Morire a vent’anni per un berrettino: sempre più violenza in Libia contro i profughi in partenza

MOAS rescue 105 migrants in rubber dinghy October 4, 2014. Photo: Darrin Zammit Lupi/MOAS

Veniva dalla Sierra Leone. Si stava imbarcando da una spiaggia tra Sabratha e Zuwara quando un trafficante ha preteso di prendergli il berretto da baseball. Lui ci teneva a quel berretto: era “suo” e voleva arrivarci fino in Italia. Così si è rifiutato. Quello, allora, non ha esitato a tirare fuori una pistola e a sparare quasi a bruciapelo. È crollato a terra. Il fratello e altri profughi lo hanno portato a bordo del gommone in partenza. Poco dopo è morto. Aveva appena 20 anni.

I migranti possono morire anche così in Libia: per un cappellino colorato. Lo hanno raccontato i compagni di quel ragazzo ai soccorritori della Phoenix, la nave di Moas, la Ong maltese, che hanno intercettato il battello a qualche decina di miglia dalla costa africana e ovviamente hanno chiesto conto di quel corpo privo di vita, con una evidente ferita da arma da fuoco, trovato al momento del trasbordo. Il cadavere è stato sbarcato la mattina di sabato 6 maggio a Catania.

Questo omicidio assurdo è solo l’ultimo caso della escalation di violenza contro i migranti in partenza che negli ultimi mesi, grossomodo dall’inizio di marzo, si sta aggiungendo in Libia alle condizioni già terribili vissute nei centri di detenzione o durante il lungo percorso dal confine meridionale, in pieno Sahara, fino alla costa. C’è da chiedersi quali ne siano le ragioni. Diversi episodi sembrano indicare che sta cambiando qualcosa negli “equilibri” con cui negli ultimi anni è stato gestito il traffico di esseri umani. Forse si sta profilando una guerra tra clan e magari anche con quella parte della Guardia Costiera o dell’apparto di polizia che varie inchieste giornalistiche e gli stessi rapporti dell’Onu hanno indicato come collusa con le organizzazioni criminali. O, magari, questo crescendo di ferocia potrebbe essere legato alla necessità di “fare in fretta”, prima che si avvertano gli effetti del giro di vite che il governo di Fayez Serraj a Tripoli si è impegnato a imprimere al controllo dell’immigrazione, sulla scia degli accordi stipulati con l’Unione Europea e, in particolare, del memorandum firmato con l’Italia il 2 febbraio. E’ sintomatica, in ogni caso, la sequenza dei fatti

Sabratha, 5 marzo 2017. I cadaveri di 15 migranti uccisi a colpi di arma da fuoco vengono trovati sepolti a fior di terra in una fossa comune, in fondo a un terrapieno, nella macchia litoranea di Fanar, vicino alla spiaggia, alle porte di Sabratha. A giudicare dallo stato di conservazione dei corpi, la strage deve essere avvenuta almeno un paio di giorni prima, verso il 2 o il 3 di marzo. Forse si tratta di una esecuzione per rappresaglia o forse quei migranti sono rimasti uccisi nel corso di uno scontro tra bande rivali. La notizia viene confermata da un rapporto della direzione locale dei Servizi di Sicurezza, precisando che le salme sono state dissepolte e trasferite per l’inumazione nel cimitero a sud della città, dove vengono seppelliti generalmente i corpi dei migranti recuperati in mare o gettati dalla corrente sulla spiaggia e rimasti senza un nome. Nessun elemento per risalire all’identità e al paese d’origine delle vittime: si sa solo che dovevano essere profughi subsahariani.

Sabratha, 7/8 marzo 2017. Sulle dune costiere alle porte della città sono scoperti i corpi di 22 migranti uccisi a raffiche di mitra. Secondo quanto riferiscono i media libici e le agenzie di stampa internazionali si tratta di una strage “per punizione” o rappresaglia. Quei 22 migranti facevano parte di un grosso gruppo che i trafficanti volevano costringere a imbarcarsi, probabilmente la notte tra il 4 e il 5 marzo, nonostante il mare fosse molto mosso e, di conseguenza, più che evidente la quasi certezza di affondare dopo poche miglia di navigazione. Di fronte al rifiuto di obbedire all’ordine di salire a bordo, i trafficanti avrebbero aperto il fuoco contro i più riottosi, uccidendone 22 e probabilmente ferendone parecchi altri. Si ignora la sorte dei superstiti: è probabile che siano rimasti in balia dei miliziani del clan.

Bani Walid, 9/10 marzo 2017. Dopo la scoperta delle due stragi di Sabratha, la sede Oim in Libia pubblica un rapporto nel quale si afferma che dalla fine di dicembre sono stati trovati, in diverse circostanze, almeno 100 cadaveri di profughi nella zona di Bani Walid snodo delle piste e delle strade che arrivano da Sabha e che da qui si diramano verso la costa, puntando su Misurata, distante circa 130 chilometri in direzione nord-est o su Tripoli, 150 chilometri in direzione nord-ovest. Molti dei corpi erano ai margini delle piste o delle strade in pieno deserto: l’ipotesi più accreditata è che siano i resti di migranti abbandonati a morire dopo essere caduti accidentalmente dai camion o dai pick-up che li portavano verso la costa. Altri presentano ferite mortali da arma da fuoco o segni di torture e maltrattamenti.

