Profughi, l’Australia di fronte alla Corte dell’Aia: ci finirà anche l’Europa?

Hodan si è data fuoco nel campo profughi australiano dell’isola di Nauru, in mezzo al Pacifico. Veniva dalla Somalia. Aveva vent’anni, ma solo 17 quando è fuggita come profuga. Da sola. Si stava appena affacciando alla vita: era ancora quasi nell’età dei giochi. Eppure, da adolescente, era già stata ferita da esperienze durissime: la guerra civile infinita che ha distrutto il suo paese, le violenze dei gruppi jihadisti di Al Shabaab e quelle dei miliziani dei signori della guerra somali, la siccità, la fame, la carestia che spopolano interi villaggi ed hanno desertificato le campagne del Corno d’Africa, prima nel 2010/2011 e di nuovo adesso, nel 2016/2017, dopo meno di sei anni. Per questo aveva deciso di scappare. Anzi, non era scappata: era stata la Somalia a scacciarla. Il destino l’ha portata verso la via di fuga orientale, una delle più lunghe e difficili dall’Africa: prima al di là del Mar Rosso e del golfo di Aden, fino in Yemen o in Oman, poi da qui in Cambogia e in Indonesia, dove si è imbarcata per lanciare il suo grido d’aiuto alla sicura, ricca, occidentale, democratica Australia. Il battello su cui era salita insieme a decine di altri disperati, è stato intercettato dalla Marina di Canberra e dirottato verso il campo profughi offshore di Nauru, che l’Australia affida in gestione a dei contractors privati, d’intesa con il governo locale. Più che un campo, anzi, un inferno di sofferenza, dove ogni giorno è segnato da abusi, maltrattamenti, violenze di ogni genere, morte per sfinimento. Un girone senza fondo per donne, bambini, uomini, ridotti a non persone. Res nullius.

Da questo infermo Hodan è uscita alcuni mesi dopo essere sbarcata. Un incidente stradale l’ha ridotta in coma, costringendo i medici a ricoverarla in un ospedale di Brisbane. Così in Australia c’è arrivata moribonda. A poco a poco si è ripresa ed ha cominciato a sperare che, a quel punto, forse proprio quell’incidente che aveva rischiato di ucciderla era stato la sua “fortuna”: a pensare, cioè, che qualcuno finalmente avrebbe accolto il suo grido d’aiuto. Non è stato così. Appena i sanitari la hanno dimessa, è stata costretta a ritornare a Nauru. E allora non ce l’ha fatta più.

“Io odio questa vita. E’ una vita di inganni continui”, ha detto a un’assistente, lasciando l’ospedale. Ha retto ancora qualche mese. Poi, una mattina, ha deciso di farla finita nel modo più atroce, cospargendosi di benzina e lasciandosi avvolgere dalle fiamme. Era il 2 maggio 2016. Quattro giorni prima aveva fatto la stessa cosa, lì a Nauru, un altro giovane profugo, Omid Masoumali, un iraniano di 23 anni. La sua giovane moglie ha spiegato che, immolando se stesso, aveva voluto denunciare le terribili, inumane condizioni in cui sono relegati i richiedenti asilo rinchiusi nei lager offshore voluti dall’Australia, Nauru, appunto, e Manus, in Papua Nuova Guinea. Condizioni che hanno portato alla disperazione centinaia, migliaia di detenuti, tanto da indurli a continui gesti di autolesionismo come unico mezzo per far sentire la propria voce. E’ eloquente la testimonianza di Elain Pearson, il rappresentante di Human Rights Watch a Sidney: “Episodi di violenza contro se stessi – ha detto dopo il suicidio di Omid – non sono una rarità a Nauru. Ogni settimana i richiedenti asilo rinchiusi nel campo si procurano dolorose ferite con lame e coltelli, ingoiano lamette da barba o veleni, tentano di impiccarsi…”. Proteste estreme di giovani per i quali – detenuti come criminali e trattati in maniera inumana per il solo fatto di essere fuggiti dal proprio paese, in cerca di asilo – la vita è diventata una sofferenza infinita e non conta più nulla. Come ha detto Hodan con quel suo “Io odio questa vita…” quando si è vista respingere per l’ennesima volta: in quel momento nessuno l’ha capito, ma di fronte a quell’ultimo muro di incomprensione stava annunciando la sua volontà di farla finita. A 21 anni.

