Massacrati su un barcone 42 profughi somali in fuga dallo Yemen

Bodies of Somali migrants, killed in attack by a helicopter while traveling in a boat off the coast of Yemen, lie on the ground at Hodeida, Yemen, Friday, Mar. 17, 2017. A helicopter gunship attacked a boat packed with Somali migrants off the coast of Yemen overnight Thursday, killing at least 31 people, according to a U.N. agency, Yemeni officials and a survivor who witnessed the attack. (AP Photo/Abdel-Karim Muhammed)

Erano fuggiti mesi, anni fa, dalla Somalia sconvolta dalla guerra civile e dal terrorismo di Al Shabaab, cercando scampo nello Yemen. Sono rimasti finché hanno potuto. Poi la guerra e la carestia li hanno scacciati anche da qui, costringendoli a un’altra fuga per la vita, di nuovo in mare, ma questa volta a ritroso, verso l’Africa. Sono stati massacrati proprio quando pensavano di essere ormai vicini alla salvezza, protetti dalle insegne dell’Unhcr, il Commissariato dell’Onu per i rifugiati. Un elicottero da combattimento ha attaccato il barcone sul quale erano stipati, colpendolo con razzi e mitraglia. Alla fine si sono contati 42 cadaveri. Ottanta superstiti, terrorizzati, sono stati recuperati in acqua, tra i rottami del battello, dopo che l’elicottero aggressore si era allontanato, da alcuni pescatori yemeniti. Molti sono feriti: 24 in modo grave. Tra le vittime, tante donne e tanti bambini.

A dare notizia della strage – avvenuta il 16 marzo, poco dopo il tramonto – è stato Joel Millman, portavoce dell’Organizzazione Internazionale per l’Immigrazione (Oim). Le prime informazioni parlavano di una trentina di vittime. Poi il bilancio di morte è salito ad “almeno 42”, come ha precisato ai cronisti di Al Jazeera Ibrahim Ali Zeyad,, un marinaio che era sulla barca. Teatro della carneficina, le acque del Mar Rosso al largo di Hodeidah, a poche miglia dal Bab al Mandeb, lo stretto che immette nell’Oceano Indiano. Non è chiaro se quel barcone fosse salpato proprio dalla zona di  Hodeidah o più a sud, sulla costa del Golfo di Aden, al di là del Bab al Mandeb. A bordo – ha precisato Mohamed al Alay, un ufficiale della locale Guardia Costiera – erano saliti in più di 120: un viaggio della speranza dallo Yemen al Sudan, dove quei profughi sarebbero stati presumibilmente accolti in un campo gestito dall’Onu. Molti, quasi tutti, ha confermato infatti William Sprindler, uno dei portavoce dell’Unhcr che operano in Medio Oriente, erano già stati registrati come rifugiati proprio dopo essere fuggiti dal conflitto somalo.

L’attacco – ha ricostruito Al Jazeera – è avvenuto quando la costa yemenita era ancora ben in vista. L’elicottero aggressore ufficialmente non è stato identificato. Più fonti dicono, però, che era un Apache, un velivolo in grado di operare sia di giorno che di notte, fabbricato in America dalla Boeing. C’è da credere, dunque, che appartenga alla flotta aerea della coalizione a guida saudita schierata contro gli Houti e sostenuta dagli Stati Uniti. Tanto più che Riyad e i suoi alleati, come fa notare il quotidiano spagnolo El Diario, “hanno il controllo totale dello spazio aereo yemenita, impedendo ai ribelli l’uso di aerei ed elicotteri”. Sta di fatto che l’Apache ha puntato subito la barca e l’ha colpita a freddo, ritenendo magari che venisse da Hodeidah, il grosso porto commerciale controllato dalle milizie sciite degli Houti, che nel 2014 hanno conquistato Sana’a, la capitale, e gran parte del paese, scacciando il presidente Abd Rabbu Mansour Hadi e costringendolo a riparare ad Aden, nell’estremo sud, sotto la protezione dell’Arabia e del Qatar. Per la gente a bordo non c’è stato scampo.

Il perché di questa aggressione assurda resta un mistero. Il Bab al Mandeb è una via di comunicazione marittima tra le più importanti del mondo, strategica in particolare per il petrolio. Le acque che lo circondano sono da sempre pattugliatissime, per decine di miglia. Tanto più adesso, con la guerra in Yemen, grazie anche alle basi militari concesse dall’Eritrea, presso Assab e Massawa, sulla sponda africana del Mar Rosso, all’alleanza capeggiata dall’Arabia, la quale le utilizza, oltre che per attaccare i ribelli houti, per operazioni aeree o navali di controllo e vigilanza. Ogni movimento sospetto viene segnalato ed eventualmente colpito. Ma c’è da chiedersi come sia stato possibile scambiare una barca piena di rifugiati per un obiettivo militare.

