“Toghe Rosso Sangue” a teatro

Tra i tanti tristi record che l’Italia può vantare, uno tra i più inquietanti è certo quello di essere il Paese con il più alto numero di magistrati uccisi al mondo. Uomini assassinati perché facevano il proprio dovere, quello di indagare e cercare di stabilire la verità, nell’interesse della comunità. “Toghe Rosso Sangue” – spettacolo di Francesco Marino, scritto da Giacomo Carbone, ispirato all’omonimo libro di Paride Leporace e interpretato da Sebastiano Gavasso, Francesco Polizzi, Diego Migeni, Emanuela Valiante – ha il raro pregio di denunciare tutto questo attraverso una messa in scena semplice eppure molto intensa. I 4 attori, vestiti di scuro, non hanno bisogno di null’altro che altrettante sedie e la propria potente presenza per rievocare i nomi, le vicende e lo scenario che hanno segnato la vita e la morte di 27 magistrati:

– Agostino Pianta ucciso il 17 marzo 1969 a Brescia da un detenuto vittima di un errore giudiziario.
– Pietro Scaglione ucciso il 5 maggio 1971 a Palermo dalla mafia.
– Francesco Ferlaino ucciso il 3 luglio 1975 a Lamezia Terme dalla ’ndrangheta.
– Francesco Coco ucciso l’8 giugno 1976 a Genova dalle Brigate Rosse.
– Vittorio Occorsio ucciso il 10 luglio del 1976 a Roma da Ordine Nuovo.
– Riccardo Palma ucciso il 14 febbraio 1978 a Roma dalle Brigate Rosse.
– Girolamo Tartaglione ucciso il 10 ottobre 1978 a Roma dalle Brigate Rosse.
– Fedele Calvosa ucciso l’8 novembre del 1978 a Frosinone dalle Unità combattenti comuniste.
– Emilio Alessandrini ucciso il 29 gennaio 1979 a Milano da Prima Linea.
– Cesare Terranova ucciso il 25 settembre 1979 a Palermo dalla mafia.
– Nicola Giacumbi ucciso il 16 marzo 1980 a Salerno dalla colonna delle Brigate Rosse “F. Pelli”.
– Girolamo Minervini ucciso il 18 marzo 1980 a Roma dalle Brigate Rosse.
– Guido Galli ucciso il 19 marzo 1980 a Milano da Prima Linea.
– Mario Amato ucciso il 23 giugno 1980 a Roma dai NAR.
– Gaetano Costa ucciso il 6 agosto 1980 a Palermo dalla mafia.
– Gian Giacomo Ciaccio Montalto ucciso il 25 gennaio 1983 a Trapani dalla mafia.
– Bruno Caccia ucciso il 26 giugno 1983 a Torino dalla ’ndrangheta.
– Rocco Chinnici ucciso il 29 luglio 1983 a Palermo dalla mafia.
– Alberto Giacomelli ucciso il 14 settembre 1988 a Trapani dalla mafia.
– Antonino Saettaucciso il 25 settembre 1988 a Canicattì dalla mafia.
– Rosario Angelo Livatino ucciso il 21 settembre 1990 ad Agrigento dalla mafia.
– Antonio Scopelliti ucciso il 9 agosto 1991 a Campo Calabro dalla ’ndrangheta e dalla mafia.
– Giovanni Falcone e Francesca Morvillo uccisi a Capaci il 23 maggio del 1992 dalla mafia.
– Paolo Borsellino ucciso a Palermo il 19 luglio del 1992 dalla mafia.
– Luigi Daga vittima di un attentato al Cairo il 26 ottobre 1993 effettuato da un terrorista del Gruppo islamico. Il giudice morirà successivamente a Roma il 17 novembre.
Paolo Adinolfi scomparso a Roma il 2 luglio 1994.

Questo 12 aprile lo spettacolo viene rappresentato presso il Teatro Argentina di Roma, dopo esser già stato ospitato l’8 e il 9 aprile dal Teatro Sala Viglioni. La replica dell’Argentina, però, è una matinée: ciò permette alle scuole di coinvolgere i ragazzi e consente a quest’ultimi non solo di entrare in uno dei più antichi teatri della Capitale ma di uscire dai banchi per venire realmente a contatto con un tema dolorosamente reale della nostra storia contemporanea.

