Il fascino dei putinismi, o il realismo 2.0

Un modo sicuro per attirare il consenso di una fetta significativa dell’opinione pubblica internazionale pare essere quello di riuscire a trasmettere un orgoglio imperiale del proprio progetto nazionale. Che si tratti di un progetto espansionista, come la Russia putiniana che annette territori – de jure e de facto – appartenenti a paesi limitrofi, o isolazionista come l’America trumpiana che reclama il proprio diritto a chiudere confini e risorse al resto del pianeta, sono tanti i nostri con-cittadini che vengono sedotti da queste nazioni-impero. Ma non solo USA e Russia: vari paesi stanno sfornando classi dirigenti che ambiscono ad essere padroni incontrastati del proprio territorio, svincolati dalle norme del diritto internazionale che hanno contribuito a creare, e che gettano il massimo discredito possibile sul sistema di diritto internazionale e sulle forme di tutela di diritti umani ereditato del XX secolo. Dai diritti delle minoranze, dei migranti, delle donne, delle popolazioni indigene, alle organizzazioni internazionali e alle convenzioni che sono state negoziate, non ultime quelle contro le discriminazioni o contro la tortura e i trattamenti inumani, il numero di bersagli di critica, scetticismo, ridicolizzazione o aperto rancore aumenta. Così come aumenta il numero di chi in questo modo di pensare (che mai, per alcun motivo, definirebbe ideologia) si identifica, e che forte di un consenso crescente si sente di sdoganare comportamenti e teorie che fino a qualche decennio fa appartenevano a un isolata minoranza e che al di là di questa avrebbero incontrato la pubblica condanna. Perché tanti cittadini sembrano non riconoscere più valore alla democrazia, cercare l’uomo forte, stesse pure al governo fino alla morte (e se possibile pure dopo, meglio comunque che andare a votare)? Cosa spinge un cittadino a mettere in dubbio un sistema di diritti e di valori che l’hanno largamente tutelato e che l’hanno liberato dall’arbitrio del potere e dalla condizione di suddito? E perché questo viene vissuto quasi con un senso di liberazione, come se “finalmente si potessero dire le cose come stanno”?

Ogni singola domanda fra queste meriterebbe un trattato a parte, e anzi già molte sono state sviscerate, soprattutto in connessione con la crisi sociale che accompagna la contrazione economica che si continua – dal 2008 – a chiamare crisi. Una buona lettura sulle dinamiche nazionali è offerta dalla letteratura critica del neo-liberismo. Ma la prospettiva di questo pezzo è differente, riguarda le relazioni internazionali e, tornando all’esordio, il fascino della nazione-impero, la nazione alla riconquista di sé stessa (se possibile, pure un pezzettino dei vicini, ma non troppo che poi altrimenti son guai). E forse per capire qual è la prospettiva emergente nelle relazioni internazionali, che spiega la popolarità di figure come quella di Putin, bisogna partire dal XX secolo. E da lì, tornare indietro.

Il XX secolo è un vero laboratorio per le varie teorie delle relazioni internazionali: giungono a maturazione o si evolvono in maniera decisiva teorie come il liberalismo, l’idealismo, il marxismo, il costruttivismo, la prospettiva femminista, sotto il cui attacco congiunto – a fasi alterne durante il secolo – il realismo perde la predominanza interpretativa che aveva avuto per secoli. Tanto il sistema di organizzazioni internazionali, ONU per prima, quanto e forse ancora di più l’Unione Europea sono frutto di questo ribollio.

Critica verso l’approccio realista delle relazioni internazionali, la scuola liberale rilancia la centralità della cooperazione internazionale, del ruolo che le organizzazioni internazionali possono svolgere, ma anche gli altri attori (dalle organizzazioni non governative ai privati), e sposta il fulcro del discorso dalla sicurezza militare al ruolo dell’economia e all’interdipendenza economica come garanzia di sicurezza. Il mondo è cambiato: è l’era della globalizzazione, della teoria del battito d’ali della farfalla. Si è fatto un giro di boa, e ci si è trovati nell’alto mare della contemporaneità, i cui spazi per gli attori sono molteplici, il potere è frammentato e negoziato, la cooperazione è la chiave per lo sviluppo.

E invece no: torna in grande stile il realismo, come a dire “dimenticate le velleità liberali sull’interdipendenza, sulle economie integrate come garanzia di pace, i sofismi sull’identità nazionale artefatta dei costruttivisti, le pretese femministe dell’equità come sorgente di forza collettiva, e le ipocrisie degli idealisti: potere, hard security, sovranità sono i cardini delle relazioni internazionali, da sempre e per sempre”. L’inattesa primavera del realismo nell’era globale. Tanto inattesa quando inadeguata. Difficile infatti pensare che questo ritorno al passato possa fornire effettivi strumenti di crescita o invertire processi globali che trovano radice più nel quadro tecnologico (e chi ci rinuncia?) che in una specifica corrente di pensiero. Più facile che con il dovuto pragmatismo, una botta al cerchio una alla botte, i populisti del realismo contemporaneo che- di nuovo – ritengono che il mondo sia una giungla di stati sovrani in competizione per il potere, e in cui solo il potere, soprattutto quello militare, garantisca la sopravvivenza e nuovo potere, tendano ad occultare tutte le incongruenze fra questa lettura del mondo e l’effettiva interdipendenza che il mercato globale impone. Chi plaude l’autarchia o mente deliberatamente, o vive fuori dal mondo. E da parecchio tempo. Oppure deve fare di necessità virtù, come nel caso delle sanzioni alla Russia. Ma al di là dei proclama di come sia una grande occasione per rilanciare la produzione interna, le manipolazioni a 360 gradi per ottenerne la rimozione dimostrano come sia ben meno che il second best. Perché si può vivere nel passato, ma solo nella propria testa.