Lo denuncia senza mezzi termini anche l’Unhcr: “Siamo sgomenti per questo attacco contro civili innocenti – ha dichiarato William Spindler ad Al Jazeera – Si tratta di persone che hanno sofferto moltissimo e rischiato la vita per fuggire dalla Somalia. Persone che avevano cercato sicurezza in Yemen, trovandovi invece una situazione diventata via via sempre più pericolosa, a causa del conflitto in corso e della crisi umanitaria esplosa in seguito alla carestia. Ecco, stavano tentando ancora di arrivare finalmente da qualche altra parte in cerca di salvezza e invece hanno incontrato questa tragica fine….”.

Un terribile errore? Forse. Ma sarebbe l’ennesimo. L’ultimo di una catena lunghissima di attacchi che, dal 2014 a oggi, si sono scatenati ripetutamente contro obiettivi civili, indifesi e tutelati dalle convenzioni internazionali e spesso dalle bandiere della Croce Rossa: scuole, campi profughi, mercati, acquedotti, moschee, ospedali sia yemeniti che, in almeno tre occasioni, gestiti da Medici Senza Frontiere. O, ancora, gruppi di persone riunite per cerimonie religiose, matrimoni o addirittura funerali e persino bus civili, depositi di cibo, contadini e campi coltivati, tanto da aver desertificato le campagne, impedendo le coltivazioni e moltiplicando dunque gli effetti della siccità, la fame e la carestia. E’ eloquente, in proposito, la relazione di 51 pagine inviata nel gennaio 2016 da una equipe di esperti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dalla quale sembrerebbe emergere una sorta di “strategia del terrore”.

L’alleanza messa in piedi da Riyad ha sempre negato, in queste circostanze, che si sia trattato di azioni mirate. Ogni volta ha parlato di “errore” o, come si legge sempre più spesso nei rapporti dei comandi militari, di “danni collaterali”. E nessuno l’ha mai chiamata a renderne davvero conto. Neanche di fronte ai dossier con i quali, per due anni di seguito (agosto 2015 e febbraio 2016), Human Rights Watch ha segnalato l’uso frequente di “cluster munitions” (le micidiali bombe a grappolo messe al bando nel 2008) contro obiettivi non militari. E neanche quando ci sono state denunce esplicite, come nel caso degli ospedali di Medici Senza frontiere, presi di mira nonostante le ampie, chiarissime comunicazioni preventive e mantenuti sotto attacco, talvolta sino alla distruzione completa, senza tener minimamente conto delle segnalazioni lanciate dai responsabili della Ong fin dall’inizio dei raid aerei.

Proprio partendo da episodi di questo genere, l’Alto Commissario per i diritti umani ha sollecitato nel 2016 la nomina di una commissione internazionale indipendente d’inchiesta sulle violazioni del diritto umanitario in Yemen, ma lo stesso Consiglio dell’Onu per i diritti umani ha respinto la proposta. Gli Stati dell’Unione Europea, che in gran parte hanno inizialmente sostenuto la richiesta, al momento decisivo – hanno rilevato la Rete Disarmo e Amnesty – si sono tirati indietro, senza neanche specificare i motivi di questo ripensamento. Non solo. Pochi mesi prima, nel giugno 2016, le Nazioni Unite, per bocca del segretario generale Ban Ki Moon, avevano dovuto ammettere di aver tolto la coalizione a guida saudita in Yemen dalla “lista nera” dei responsabili di azioni di guerra che hanno coinvolto bambini, in seguito alle forti pressioni dell’Arabia la quale, definendo “crudelmente esagerato” quel censimento, minacciava di tagliare i fondi per i programmi umanitari.

Un silenzio assordante, in particolare, si è registrato da parte degli alleati o comunque degli “amici” occidentali di Riyad. Gli Stati Uniti, innanzi tutto, che garantiscono armi e supporto tecnico-logistico, inclusi servizi di intelligence, alle forze schierate contro gli Houti. Ma anche l’Italia, la quale – come hanno denunciato ancora una volta Amnesty International e la Rete Disarmo – ha inviato alla Royal Saudi Air Force consistenti, ripetute forniture di bombe, poi sganciate a pioggia pure su obiettivi civili. Si tratta delle Mk 83, ordigni da 460 chili prodotti dalla Rmw in Sardegna e il cui impiego in Yemen è stato documentato da Human Rights Watch con inconfutabili prove fotografiche. Quei 42 profughi somali uccisi sul barcone affondato nel Mar Rosso, al largo di Hodeidah, fuggivano anche da queste bombe.

Tratto da: Diritti e Frontiere

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