Prigionia: femminile singolare

Quella che voi chiamate retorica è ancora galera.
Teatrocittà è una delle ultime e nuove realtà teatrali romane, attiva quasi da un anno nella periferia di Torre Spaccata. Appartenente a quei teatri detti di cintura, il progetto nasce dalla volontà di creare uno spazio polivalente e multifunzionale, dove convivono cultura e riqualificazione urbana. Un cantiere adibito a teatro volto a promuove arte con la speranza di arricchire uno dei quartieri più difficili di Roma, avvicinando quanto più possibile le persone a un circuito qualitativo, non con l’intenzione di spersonalizzare il luogo, ma con l’ambizione di fornire gli strumenti volti alla sensibilizzazione.
È qui che Patrizia Schiavo, affermata regista e attrice, sta investendo le sue energie, garantendo uno spazio per compagnie e gruppi di lavoro, e qui è andato in scena anche l’ultimo spettacolo di cui ha curato la regia. Un lavoro firmato da Aniello Nigro e Giovanna Manfredini, “Prigionia: femminile singolare”.
La sensibilizzazione verso alcune tematiche è principio fondamentale per far si che poi non se ne debba, magari, più discuterne, perché vorrà dire che qualcosa si è realmente modificato in meglio. Dunque il teatro, massima porta della sensibilizzazione, non può non adempiere a questo compito di informare e continuare sempre a smuovere.
Ecco che la Schiavo, sempre attenta alle dinamiche sociali, con uno sguardo molto spesso rivolto alla questione dell’autodeterminazione femminile, al discorso sempre vivo dell’indipendenza, al senso di esser donna e al suo ruolo nella società, accoglie uno spettacolo di impegno come Prigionia: singolare femminile. Un palcoscenico ricoperto di giornali, fa da sfondo a più storie. Un’unica attrice è più donne, più volti. “Che sia pazza o savia, sterile o fertile, artista o no, assediata dalla guerra o dalla pace, perdente o vincente, è una donna che esplora, si arrovella, cerca fuori di sé affanno-samente.”
In abito bianco e velo rosso, una donna del vicino Mediooriente che ama e subisce, sterile, non apprezzata, viene massacrata da un compagno che mortifica, svilisce, annienta e non trova la forza per non soccombere, non autosabotarsi. Immagini della guerra fra le sue parole, di corpi esplosi, una strage esterna specchio di un massacro interno. Galera, prigione, reclusione. Luoghi metaforici e reali per indicare uno stato che concentra diverse sfumature e assume diversi aspetti. Una donna che ha passato i quaranta, che non vede possibilità di affermazione, un dialogo con una madre invisibile, quei genitori che vogliamo sempre soddisfare e che temiamo di deludere, “imprigionata dentro di te madre”. Affoga nel cibo i malesseri, questo vuoto d’amore che non riesce a colmare. In monologhi e i ragionamenti nell’intimità di un bagno, assistiamo così a un altro dramma personale.
Altri volti, altre storie che l’attrice Cristina Carrisi interpreta con sapiente bravura, immedesimata e capace di adattare la sua personalità alle trasformazioni richieste, cogliendo e trasmettendo totalmente l’essenza dei personaggi. Come la madre napoletana, che la Carrisi interpreta con una federe recitazione dalle espressioni dialettali. Una madre che vive nello stereotipo della donna che “deve far lavori da donna” e essendo madre badare, accudire, levarsi ogni briciolo di energia per sacrificarla alla famiglia. Risultato è quello di una Medea inferocita, oppressa dalla società, che continua a studiare per prendersi la patente perché lei ha sempre voluto guidare.
Limiti, clichè, imposizioni, violenze psicologiche e abusi fisici, dinamiche di autosabotaggio, annientamento della propria personalità, del proprio essere, della propria vita. Uno spettacolo chiaro nell’intento che mostra diversi frammenti che sono diverse realtà, collegati fra loro in un arco temporale e scenico un po’ troppo lungo, un leggero taglio renderebbe, forse, più fruibile il lavoro di quella che è una curata drammaturgia. La completezza dell’attrice, poi, è il collante ideale che tiene insieme i vari scenari e le varie storie con momenti di espressività  totalizzanti.  La “quintessenza trasversale dell’essere donna”, le sfumature varie del sentire.
“Ha perso i suoi istinti autoprotettivi nell’altrui compiacimento. Non sa amare se stessa, non abbastanza.”  La chiusa è un altro monologo, un monologo rivolto direttamente al pubblico, l’attrice esce dal suo personaggio e ci parla informalmente, esprimendo il perché di questo spettacolo. Un fuori spettacolo che sembra un prolungamento dello stesso. Per ricordarci che ciò che avviene sulla scena è solo la rappresentazione di quanto in realtà ancora si vive.

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