Profughi, l’Assemblea dei Tebu rigetta l’accordo di Roma con le tribù libiche

E’ ancora fresco d’inchiostro ma già sta naufragando l’accordo con una sessantina di tribù libiche firmato “in gran segreto” e presentato come risolutivo dal Viminale per la pacificazione del Fezzan e il controllo dell’immigrazione. L’Assemblea Nazionale dei Tebu (Nta) non lo ritiene valido: quel trattato sarebbe niente di più che un pezzo di carta senza valore. E i Tebu sono uno dei clan più importanti, indicato come fondamentale nel disegno tutto italiano di guadagnarsi la collaborazione dei “potentati” locali per vigilare sui confini meridionali della Libia, in pieno deserto, e bloccare il flusso dei migranti che arriva dal Ciad e dal Niger.

Ad annunciare questa doccia fredda sui programmi del ministro Minniti è stato un portavoce della tribù, non solo riferendo che l’Assemblea ha rigettato l’accordo di pace sottoscritto a Roma, alla fine di marzo, tra i Tebu, gli Awlad Suleiman e i Tuareg, ma specificando anzi che l’iniziativa del Viminale viene considerata una interferenza indebita dell’Italia negli affari interni della Libia. “I dignitari che hanno firmato il patto di Roma – ha dichiarato il portavoce dell’Assemblea al Libya Herald – non rappresentano la comunità Tebu. Quei dignitari vengono tutti da Qatrum mentre gli scontri registrati dal 2011 al 2015 tra i Tuareg e i Tebu e tra i Tebu e gli Awlad Suleiman si sono verificati a Ubari, Sebha e Marzuk”. Come dire: a Roma si sono rivolti ad esponenti di clan che non c’entrano granché con il conflitto tribale in corso o che, comunque, non hanno alcun potere per fermarlo. Qatrum, infatti, è sicuramente un centro importante, nel cuore di un’oasi di oltre 11 mila abitanti, lungo alcune delle principali vie di comunicazione che collegano la Libia al Ciad e al Niger, tanto da ospitare anche un ufficio consolare della Repubblica Nigerina. Ha però poco a che fare ed è distante centinaia di chilometri di deserto da Marzuk, Ubari e Sheba, dove da anni le rivalità tra clan sono fortissime ed esplodono in sanguinosi conflitti armati al minimo pretesto. In particolare da Sheba, la più importante delle città della Libia centro-meridionale, antica capitale del Fezzan, 126 mila abitanti e principale snodo di traffico per le piste e le strade che confluiscono in Libia dal sud, per diramarsi poi verso Tripoli e la costa.

Con i Tebu deve essere accaduto, in sostanza, esattamente quello che diversi osservatori esperti della Libia fanno notare ormai da anni, avvertendo che i notabili tribali hanno magari il potere di condurre trattative su certi problemi e su certe scelte, ad esempio la cattura o la cessione di prigionieri, ma non di decidere in maniera univoca a nome dell’intero clan, specie su questioni ritenute fondamentali. E a questo punto, dunque, c’è da dubitare pure del ruolo dei dignitari arrivati a Roma come rappresentanti dei Tuareg e degli Awlad Suleiman. Anche loro, cioè, potrebbero appartenere a clan locali non direttamente ricollegabili al conflitto da “pacificare” o comunque non avere il potere di prendere decisioni valide in toto per la tribù. A proposito degli Awlad Suleiman, anzi, c’è un problema in più, forse anche più grave. Il sito web che censisce e monitora i gruppi jihadisti e in particolare l’Isis, meno di un anno fa, all’inizio di maggio 2016, ha riferito che esponenti autorevoli di questo clan hanno proclamato adesione e fedeltà alla Provincia di Libia dello Stato Islamico, sottomettendosi all’autorità del califfo Al Baghdadi. Anche in questo caso – come ha riferito a suo tempo Cristiano Tinazzi, reporter freelance esperto di Libia – vale sicuramente il principio che l’adesione di alcuni leader può non equivalere a quella della intera tribù. La questione, però, va chiarita o quanto meno bisogna tenerne conto, tanto più che l’Isis ha cercato di intrecciare con gli Awlad Suleiman un rapporto più stretto rispetto agli altri clan proprio perché sono loro a controllare le principali rotte del deserto con il Ciad e con il Niger. Eppure non risulta che il Viminale ne abbia fatto parola. Silenzio totale, nonostante la notizia della “dichiarazione di fedeltà” di almeno parte degli Awlad Suleiman all’Isis sia stata riferita il 9 maggio 2016 anche dall’Ansa, diventando ampiamente di dominio pubblico.