O nelle proprie teste, perché sono in tanti ad aver riscoperto il fascino del realismo, complice certo una sofisticata e martellante propaganda da parte dei suoi più convinti propugnatori. La propaganda incentrata su una retorica sempre più aggressiva, che non ammette il contraddittorio, è peraltro il primo strumento per la conquista ed espansione di un elettorato sempre più conservatore e per occultare tutte le menzionate incongruenza fra l’idea di una sovranità nazionale che ricorda di più lo stato nazione del XIX secolo (ma pure prima) che i moderni stati. Stati in cui la società civile sa e vuole perseguire i propri interessi indipendentemente da quelli dichiarati come priorità nazionali, anche di sicurezza. Per non parlare del settore privato, declinato in tutte le sue forme. E certo che il potere politico possa come un antico monarca imporre le proprie volontà al grande capitale è una delle tante mistificazioni che circondano i contemporanei “uomini forti”. I testosteronici filmati del solito Putin che sgrida gli imprenditori come bambinetti certo non rendono fede al rapporto fra Gazprom o Sechin e lo stato russo, e a chi sta usando chi, se sia il pubblico che controlla il privato a bacchetta come si vuol far credere, o se l’attuale gruppo economico-politico stia usando le strutture dello stato a proprio beneficio, indipendentemente dagli interessi pubblici nazionali. E poi il contesto internazionale: quel groviglio di ong, privati, organizzazioni inter-governative, e informazione, da cui auto- escludersi è costosissimo. E allora si cercano soluzioni ad hoc: via gli amici degli stranieri veicolanti messaggi difformi dalla retorica putiniana nazionale, ma ben vengano gli investitori stranieri, e ben venga il ruolo chiave in organizzazioni internazionali, ma senza subire gli obblighi che i trattati comportano. Dentro ai grandi progetti di infrastrutture che congiungono, ma fuori dai flussi demografici che su queste infrastrutture si muoveranno. Insomma incoerenze di approccio a quello che è la globalizzazione calata nel quotidiano, ricomposte grazie a un fiume di parole. Come se le parole potessero manipolare i contenuti ma senza generarne. Il problema è che un “discorso” una volta attivato rimane uguale a sé stesso solo se viene ripetuto senza essere mutato.

Questo è il processo dei “condividi” nel mondo del social-media. Ma non di soli “condividi” vivono gli internauti. E il discorso nazionalista, fondamentale per lo stato realista – giocatore singolo, incentrato sui propri interessi e sulla manutenzione del proprio potere, in trincea contro la comunità internazionale – è uno di quelli che una volta seminato può radicalizzarsi ben oltre le volontà della classe dirigente che l’ha incoraggiato. È il caso delle parate dell’ultra destra in Russia, quelle de “I russi prima! La Russia ai Russi!”, verso le quali cresce la cautela, in un paese in cui i crimini con background interetnico devono venire riportati in modo ovattato, per timore dell’impatto sulla coesione sociale. E che si è tagliato fuori dal suo miglior mercato, che ha visto il valore della propria moneta quasi dimezzarsi e che dipende sempre di più da risorse il cui prezzo non ha il peso politico per controllare, che si pone a capo di progetti di integrazione (spesso coatta) regionale di mediocre riuscita. Ma che proietta un’ immagine di superpotenza, ipotecata a un crescente interventismo militare, e il cui presidente (ormai quasi da un quinto di secolo) è indicato da una fetta dell’opinione pubblica mondiale come uno statista di statura. Certo Putin è ottusamente impermeabile alle contaminazioni liberiste, femministe, costruttiviste, idealiste, e la sua popolarità è dovuta molto più al suo trasmettere un messaggio di tipo realista vecchio stampo che al fatto che la Russia putiniana offra un promettente modello di sviluppo. E il numero di realisti, pare, è in aumento, sebbene l’identificazione nella teoria rimane piuttosto inconsapevole, più istintiva che dottrinale.

In un mondo dominato da una costante immersione nel progresso che galoppa, si sta con la testa girata all’indietro, sognando zar e imperatori assoluti, e ci si trova con al governo abili affaristi pronti a saltare sul primo carro diimbonitori o urlatori che sappian garantire consensi. Il realismo 2.0 non s’ha da fare.

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