Zuwara, 19/20 marzo 2017. Due gommoni carichi di migranti vengono assaltati durante la navigazione da un gruppo di uomini armati giunti su un motoscafo veloce. Sotto la minaccia dei mitra spianati i due natanti sono costretti a fermarsi: alcuni degli assalitori li abbordano e si impadroniscono dei motori fuoribordo. I due battelli, ormai ingovernabili, vengono abbandonati alla deriva e restano in balia del mare per oltre un giorno. Quando una motovedetta della Guardia Costiera li intercetta, tre donne sono ormai morte e tre giovani che avevano tentato di raggiungere la riva a nuoto risultano dispersi.

Al largo tra Sabratha e Zuwara, fine marzo. Alcuni migranti soccorsi dalla nave Aquarius a una ventina di miglia dalla costa libica, fuori delle acque territoriali, raccontano a personale di Medici Senza Frontiere che il loro gommone, partito la notte prima, era stato scortato per alcune miglia da un battello dei trafficanti che avevano poi invertito la corsa prima di uscire dalle acque territoriali ma dopo aver indicato la rotta da seguire o comunque la direzione di massima da prendere. Non risulta che la scorta fosse armata o comunque i profughi che ne hanno parlato dicono di non aver visto armi di nessun tipo.

Zuwara, 6 aprile 2017. Una motovedetta della Guardia Costiera libica sorprende un battello veloce con diversi uomini armati che sta scortando un gommone carico di oltre 120 migranti. Essendo stato ignorato l’ordine di fermarsi, il guardacoste apre il fuoco. Si accende un breve ma cruento scontro nel quale quattro trafficanti restano uccisi. Altri due sono catturati e tratti in arresto. Nessun ferito tra il personale della Guardia Costiera né tra i profughi a bordo del gommone, che vengono fermati e riportati in Libia.

Zuwara, 7/15 aprile 2017. Al conflitto a fuoco in mare tra la motovedetta libica e il battello dei trafficanti fanno seguito 7/8 giorni di scontri armati: prima tra la Guardia Costiera e una o più bande di trafficanti (con almeno un morto tra gli “scafisti”) e poi, a quanto pare, tra due bande rivali. La notizie viene riferita da un rappresentante di Medici Senza Frontiere sulla base di fonti locali e di informazioni riportate dalla stampa libica in arabo.

Italia, 24 aprile 2017. Un servizio giornalistico pubblicato da La Stampa riferisce la testimonianza di alcuni migranti che raccontano come il loro gommone, dopo la partenza dalla costa libica, sia stato scortato per un certo tratto, entro il limite delle acque territoriali, da alcuni trafficanti su moto d’acqua. Anche in questo caso – come nell’episodio riferito a Medici Senza frontiere a fine marzo – prima di tornare indietro i trafficanti hanno indicato al profugo che aveva accettato di mettersi al timone quale direzione seguire in linea di massima. A bordo del gommone, dunque, non ci sarebbero stati scafisti collegati al clan dei trafficanti. Il racconto è confermato dalle immagini di un breve filmato fatto con un cellulare nelle quali si vede chiaramente almeno una moto d’acqua che naviga in coppia con il gommone dal quale venivano fatte le riprese. Non si capisce se i trafficanti di scorta fossero armati.

Da tutto questo emergono due evidenze. La prima è che i trafficanti non tollerano ormai nemmeno il minimo cenno di resistenza, pronti a fare fuoco per uccidere anche per un niente. Perfino per un berrettino: figurarsi per un rifiuto di imbarcarsi o per una qualsiasi protesta. Secondo punto: i trafficanti o quanto meno alcune bande hanno deciso di scortare sino al limite delle acque territoriali i gommoni che fanno partire: con altri battelli più veloci o con moto d’acqua, che si muovono ancora più agilmente e rapidamente e sono più difficili da individuare. Sui motivi si possono avanzare due ipotesi: la necessità di proteggere le proprie “spedizioni” da eventuali assalti di altre bande o dai controlli della Guardia Costiera, che rimanda in Libia tutti i battelli intercettati; la necessità o la volontà di “risparmiare” scafisti alle dirette dipendenze dei clan, destinati ad essere quasi certamente individuati ed arrestati al momento dell’arrivo in Italia e dunque sempre più difficili da trovare. Ovviamente le due ipotesi non si escludono: anzi, potrebbero integrarsi come aspetti dello stesso problema. Certo è che in questi giorni, secondo gli ultimi rapporti dell’Oim, ci sono in Libia oltre 300 mila profughi: a tanti è stata prospettata la possibilità di essere rimpatriati nel proprio paese ma la maggioranza, tutti quelli che sono fuggiti da situazioni di crisi estreme, sono in attesa di imbarcarsi. Molti altri, intanto, premono alla frontiera meridionale, bloccati dalla polizia in Sudan e in Niger.

È una fuga per la vita che non si può fermare con i “muri” e che è diventata un business da miliardi di euro su cui in tanti hanno messo le mani ed ora non vogliono mollarlo. L’unica via per uscirne è istituire canali di immigrazione legali: solo così si potranno avere “flussi gestiti” e si potranno sconfiggere i clan di trafficanti. L’Unhcr, la Caritas, tutte le Ong lo dicono da anni. La Chiesa Valdese e la Comunità di Sant’Egidio hanno anche organizzato canali umanitari, portando in Italia alcune centinaia di profughi dal Libano. Per dimostrare che è una strada percorribile e sicura. Ma l’Unione Europea a Bruxelles, Roma e tutte le altre cancellerie europee, barricate dietro la loro “politica dei muri”, si ostinano o non voler sentire. E a non voler capire.

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