Elezioni presidenziali in Uzbekistan: l’ascesa di Mirziyaev e il nuovo corso politico di Tashkent

Le elezioni presidenziali tenutesi il 4 dicembre hanno incoronato Shavkat Mirziyaev come nuovo presidente dell’Uzbekistan, con l’88,6% dei voti. L’ex primo ministro della repubblica centroasiatica diventerà quindi il secondo presidente dell’Uzbekistan indipendente, dopo venticinque anni di potere del suo predecessore Islam Karimov, deceduto il 2 settembre scorso. Nonostante le elezioni fossero formalmente multipartitiche – in quanto hanno partecipato altri tre sfidanti appartenenti ai partiti politici ufficialmente riconosciuti – la vittoria di Mirziyaev appariva scontata considerata la sua decennale esperienza di potere in qualità di primo ministro. Per la prima volta l’ODIHR (Office for Democratic Institutions and Human Rights) dell’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa ha monitorato lo svolgimento delle elezioni con una missione su larga scala, che ha espresso un giudizio non completamente positivo in relazione alla trasparenza, sottolineando l’esistenza di importanti cambiamenti ma anche la necessità di adottare riforme incisive e complete.

Durante l’interim in attesa della consacrazione elettorale, il neo-presidente ha intrapreso degli importanti cambiamenti nello scenario politico ed economico interno, ma soprattutto ha intrapreso una politica estera improntata sul rafforzamento della cooperazione politica ed economica regionale: lo sviluppo di proficue relazioni con i confinanti Tagikistan e Kirghizistan potrebbe depotenziare gli elementi di conflittualità transfrontaliera esistenti e garantire all’Asia Centrale una fase di stabilità e sviluppo economico.

L’obiettivo appare quello di appianare le divergenze e le tensioni accumulatesi nel corso dei venticinque anni di potere karimoviano, inerenti la regolamentazione dei confini, lo status delle enclaves territoriali, la gestione delle risorse naturali (in primis l’acqua), lo status ed i diritti delle minoranze etniche. L’Uzbekistan indipendente si è mosso secondo una linea di isolamento e di forte contrapposizione con le altre repubbliche centroasiatiche, fondata su una latente rivalità con il Kazakhstan – in opposizione all’ambizione di Nazarbayev di ergersi come leader politico ed economico regionale – su un aperta ostilità contro i progetti kirghisi e tagichi di sfruttamento del loro potenziale idroelettrico e sull’esplosiva situazione della valle del Ferghana, su una forte diffidenza e rivalità personale tra Karimov e il primo presidente turkmeno Nyazov (mentre dal 2006 con Berdymuhammeddow, le due nazioni hanno instaurato una proficua cooperazione energetica nell’ambito del gasdotto Cina-Asia Centrale).

Per l’Uzbekistan la questione della regolamentazione delle frontiere costituisce una problematica particolarmente delicata, in quanto unica nazione centroasiatica a confinare sia con le altre quattro repubbliche post sovietiche sia con l’Afghanistan, e per la presenza di consistenti minoranze uzbeche nelle aree transfrontaliere dell’intera regione. 

In questa prospettiva, si registra un evidente miglioramento delle relazioni con il Tagikistan, dopo anni di tensioni legate essenzialmente alla forte diffidenza che connotava le relazioni tra l’allora presidente uzbeco Karimov e il suo omologo tagico Rahmon, legata a rivendicazioni di carattere storico, dispute territoriali e progetti idroelettrici.

La visita del nuovo ministro degli esteri uzbeco Komilov in Tagikistan il 29 settembre e l’incontro con il presidente Rahmon – per discutere di temi rilevanti come la cooperazione economica e avviare un dialogo su temi politici regionali complessi – rappresenta un notevole passo diplomatico in avanti del nuovo corso uzbeco: inoltre, a fine novembre le due nazioni si sono accordate per riattivare – dopo 24 anni – i collegamenti aerei. 

Il progetto di realizzare delle centrali idroelettriche, espressamente quella di Rogun in Tagikistan e di Kambarata in Kirghizistan, sono apertamente osteggiate dal governo di Tashkent nel timore che queste privino l’Uzbekistan dei volumi d’acqua necessari per la redditizia coltivazione del cotone: in sostanza viene amplificata una problematica legata alla comune esperienza sovietica, in quanto l’indipendenza nazionale ha di fatto interrotto una gestione integrata delle risorse idriche che prevedeva un sistema di compensazione energetica tra le nazioni ricche d’acqua (Kirghizistan e Tagikistan) e quelle a valle dedite alla coltivazione del cotone.

Per quanto concerne il Kirghizistan, nella seconda metà di settembre gruppi di lavoro uzbeco-kirghisi si sono incontrati per discutere e cercare di risolvere le questioni inerenti la demarcazione di 23 aree di confine contese nelle province kirghise di Osh, Jalalabad e Batken. In realtà questo incontro riveste un importanza cruciale al fine di bloccare la pericolosa escalation di tensioni e contrapposizioni che ha connotato le relazioni tra Tashkent e Bishkek nel corso degli ultimi mesi, legate in prevalenza allo sfruttamento e alla gestione della risorsa idrica.

Un auspicabile negoziato sulle questioni transfrontaliere dovrà necessariamente riguardare anche lo statuto delle enclaves territoriali, ben settanta nella Valle del Ferghana tra Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan. 

Nel territorio kirghiso vi sono sette enclaves, due appartengono al Tagikistan (Varukh e un’altra a nord di Isfana) e cinque all’Uzbekistan, tra le quali l’enclave di Sokh, uno dei casi più emblematici dell’intricato mosaico etnico centroasiatico e del difficile equilibrio geopolitico regionale. Sokh è un enclave sotto la sovranità uzbeca, in territorio kirghiso (nella regione di Batken), popolata da oltre 50.000 persone, il 90% delle quali di etnia tagica.

Nonostante non abbia per Tashkent alcuna importanza economica, questo territorio riveste per l’Uzbekistan una certa rilevanza nell’ambito della sicurezza, alla base della quale vi è l’intento strategico di creare un corridoio terrestre che colleghi l’enclave al territorio uzbeco, allo scopo di prevenire gli attacchi dei fondamentalisti islamici. A testimonianza della fragilità dell’equilibrio in quest’area,  non esistendo un accordo tra governi, al territorio di Sokh si applica la legge kirghisa sui pascoli, che impedisce l’utilizzo del suolo nazionale per la pastorizia agli stranieri (ai non kirghisi), marginalizzando economicamente gli abitanti di questa enclave.

L’impegno del neo presidente uzbeco per il rafforzamento di una politica estera focalizzata sulle questioni regionali è destinato a produrre significativi vantaggi in termini di sicurezza e stabilità, dei quali beneficerebbe l’intera regione euroasiatica. Il coinvolgimento dell’Uzbekistan negli affari regionali influirebbe positivamente sulle prospettive di rafforzamento della cooperazione economica centroasiatica, sulla soluzione delle distorsioni esistenti (status delle enclaves, gestione dell’acqua, regolamentazione deiconfini) e sulla lotta contro le minacce rappresentate dalle sacche tuttora esistenti di terrorismo jihadista.

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