (Niger, Ciad, Mali), prendendo di mira in particolare i campi che ospitano migliaia di rifugiati.

La seconda condanna, per gli arresti arbitrari, è stata pronunciata dalla Grande Camera della Corte Europea. Si tratta del caso Khlaifia and Others: i giudici hanno contestato all’Italia di aver violato l’articolo 5 della Convenzione europea sui diritti umani, che disciplina i casi tassativi in cui la privazione della libertà può avvenire. Il principio è che non si può essere privati della libertà senza una decisione giurisdizionale, senza cioè una supervisione giudiziaria, ma solo come esito di una prassi della polizia: non lo consentono né lo stato di diritto italiano, né quello europeo. La questione riguarda, nello specifico, un gruppo di migranti detenuti nel centro di prima accoglienza (Cpsa) di Lampedusa ed è stata sollevata di fronte alla Corte dall’avvocatessa Francesca Cancellaro.

Le due sentenze – a parte la coincidenza della presenza di Gentiloni al Consiglio Europeo – arrivano in un momento molto importante, alla luce di almeno due motivi. Il primo riguarda la politica di chiusura e respingimento adottata in maniera sempre più rigida, con una serie di successivi “giri di vite”, da parte di Bruxelles e di Roma. Basti ricordare il lungo elenco di accordi “soldi in cambio di uomini” che esternalizzano le frontiere europee a sud del Mediterraneo o addirittura oltre il Sahara, affidandone la custodia agli Stati contraenti, “pagati” per bloccare i migranti in Africa o nel Medio Oriente e riprendersi indietro quelli arrivati in Europa e respinti: i Processi di Rabat (2006) e Khartoum (novembre 2014), i trattati di Malta (novembre 2015) e il successivo patto con la Turchia (marzo 2016), seguiti da varie “intese attuative” bilaterali, come quelle sottoscritte negli ultimi mesi dall’Italia con il Sudan, il Gambia, la Libia.

L’ultimo atto di questa politica (esplicitata anche da una dichiarazione a caldo del nuovo ministro degli esteri, Angelino Alfano, pochi minuti dopo il giuramento al Quirinale) si è avuto proprio il 15 dicembre, in contemporanea con le due sentenze di condanna contro l’Italia: l’accordo stipulato con il Niger, per iniziativa dell’Italia, della Francia e della Germania, sul modello di quello con la Turchia e con il coinvolgimento della Libia. Ne ha parlato a Bruxelles lo stesso Gentiloni. L’idea è, in sostanza, quella di fare del Niger, da cui arriva oltre l’80 per cento dei migranti che entrano in Libia, il principale “hub” di concentrazione, transito e smistamento collegato alla rotta del Mediterraneo centrale dall’Africa. In sostanza, una barriera che dovrebbe impedire ai profughi di arrivare al mare per imbarcarsi per l’Europa. Così blocchi, arresti, espulsioni, rimpatri forzati, eventuali casi di morte, avverrebbero direttamente in Africa, lontani dall’attenzione e dalla “coscienza” dell’opinione pubblica europea. Il patto con la Turchia e ancora di più alcune intese bilaterali, a cominciare da quella tutta di polizia tra Italia e Sudan, firmata il 3 agosto 2016, hanno già ampiamente dimostrato che si è creato un meccanismo nel quale i rifugiati restano stritolati: nessuno, in  Europa o nei singoli Stati della Ue, si è posto il problema di quale sorte li attenda nei paesi di transito, di prima sosta o d’origine ai quali vengono consegnati. Ma se – come ha appena decretato il Comitato per la Prevenzione della Tortura – è illegittimo rimpatriare di forza e al di fuori delle regole un nigeriano dall’Italia, c’è da credere che sia altrettanto illegittimo affidare questo compito a uno Stato terzo nel quale, oltre tutto, le garanzie di tutela dei diritti e delle libertà sono spesso molto più approssimative che in Europa. E lo stesso discorso fatto per la Nigeria vale per decine di altri paesi sconvolti da guerra, terrorismo, dittature, carestia, calamità naturali: il Sud Sudan, ad esempio, lo stesso Sudan per la regione martoriata del Darfur, la Somalia, il Gambia, la Repubblica Centrafricana, lo Yemen, il Burundi… Si potrebbe fare un elenco lunghissimo di realtà drammatiche, giunte in taluni casi alla soglia del genocidio.

Il secondo motivo, strettamente legato al primo, riguarda le procedure adottate da quando sono stati istituiti gli hotspot. Lo hanno fatto notare Susanna Marietti, coordinatrice dell’associazione Antigone, con un servizio pubblicato da Il Fatto Quotidiano, e la stessa Francesca Cancellaro, la quale, commentando la sentenza della Grande Camera, ha dichiarato: “Il tema è di forte attualità perché chiama direttamente in causa gli attuali hotspot, dove i migranti sono oggi detenuti de facto senza base legale e senza alcun controllo giurisdizionale”. Ma gli hotspot non solo si sono rivelati in pratica dei centri di detenzione più che di identificazione: come hanno denunciato Amnesty, l’Asgi e numerose Ong e associazioni umanitarie, sono anche l’anticamera di migliaia di “clandestinazioni forzate” e, dunque, di espulsioni di massa verso grandi hub come quello previsto in Niger e altri simili, o comunque verso i paesi di provenienza, in massima parte africani. Anziché esaminare le domande di asilo caso per caso, come prevedono il dritto internazionale e la Convenzione di Ginevra, infatti, si procede per nazionalità e vengono accettate solo le richieste dei migranti arrivati dalla Siria o dall’Eritrea, escludendo quasi completamente tutti gli altri. Come dire: una “fabbrica di fogli di via”, funzionale alla politica generale di respingimento che, a quanto pare, si vorrebbe gradualmente trasferire e attuare in Africa. Ora, però, il pronunciamento della Grande Camera sembra porre in dubbio, per molti versi, la legittimità stessa degli hotspot e, di conseguenza, essendone questi una delle chiavi di volta, la legittimità dell’intero sistema Europa sull’immigrazione.

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