SAKNES: IL CONTEMPORANEO, LA MEMORIA, LA RICERCA

Scrive Ugo Volli, “la danza è l’arte che presenta il corpo” e “presentando un corpo, la danza in realtà articola sempre dei frammenti di vita, lavora sull’esistenza concreta dei suoi danzatori per influenzare quella dei suoi spettatori”. Un concetto totale, che aderisce ancor più alla sua verità quando ci si confronta con la danza che si fa testimonianza esplicita di un vissuto e di una memoria. Saknes, spettacolo ideato, coreografato e danzato da Benedetta Capanna riporta proprio questo tipo di esperienza.

“Provocante e ispirata”, dalle “gloriose abilità espressive”. Apprezzata dalla critica non solo italiana, la coreografa e danzatrice ha chiuso con il suo ultimo spettacolo la rassegna “Aprile in danza” promossa dalla Fondazione Roma Tre Teatro Palladium, organizzata in collaborazione con il Goethe Institut e con il patrocinio dell’Ambasciata della Lettonia. In scena, infatti, una coreografia che è ben più arduo lavoro di ricerca, un omaggio alla nonna Mirdza Kalnins, danzatrice lettone, prima ballerina del teatro dell’Opera di Roma. Un confronto con il passato, le radici alle quali la danza di Benedetta attinge, alle quali si ispira traendone fuori poi la sua personalità, la sua danza, la sua crescita. Una vocazione, la sua, che nasce da un terapeutico bisogno di ritrovarsi, di interrogarsi, rispondere ai propri perché e ritrovare così anche l’origine del movimento che lei sperimenta.

Un palco quasi spoglio e già espressivo, sul quale aleggiano appese a mezz’aria foto d’epoca in bianco e nero. Un leggio con un ritratto poggiato ai suoi piedi, un cumulo di vestiti di scena accatastati assieme a usate punte di danza classica. Il buio e poi lei, Benedetta, in un corpetto rosa antico che si prolunga in un’ariosa gonna, un abito retrò, dal sapore di primi del ‘900. Un abito che è già memoria. Nel silenzio più totale solo il suo respiro, la danza inizia e assistiamo a un momento teso, dove la precisione dell’esecuzione si cristallizza in ogni singola posa, l’immobilità del gesto genera scatti, fermi immagini, l’occhio si focalizza sul corpo intero e in palpitante e assieme leggera attesa si aspetta il prossimo gesto. La danza di Benedetta è questo, un fremito sotterraneo, viscerale, atavico e anche inquieto, smanioso di realizzarsi, trasmettendo nel contempo quiete, una tensione all’equilibrio, al centro, al sentire pienamente ogni centimetro del corpo, entrarci in contatto, esserne consapevoli. Alla danza muta e piena si inserisce una musica minimale concreta, una trance frusciante, dove il corpo si adatta e mostra i suoi spasmi, le sue dilatazioni e le sue contrazioni, sguardo incisivo, menade del nuovo millennio, occhi concentrati e poi apertura in un sorriso, movimenti forsennati che si rincorrono, strusciare la schiena al pavimento e creare grandi arcate con la sinuosa e ferma potenza delle gambe. Ondeggia e poi nettamente espone le sue linee. Uno spettacolo che si sviluppa con palesi richiami a quelle che sono le pratiche yoga, disciplina di cui Benedetta è anche maestra. Queste due potenti materie, danza e yoga, entrando in contatto si passano dei principi e si influenzano, pur mantenendosi ognuna nel proprio ambito.

Lo danza, dunque, si apre e ci si concede, con la sua ballerina spavalda, dai nervi in tensione che trasmettono un’urgenza di comunicare. Lo spettacolo diventa momento intimo, come solo può essere lo sfogliare l’album delle foto di famiglia, e Benedetta permette a noi silenziosi spettatori di assistere al suo confronto col passato, e nel farlo si lascia scoprire il cuore, la passione, i ricordi e la personalità di adesso. Riscoprire chi siamo, da dove veniamo, la necessità di sentire un appartenenza, ricordandosi che appartenere non è sinonimo di circoscriversi e non integrare altro. La consapevolezza dell’appartenenza ci rende anzi aperti. La matrice psicologica, l’esperienza coltivata e la danza metafora di tutto, come solitudine e legante con l’altro, l’entrare in connessione, tutto concentrato in una sperimentale coreografia. Più semplicemente nelle parole della Capanna: “Viviamo in ciò che lasciamo agli altri. La forza della radice, la danza è saknes. Dare senso alle fughe, per creare una fine. Assorbire il senso del ritorno, per sigillare un addio.”

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