A parte eventuali errori nella scelta degli “interlocutori” da “pacificare”, in modo da conquistarne la collaborazione per il controllo e il blocco dei migranti e dei profughi al confine meridionale della Libia, prima che possano raggiungere la sponda del Mediterraneo e imbarcarsi verso l’Europa, tuttavia, il punto fondamentale sembra essere quello della “indebita interferenza” di Roma nelle “questioni libiche”. Nella sua dichiarazione al Libya Herald, il portavoce dell’Assemblea Nazionale dei Tebu ha insistito molto su questo aspetto: “L’Assemblea – ha detto – comprende la necessità dell’Italia di controllare i crescenti flussi di migranti provenienti dalla Libia, ma questo non dà diritto a Roma di intervenire negli affari interni della Libia e di trascurare i canali ufficiali, dove il Governo italiano può trovare aiuto”.

Se non è un “richiamo formale”, poco ci manca. C’è da chiedersi, allora, con quali criteri e su quali basi siano state condotte queste trattative da palazzo Chigi e in particolare dal Viminale. Anche perché quello arrivato dall’Assemblea Nazionale dei Tebu non è il primo stop. Un altolà ancora più clamoroso Roma lo ha ricevuto dall’Alta Corte di Tripoli, la quale il 23 marzo ha bloccato tutti gli accordi sui migranti derivanti dal memorandum firmato il 2 febbraio scorso con Fayez Serraj, presidente del Governo di Alleanza Nazionale (Gna) libico insediato dall’Onu un anno fa ma percepito come illegale dalla maggioranza della popolazione e, di conseguenza, quasi del tutto privo di seguito e di autorità. Anzi, la sentenza – scaturita da un ricorso firmato anche dall’ex ministro della giustizia Salah Al Marghani – si basa sul fatto che il Gna non avrebbe il potere di stipulare alcun trattato o accordo internazionale proprio perché, non avendo mai ricevuto la fiducia del Parlamento elettivo di Tobruk, è da considerarsi illegittimo. Poco importa, evidentemente, agli occhi dei libici, se ha ottenuto il riconoscimento di tutte le cancellerie occidentali. Al contrario: la genesi stessa del governo Serraj e il sostegno dell’Europa e degli Stati Uniti sono considerati semmai, dalla maggioranza del Paese, una ingerenza o addirittura una “prepotenza” straniera, di tipo coloniale.

Ma tant’è: Palazzo Chigi e il Viminale sembrano decisi ad andare avanti come se nulla fosse. Il tempo dirà con quali conseguenze. E intanto è il generale Khalifa Aftar, comandante dell’Esercito Nazionale di Tobruk, a conquistarsi l’appoggio di un numero crescente di clan. L’ultimo “patto di alleanza”, sancito anche dal rilascio di prigionieri, è stato siglato il 30 marzo con i Gharyan. In precedenza, oltre a numerosi gruppi minori, si erano schierati con Tobruk e dunque contro il governo di Tripoli guidato da Fayez Serraj, clan importanti come i Mshait, gli Obeid, i Fwakher, i Drasa ma soprattutto – fa notare la rivista Analisi Difesa – i Warfalla, “la più numerosa, meglio armata e potente” delle 140 tribù libiche.

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