La crescente militarizzazione nel bacino del Caspio e le potenziali ripercussioni in ambito energetico

Prendendo spunto dal report del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) Trends in International Arms Transfer 2016, si evince un costante processo di riarmo e di militarizzazione delle tre repubbliche post-sovietiche che si affacciano sul bacino del Caspio (Azerbaigian, Kazakhstan e Turkmenistan), creando dei presupposti di potenziale instabilità in un area strategica soprattutto dal punto di vista energetico.

Nel periodo preso in considerazione (2012-2016) l’Azerbaigian si colloca al 21°posto al mondo tra le nazioni importatrici di armi. La Russia rappresenta il principale fornitore (69% delle importazioni), mentre il 22% proviene da Israele e l’11% dalla Bielorussia. È interessante sottolineare come l’Azerbaigian – a differenza dell’Armenia – pur non facendo parte dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC, organizzazione multilaterale di sicurezza regionale dominata da Mosca) sia uno dei principali partner commerciali russi per l’acquisto di armamenti (in particolare mezzi corazzati di terra), anche se gli ordinativi sono addirittura in calo rispetto al biennio precedente, in quanto secondo il SIPRI si attestavano allora all’85%.

In realtà la Russia da anni attua con successo una politica volta a soddisfare la crescente domanda di armamenti di Armenia ed Azerbaigian, strategia geopoliticamente proficua in quanto consente a Mosca di mantenere solide leve d’influenza nel Caucaso meridionale e nell’evoluzione della diatriba azero-armena sul Nagorno Karabakh. Ad esempio la fornitura di missili Iskander russi a Erevan ha spinto Baku ad incrementare le importazioni di armi e di sistemi di difesa per fronteggiare questa potenziale minaccia, con le imprese di armamenti russi ed israeliane che beneficiano di questa escalation militare.

Israele rappresenta un altro importante partner militare per l’Azerbaigian, al quale fornisce principalmente droni e missili anti-tank. Alcuni giorni dopo la visita del premier Netanyahu in Azerbaigian, nel dicembre 2016 il governo di Baku ha annunciato di aver acquistato da Israele l’Iron Dome, il sistema di difesa aerea antimissile impiegato dal governo di Tel Aviv per disinnescare gli attacchi con i razzi dai territori palestinesi, con l’obiettivo di estendere l’ombrello protettivo sul territorio nazionale nel caso di un ipotetico attacco dell’Armenia con i missili Iskander. Tuttavia, permangono dubbi di natura logistica ed economica riguardo alla funzionalità e alla sostenibilità economica di questa acquisizione.

Secondo gli esperti, le installazioni e i singoli missili che compongono il sistema di difesa Iron Dome hanno un costo elevato di difficile assorbimento in una fase economica come quella attuale, caratterizzata da prezzi del petrolio bassi che inficiano fortemente

sul budget di Baku relativo alle spese militari. Inoltre, Iron Dome appare inefficace per neutralizzare gli Iskander armeni, in quanto questi ultimi possiedono un raggio d’azione maggiore rispetto ai razzi lanciati dai territori palestinesi ed intercettati dall’Iron Dome a difesa del territorio israeliano.

Per quanto concerne le repubbliche centroasiatiche, il Kazakhstan si colloca al 36°posto nella graduatoria SIPRI tra i maggiori importatori di armi al mondo, con la Russia che anche in questo caso riveste un ruolo prioritario coprendo il 76% degli acquisti militari di Astana.

Questo si spiega in parte con l’adesione kazaka al Trattato di Sicurezza Collettiva e il suo ruolo di membro fondatore dell’Unione Economica Euroasiatica, che sottendono uno speciale legame di collaborazione tra le due nazioni. Inoltre, l’appartenenza all’OTSC consente ai membri di usufruire di forniture di armi ed equipaggiamento a prezzi ridotti rispetto a quelli di mercato. A differenza dell’Azerbaigian, il Kazakhstan non è invischiato in conflitti militari con le nazioni confinanti, per cui si deduce che gli armamenti verranno utilizzati per fronteggiare la minaccia del terrorismo e delle fazioni armate radicali legate al cosiddetto Stato Islamico, con le quali il governo di Astana ha fatto i conti negli ultimi anni.

Di particolare rilevanza appare invece il caso del Turkmenistan – nazione che dall’indipendenza del 1991 ha adottato lo status di neutralità positiva, promulgando di conseguenza una dottrina militare puramente difensiva – che si colloca al 40°posto al mondo per importazioni di armi, prevalentemente acquistate dalla Turchia (36%), Cina (27%) e Russia (20%).