La sala è invasa da adolescenti sovraeccitati, che fanno ciò che alla loro età riescono a fare meglio: godersi una giornata di libertà, sfuggendo alle 4 mura di una classe. Spero, però, che complici l’argomento e l’immediatezza con cui è affrontato, si lascino coinvolgere dimenticando per un attimo tutte quelle piccole cose che si credono grandi quando non lo si è.
Gli attori vengono accolti da un boato ingiustificato che, invece, non promette nulla di buono: la loro recitazione è asciutta, senza fronzoli, toccante. Richiamano un nome, ne ricordano i tratti caratteriali e qualche dettaglio fisico, contestualizzando efficacemente il momento storico in cui ci si trova: in questo modo non raccontano soltanto la vicenda particolare della vittima ma anche quella più generale di un Paese dove la lotta armata dei gruppi politici più estremi si lega mortalmente con il malaffare, la corruzione e il segreto di stato. È così che sbandati, doppiogiochisti, collusi, mafiosi e rappresentanti indegni delle istituzioni finiscono per comporre quel mix letale in grado di uccide chi si avvicina troppo all’antidoto che potrebbe salvare l’Italia. Il testo di Giacomo Carbone, inoltre, non si limita a ripercorrere in maniera didascalica le biografie di quei servitori morti per servire uno Stato che spesso non ha saputo o voluto tutelarli: ridona loro quell’umanità che una morte violenta ha tentato di togliergli. “Toghe Rosso Sangue”, infatti, ha un grande punto di forza nel rimarcare più volte come questi magistrati siano stati a loro volta bambini, adolescenti, poi uomini fatti e finiti. Brutalmente. Figli, fratelli, padri di qualcuno a cui sono stati strappati in maniera orrenda e feroce, semplicemente perché non volevano farsi gli affari propri. A differenza dei ragazzi in sala: la maggior parte dei quali non ha smesso di chiacchierare, ridacchiare nei momenti meno opportuni, svelare con un fascio di luce sul volto che trovava più interessante consultare il proprio cellulare che guardare verso il palco, fino ad arrivare a lanciare aeroplanini di carta dai palchetti sulla platea.  C’è stato solo un momento in grado di suscitare autentico e genuino entusiasmo condiviso: la battuta, nelle intenzioni pronunciata da un mafioso, “l’insegnante è un mestiere per cornuti”. Gli insegnanti, in effetti, nulla potevano contro il buio in sala e gli sfottò di alunni protetti dal momentaneo anonimato: del resto, l’educazione e una certa sensibilità andrebbero coltivate principalmente a casa, oltre che tra i banchi o a teatro. Nemmeno il saluto finale dell’autore in sala e la presenza di un autentico magistrato, il cui nome è stato reso inintelligibile dal chiacchiericcio di fondo, ha potuto placarli. Né l’intelligente parallelo da lui fatto tra cultura mafiosa e bullismo, perché in entrambi i casi si sceglie di guardare dall’altra parte, invece di imbracciare l’arma di cui il mafioso o il bullo ha più paura: la parola. Perché la mafia, così come il bullo, evitano quei posti in cui si comunica, si dice tutto, non si ha paura: lì si sentono più deboli, maggiormente esposti, in minoranza.

La maggior parte degli uomini e delle donne di domani presenti in sala, invece, ha confermato quel primato del Paese che uccide chi non si fa gli affari propri, facendoseli. E utilizzando la parola nel più sterile dei modi. La speranza? Che almeno un paio di loro siano riusciti ad andare oltre il conformismo travestito da strafottenza che, solitamente, caratterizza la massa: se anche uno dei tanti stimoli seminati da “Toghe Rosso Sangue” germoglierà in alcuni, esso rappresenterà un forte ostacolo sia a quella cultura omertosa che ha permesso che 27 magistrati fossero assassinati sia all’atteggiamento tipico di chi terrorizza giornalmente i più deboli di lui confidando nell’impunità che il silenzio garantisce. Risultati, questi, che gioverebbero a ristabilire uno dei compiti principali del teatro: quel contributo all’educazione di cui, oggi come ieri, si ha disperatamente bisogno.

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