Il futuro delle Province

L’art. 51 della legge 56/2014 (c.d. legge Delrio) stabilisce che «In attesa della riforma del titolo V della parte seconda della Costituzione e delle relative norme di attuazione, le Province siano disciplinate dalla medesima legge 56/2014»; pertanto sono in vigore gli artt. 54 e seguenti che stabiliscono quali sono i nuovi organi e le modalità di elezione.

Le modifiche apportate alla L. 56/2014 non hanno sostanzialmente inciso sulle competenze delle amministrazioni provinciali anche se ne hanno impoverito gli organi. I problemi concreti sono però giunti con la legge 190/2014 (art.1, commi 418, 419 e 451) che ha sottratto alle province moltissime risorse.

In particolare il comma 418 stabilisce che «…le Province e le città metropolitane concorrono al contenimento della spesa pubblica attraverso una riduzione della spesa corrente di 1.000 milioni di euro per l’anno 2015, di 2.000 milioni di euro per l’anno 2016 e di 3.000 milioni di euro a decorrere dall’anno 2017», e che, «in considerazione» di queste riduzioni di spesa, «ciascuna provincia e città metropolitana versa ad apposito capitolo di entrata del bilancio dello Stato un ammontare di risorse pari ai predetti risparmi di spesa». Sono escluse da questo versamento «le province che risultano in dissesto alla data del 15 ottobre 2014». Si prevede, infine, che «con decreto di natura non regolamentare del Ministero dell’interno, di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze, da emanare entro il 31 marzo 2015, con il supporto tecnico della Società per gli studi di settore – SOSE Spa, sentita la Conferenza Stato-città ed autonomie locali, è stabilito l’ammontare della riduzione della spesa corrente che ciascun ente deve conseguire e del corrispondente versamento tenendo conto anche della differenza tra spesa storica e fabbisogni standard».

Altre disposizioni relative a prelievi forzosi sono contenute nei successivi commi 419 e 451 della medesima legge n.190/2015.

Di fatto tagliando i fondi alle Province è stata avviata una lenta agonia.

La Corte costituzionale con la sentenza 205/2016 ha ritenuto che dette norme siano costituzionali. Il risultato è che le province sono oramai in condizione di non poter più gestire i servizi.

A sua volta la Corte dei conti – Sezione delle Autonomie con una propria relazione ha preso in esame gli aspetti ordinamentali e finanziari del riordino delle Province analizzando a fondo la materia.

Di fatto sin dall’approvazione della legge 56/2014 e la successiva proposta di riforma costituzionale che prevedeva l’abolizione delle Province, molti giuristi hanno compreso che si sarebbe creato un vuoto ed avevano segnalato la necessità di sostituire alle Province degli enti intermedi detti “di area vasta” che avrebbero potuto gestire in service molti servizi oggi affidati ai piccoli comuni, ma anche a quelli di medie dimensioni.

Così mentre si attendeva l’esito del referendum la Regione Friuli Venezia Giulia con la legge n.10 del 28 giugno 2016 ha addirittura scavalcato la Costituzione sopprimendo autonomamente le Province e sostituendole con le “Unioni territoriali intercomunali”, provocando un ricorso alla Corte Costituzionale da parte della Presidenza del Consiglio e numerose interrogazioni parlamentari.

Per fortuna l’esito del referendum del 4 dicembre ha bloccato l’iter visionario del Governo per la soppressione di questi enti. Si è trattato di una sconfitta per chi ha tentato di imporre con la forza delle scelte senza ricercare a tutti livelli una condivisione.

Alcuni cercano di rimuovere questo evento per comprensibili ragioni politiche, ma gli effetti sulla gestione degli enti locali non possono essere ignorati e vanno affrontati con urgenza.

Sembra che stia cominciando a prendere corpo l’idea che la legge 56/2014, dopo la sconfitta del referendum confermativo, possa presentare degli elementi di incostituzionalità.

Come si può infatti rimanere appesi ad una riforma costituzionale bocciata?

È legittimo smantellare di fatto le Province dal punto di vista politico, operativo e finanziario?