Questo processo di crescente militarizzazione risulta ancora più interessante se si evidenzia il fatto che il Turkmenistan appare maggiormente impegnato a potenziare ed ammodernare la flotta nazionale di stanza sul bacino del Caspio, piuttosto che concentrare gli sforzi sulle forze terrestri impegnate sul poroso confine orientale con l’Afghanistan, al fine di prevenire le incursioni armate potenzialmente destabilizzanti dei Taliban. Infatti, nel corso degli anni il Turkmenistan ha commissionato alla Turchia la realizzazione di dieci motovedette veloci, almeno due delle quali sono state equipaggiate con sistemi missilistici antiaereo forniti dal consorzio europeo MBDA. Inoltre, i Paesi Bassi hanno fornito sistemi radar, la Francia missili e l’Italia altri armamenti destinati all’equipaggiamento dei mezzi navali di Ashgabat.

Le attrezzature militari cinesi e russe sono invece destinate al rafforzamento delle forze armate terrestri concentrate sul confine afgano-turkmeno. Agli inizi di aprile, durante delle esercitazioni militari, il Presidente turkmeno Berdymuhammedow ha mostrato il nuovo sistema di difesa missilistico acquistato dalla Cina, che sarebbe stato acquistato anche dall’Uzbekistan. In questo modo, Ashgbat rafforza la cooperazione militare con un importante attore regionale, cercando di allentare il predominio russo sul mercato regionale della vendita di armi. Infatti l’acquisizione di questo sofisticato e moderno equipaggiamento militare delle due repubbliche centroasiatiche sembra vanificare i tentativi di Putin di creare un sistema unificato ed integrato di difesa aereo nella regione centroasiatica, che di fatto verrebbe limitato soltanto a Tagikistan e Kirghizistan e Kazakistan, in ambito OTSC.

Questo orientamento strategico del Turkmenistan volto a privilegiare il rafforzamento della capacità militare a protezione delle frontiere marittime, lascia presupporre il timore di un attacco aereo sulle infrastrutture energetiche presenti sul bacino nazionale del Caspio (porto di Turkmenbashi, raffinerie, giacimenti petroliferi offshore), scenario che rappresenterebbe una seria minaccia anche per la fattibilità del corridoio energetico transcaspico.

In generale, è proprio la crescente militarizzazione dei cinque stati rivieraschi del bacino del Caspio che desta preoccupazione, in quanto pericolosamente si creano i presupposti per una sorta di “Caspian arms race scenario”, una corsa al riarmo in un area potenzialmente esplosiva a causa di una serie di insolute questioni e tensioni regionali.

La contesa tra Azerbaigian e Turkmenistan sulla proprietà e i diritti di sfruttamento di alcuni giacimenti offshore (nonostante i progressi nelle relazioni bilaterali, agevolate anche dall’attivismo diplomatico della UE e della Turchia) e la mancata definizione dello status legale del Caspio rappresentano sicuramente i principali fattori di tensione in ambito regionale.

Inoltre, la ferma opposizione russa ed iraniana alla realizzazione di infrastrutture energetiche che uniscano le due sponde del Caspio – per le quali Mosca e Teheran pretendono il consenso di tutte le nazioni rivierasche mentre Baku ed Ashgabat concordano nel ritenere sufficiente l’approvazione delle nazioni interessate – contribuisce notevolmente ad una pericolosa radicalizzazione delle posizioni.

Queste dispute irrisolte sono spesso sfociate nel corso degli anni in incidenti diplomaticamente circoscritti ma potenzialmente pericolosi: nel 2001 una nave da guerra iraniana intimò la sospensione di attività di prospezione offshore condotte dalla British Petroleum per conto dell’Azerbaigian in una zona contesa del Caspio e nel 2008 episodi simili coinvolsero Azerbaigian e Turkmenistan e nuovamente Baku e Teheran.

La combinazione tra la crescente militarizzazione delle flotte delle nazioni rivierasche e l’esacerbarsi delle tensioni regionali esistenti rischiano di deflagrare in uno scenario di conflittualità aperta, condizione che di fatto congelerebbe i vari progetti per lo sfruttamento delle enormi riserve energetiche del bacino del Caspio (stimate dall’Energy Information Administration in 48 miliardi di barili di petrolio quasi 9 mila miliardi di metri cubi di gas naturale) e per la realizzazione del corridoio energetico meridionale supportato dall’Unione Europea.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato dall’autore nella newsletter no. 27 di Eurasian Business Dispatch, Marzo 2017

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