La resistenza non violenta e lo sciopero della fame dei prigionieri palestinesi

Sono più di 1500 i detenuti politici palestinesi nelle carceri israeliane che hanno deciso, dal 17 aprile scorso, proprio nella giornata dei prigionieri palestinesi, di proclamare una mobilitazione “non violenta” attraverso una campagna dello sciopero della fame. L’obiettivo di quest’azione, oltre alla risonanza mediatica, è quello di chiedere e ottenere maggiore dignità e diritti per la propria condizione. Sono diverse le difficoltà che vengono denunciate come quella di ricevere solo con grande difficoltà la visita del proprio avvocato e dei familiari o le necessarie cure mediche.

Da molti anni in Palestina, più precisamente nei Territori Occupati, lo sciopero della fame insieme alle marcie pacifiche del venerdì, organizzate dai Comitati nonviolenti, e al boicottaggio, disinvestimento e sanzione, è finalizzato ad ottenere maggiori diritti e dignità per il popolo palestinese evitando qualunque ricorso alla violenza o atti simili.

Lo sciopero della fame dei detenuti palestinesi è nato sotto l’impulso del leader palestinese Marwan Barghouti, in carcere dal 2002. Prima di lui sono stati diversi i detenuti palestinesi che hanno portato avanti questa forma di protesta, come ad esempio Samer Issawi, arrestato dall’esercito israeliano per la prima volta il 15 aprile del 2002 a Ramallah con l’accusa di aver partecipato attivamente alla Seconda Intifada. Lo sciopero di Samer è considerato il più lungo. Sono stati ben 266 i giorni di digiuno durante i quali c’è stata una incisiva mobilitazione mediatica e politica.

Lo sciopero della fame, secondo gli studi della peace research, è un’azione non violenta praticata, in passato, da diversi leader politici come Gandhi, Martin Luther King o Nelson Mandela. Secondo l’ong “Club des prisonniers palestiniens” presente e attiva nei Territori occupati la situazione dei detenuti palestinesi è molto critica: “da giorni all’interno delle carceri l’esercito ha confiscato tutti i beni che erano nelle celle dei detenuti che hanno aderito alla protesta e hanno iniziato a trasferirli in altre prigioni”. Tutto questo avviene violando alcuni diritti fondamentali e senza una adeguata reazione da parte della comunità internazionale. A questo proposito bisognerà tenere alta l’attenzione nei prossimi giorni, in previsione della futura visita, il 3 maggio p.v., del presidente Abu Abbas alla Casa Bianca dove incontrerà Donald Trump. Come afferma Mahatma Gandhi: “Il genere umano può liberarsi della violenza soltanto ricorrendo alla non violenza. L’odio può essere sconfitto soltanto con l’amore. Rispondendo all’odio con l’odio non si fa altro che accrescere la grandezza e la profondità dell’odio stesso. La non violenza è il primo articolo della mia fede. È anche l’ultimo articolo del mio credo”. Ci auguriamo che lo sciopero dei detenuti palestinesi porti ad un reale miglioramento delle condizioni umane all’interno delle carceri israeliane e un’attenzione rinnovata al conflitto israelo–palestinese eccessivamente trascurata con drammi che si ripetono nell’indifferenza del mondo.

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