Con questo sistema i tributi provinciali seguitano ad essere in vigore ma non finiscono più nelle casse delle Province per garantire l’erogazione dei servizi ancora di competenza di questi enti, ma finiscono allo Stato (contribuendo al pareggio di bilancio). Anche per cui le province sono in ginocchio.

Sul sito dell’Unione Province Italiane si legge un intervento del Presidente Variati del 25 gennaio: «Ormai non ci sono più alibi o mistificazioni possibili: togliendo risorse alle Province si sono azzerati i fondi per garantire servizi che riguardano la sicurezza stessa dei cittadini. Occorre intervenire subito e con la massima urgenzaLa manovra economica del 2015 ha imposto un taglio insostenibile di oltre 3 miliardi ai bilanci delle Province: in istituzioni dove il costo della politica è pari a zero e dove la metà del personale è stata spostato, il taglio ha inciso direttamente sulle risorse a disposizione per i servizi essenziali dei cittadini. Questo ha creato una pesante sperequazione tra i cittadini delle grandi città e il resto degli italiani, oltre il 70% del Paese. Sono almeno due anni ormai che la manutenzione su scuole e strade è ridotta all’osso, e situazioni di rischio vero per i cittadini ci sono ovunque nel Paese…l’emergenza va risolta, e subito, con un decreto legge che assicuri agli enti i fondi necessari per la sicurezza delle strade e delle scuole superiori».

Anche la Conferenza Stato Regioni non è rimasta insensibile alla questione e si è impegnata a promuovere iniziative per migliorare il percorso attuativo della Legge Delrio anche allo scopo di bloccare il percorso di ridimensionamento della spesa corrente delle Province che nel 2016 è stato di 2 miliardi e che dovrebbe raggiungere i 3 miliardi nel corso del 2017.

Il problema è che l’impossibilità di agire da parte delle Province si scarica inevitabilmente sui Comuni che fino ad oggi beneficiavano di una serie di servizi e funzioni svolte anche nell’ambito del principio di sussidiarietà e che ora invece vengono meno a causa della mancanza di fondi.

In secondo luogo, da più parti e specialmente da parte di illustri costituzionalisti, come ha fatto il 21 gennaio scorso proprio il prof. Alessandro Pace, Presidente del Comitato per il NO al referendum costituzionale, si afferma che si deve riprendere in esame il metodo elettorale delle Province introdotto con la legge 56/2014 che le ha ridotte ad enti di secondo grado in tutti i sensi.

Il risultato del referendum ha dato un chiaro segno del fatto che gli elettori non gradiscono le elezioni di secondo grado che inoltre sono poco trasparenti: la prova l’abbiamo avuta con le ultime elezioni che si sono svolte nelle scorse settimane nel silenzio più assoluto anche da parte degli organi di comunicazione. In qualche Provincia si sono verificate delle strane cose con consiglieri comunali che si sono dimenticati di andare a votare e candidati che si aspettavano di ricevere almeno i voti dei consiglieri degli altri Comuni dello stesso partito e che invece, fatti i conti, hanno capito di essere stati ingannati per accordi trasversali di altro genere, vanificando così la volontà degli elettori che li avevano votati.

La democrazia rappresentativa è uno strumento delicato e deve essere gestita con attenzione.

Visto il silenzio su questi temi da parte del Governo, il prof. Pace ha annunciato che al più presto saranno presentate proposte concrete sia dal punto di vista del finanziamento che per quanto riguarda l’intero sistema elettorale.

L’unica cosa su cui si può discutere è la gratuità della funzione. Si potrebbe anche tornare a pensare che il munus pubblico possa essere gratuito.

Per l’avvenire la cosa più semplice sarebbe quella di affidare alle Province con una legge di modifica del D.lgs 267/2000 (il Testo Unico degli enti locali), oltre a quelle già proprie, tutte le funzioni che si volevano attribuire ai nuovi enti intermedi come la gestione delle funzioni fondamentali dei piccoli Comuni, le procedure di acquisto centralizzate, la gestione dei servizi pubblici e i compiti oggi svolti dagli Ambiti Territoriali Ottimali (come il servizio idrico integrato, la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, ecc.).

Occorre al più presto portare avanti queste proposte.

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