Per tutte queste sofferenze ora la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia ha aperto un’inchiesta, ipotizzando il crimine di lesa umanità. Ne ha parlato il Guardian di Londra alcuni giorni fa. Sotto accusa è il Governo australiano. Non un singolo premier politico, uno o più ministri, o magari qualche alto funzionario statale o di polizia. No, è chiamato in causa il Governo stesso, nella sua interezza, per i criteri e i sistemi adottati nella politica di controllo e respingimento dell’immigrazione condotta dal 2001 e imperniata sui campi-lager di Nauru e Manus. Non si era mai avuta, in precedenza, una istruttoria giudiziaria di questo tipo. E può rivelarsi una svolta decisiva, perché la scelta dei centri di detenzione offshore adottata da Canberra ha fatto scuola e si sta diffondendo. In particolare nella Ue: a Bruxelles e nelle capitali dei singoli Stati membri è ormai prevalente il programma che punta a esternalizzare i confini della Fortezza Europa e ad affidarne la sorveglianza alle polizie e alle milizie di Paesi “terzi”, con il compito di impedire ai richiedenti asilo persino di arrivare alle sponde meridionali del Mediterraneo e di concentrarli in campi di custodia e smistamento. Dimenticando quello che accade nei centri di detenzione già esistenti da anni in Africa: in Sudan, ad esempio, o peggio ancora in Libia, dove – come hanno più volte denunciato numerose Ong e la stessa Onu – violenze, abusi, stupri, torture, lavoro schiavo, uccisioni, sono la norma quotidiana, esattamente come è stato denunciato alla Corte di Giustizia Internazionale per Nauru e Manus.

L’inchiesta sui campi offshore di Canberra è nata da una denuncia inviata nel 2014 alla Corte dell’Aia dal Global Legal Action Network (Glan) e dalla Stanford International Human Rights Clinic. L’esposto è supportato da un dossier di 108 pagine che descrive nei dettagli le “pratiche strazianti” e i comportamenti adottati nei confronti dei richiedenti asilo. “Rapporti recenti – specifica in particolare il Glan, una organizzazione no profit con sede a Londra e a Dublino – hanno svelato privazioni della libertà e lunghi periodi di detenzione in condizioni inumane, inclusi frequenti abusi psicologici e sessuali su adulti e bambini… Tutto questo e la conseguente perdita di ogni speranza, hanno determinato quello che gli esperti definiscono un livello epidemico di autolesionismo tra i detenuti”. Una situazione tanto pesante da far ritenere – scrive il Guardian – che il dossier inviato alla Corte sia “la più vasta relazione mai presentata su crimini contro l’umanità commessi al di fuori di un contesto di guerra”. Una situazione della quale – stando a quanto pare stia emergendo dall’istruttoria – il Procuratore riterrebbe responsabili a vario titolo sia il Governo che gli organismi privati, i “contractors”, che gestiscono i campi, al punto che alcuni, informati del rischio di essere imputati di crimini contro l’umanità, avrebbero manifestato l’intenzione di non rinnovare il contratto alla scadenza.

Al di là delle singole responsabilità, comunque, l’istruttoria dell’Alta Corte ha messo sotto accusa tutto il “sistema Australia” di “contrasto” all’immigrazione, vantato e preso a modello anche da molti ministri e politici europei. Ma il contenuto del dossier presentato dal Glan e poi accolto dai magistrati come base dell’istruttoria in corso, appare perfettamente sovrapponibile alle relazioni sui centri di detenzione in Libia inviate in questi anni a Bruxelles e ai Governi europei da organizzazioni come Amnesty, Human Rights Watch, Medici Senza Frontiere, Habeshia e, il 15 dicembre scorso, appena due mesi fa, dalla Commissione dell’Onu. Anche in queste relazioni si è fatto notare che nei lager libici emergono condizioni nelle quali si può configurare un crimine contro l’umanità. E i comportamenti, gli abusi commessi da miliziani, poliziotti e funzionari corrotti in combutta con i trafficanti di uomini, non sembrano granché diversi da quelli delle “guardie” in servizio a Nauru e Manus. Anzi, la milizia dei “diavoli a cavallo”, reduce da anni di stragi in Darfur e ora “gendarme dell’immigrazione” in Sudan, ad esempio, ha una fama ben più feroce dei “contractors” ingaggiati da Canberra. Però tutti quei rapporti sono stati ignorati dalla Ue. E si procede speditamente sulla strada del respingimento a tutti i costi e della esternalizzazione dei confini: l’ultima tappa sono stati il patto Italia-Libia firmato a Roma il 2 febbraio e il successivo memorandum di Malta con cui l’Unione Europea, 24 ore dopo, ha avallato di nuovo questa scelta.

Non risulta che ci siano state reazioni, almeno finora, in Italia e in Europa, alla notizia dell’istruttoria aperta dalla Corte Internazionale. Eppure Bruxelles e Roma si sono messe sulla stessa strada. Lo ha fatto notare, in particolare, il professor Ioannis Kalpouzos, dell’Istituto Giuridico dell’Università di Londra, presidente del Glan: “Diversi Stati europei stanno seguendo l’esempio australiano – ha ammonito – Ma noi siamo testimoni di come (con questa politica: ndr) siano diventati la norma crimini commessi contro il popolo dei rifugiati. Il popolo più vulnerabile del mondo. Siamo fiduciosi che il Procuratore riconoscerà la gravità della situazione e impedirà che possa continuare”.

Roma, in particolare, ha già subito ben 8 condanne di fronte a Corti giurisdizionali europee e proprio in questi giorni si è aperto a suo carico un altro procedimento alla Corte per i Diritti Umani, per l’espulsione di 40 ragazzi sudanesi fuggiti dal Darfur, rimpatriati da Torino il 28 agosto 2016, contro la loro volontà. Finirà che il Governo italiano dovrà difendersi anche davanti alla Corte Internazionale di Giustizia?

Tratto da: Diritti e Frontiere

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