La matrice centroasiatica nei recenti attacchi jihadisti in Russia e Turchia: obiettivi regionali e dimensione globale

Il coinvolgimento di militanti provenienti dalla repubblica del Kirghizistan nell’attentato alla metropolitana di San Pietroburgo (Federazione Russa) il 3 aprile scorso che ha causato la morte di 11 persone – l’attentatore suicida era originario di Osh, mentre la presunta mente dell’operazione, arrestata dalle autorità russe, è un un cittadino kirghiso di etnia uzbeca nato a Jala-Abad – ha di fatto riacceso i riflettori sulla pericolosità e sulla minaccia rappresentata dai militanti jihadisti originari dell’Asia Centrale post sovietica.

In realtà, il coinvolgimento di militanti centroasiatici nelle reti del jihadismo internazionale era temuta in una prospettiva regionale-locale, ovvero per l’impatto che questi foreign fightersimpegnati in Siria ed Iraq avrebbero potuto avere al momento del loro ritorno in patria, costituendo un potenziale destabilizzante per le autocrazie secolari al potere. Invece, l’attentato in Russia e gli altri due precedenti episodi in Turchia – l’attentato all’aeroporto internazionale di Istanbul nel giugno 2016 e l’attacco al night club Reina il 31 dicembre 2016, sempre ad Istanbul – hanno evidenziato come la loro pericolosità non possa essere circoscritta all’ambito regionale, ma destinata invece ad avere un impatto globale.

Secondo il recente studio elaborato dall’International Centre for Counter-Terrorism attualmente circa tremila militanti centroasiatici sarebbero impegnati in attività militari nella filiera jihadista che opera in Siria ed Iraq sia sotto l’egida del cosiddetto Stato Islamico e sia sotto i gruppi che si rifanno ad Al Qaeda. La componente tagica – 1100 militanti – appare quella preponderante, seguita dai kirghisi (600), uzbechi (200-600), kazaki (400), turkmeni (360). I militanti tagichi e kazachi combattono prevalentemente in brigate legate allo Stato Islamico, mentre uzbechi e kirghisi sono prevalentemente inquadrati in gruppi legati al fronte al-Nusra affiliato ad Al Qaeda.1

Oltre che in termini numerici, la rilevanza della componente tagica si desume da altri aspetti, di tipo qualitativo: lo studio citato in precedenza rileva infatti come nel periodo dicembre 2015-novembre 2016 su 186 missioni suicide compiute da foreign fighters in Siria ed Iraq ben 28 sono state compiute da tagichi. Inoltre, militanti tagichi hanno ricoperto ruoli di primaria importanza all’interno dello Stato islamico: a metà aprile è stato ucciso il tagico Gulmurod Khalimov, considerato il ministro della guerra dell’IS, personaggio che destò scalpore in quanto ex esponente delle forze armate tagiche che venne addirittura addestrato negli Stati Uniti, e che poi decise di passare con il califfato.

A ribadire la rilevanza della componente tagica, Shermahmad Safarov ha comandato sino a qualche settimana fa il contingente tagico dello stato islamico in Afghanistan: a metà aprile, Safarov è rimasto ucciso a seguito del lancio del potentissimo ordigno bellico (MOAB) da parte dell’aviazione miltiare statunitense nella provincia afgana di Nangarhar.

Per quanto concerne la componente uzbeca, i militanti del Movimento Islamico dell’Uzbekistan (MIU) – tradizionalmente considerato come il principale gruppo islamico radicale centroasiatico – confluiti in quell’area geopoliticamente definita come Siraq hanno creato due nuove cellule di combattenti: la Kateeba (Brigata)Imam Bukhari e la Kateeba Tavhid va Jihad, che supportano militarmente e sono ideologicamente legate al fronteal-Nusra affiliato ad Al Qaeda ed indirettamente ai Taliban.

È interessante notare come questo scenario pone di fatto le cellule militanti uzbeche in contrasto con l’indirizzo politico assunto dal MIU in Asia centrale: infatti, nel 2015 il leader del MIU Usman Ghazi sancì con il tradizionale giuramento l’alleanza con l’ISIS recidendo i legami con gli alleati tradizionali regionali Taliban e Al Qaeda, che dopo la morte del mullahOmar sembravano più deboli di fronte ai successi dell’ISIS e all’attrattiva esercitata dalla propaganda ideologica del califfo Abubakar al-Baghdadi. In ragione di questo tradimento, dopo qualche mese Ghazi venne ucciso dai Taliban (luglio 2015) assieme ad altri dodici militanti del MIU. Successivamente il leader spirituale del MIU Abu Zar al-Burmi ha riconosciuto l’errore strategico dell’alleanza con l’ISIS, anche se di fatto le attività del MIU in Uzbekistan ed Asia Centrale appaiono oramai definitivamente compromesse.

L’attentato di San Pietroburgo ha messo inoltre in evidenza un altro importante fattore, ovvero che la filiera di reclutamento di foreign fighterscentroasiatici è stata alimentata non soltanto da militanti provenienti dalle cinque repubbliche post sovietiche ma anche dalle sacche di disagio economico e sociale esistenti nelle folte comunità di lavoratori emigrati in Russia. Si stima che oltre sette milioni di cittadini provenienti dall’Asia Centrale risiedano nel territorio della Federazione Russa per motivi di lavoro, frequentemente oggetto di discriminazione economica e di atti di xenofobia e perciò particolarmente vulnerabili di fronte alla propaganda dei fautori dell’ideologia jihadista. Nei mesi scorsi vi sono stati in Russia numerosi arresti di cittadini kirghisi, uzbechi e tagichi accusati di proselitismo o di preparare attentati: occorre tuttavia sottolineare come queste misure preventive rischino di produrre negative conseguenze sull’opinione pubblica, alimentando il risentimento e l’ostilità nei confronti dalle vaste comunità di immigrati provenienti dalle repubbliche centroasiatiche post-sovietiche, percepite come una minaccia alla sicurezza nazionale, alimentando spinte xenofobe nazionaliste.

L’obiettivo di realizzare un califfato islamico transnazionale – abbattendo le frontiere nazionali che delimitano territorialmente la umma e i regimi secolari (considerati empi) che governano gli stati -, la possibilità di ricevere finanziamenti, armi ed addestramento, l’intensa propaganda ideologica, la possibilità di operare sotto il brand vincente rappresentato dallo Stato Islamico (perlomeno sino a metà 2016) sono elementi che spiegano il potenziale attrattivo che IS ha esercitato sui militanti centroasiatici: nel gennaio 2015 inoltre, lo Stato islamico annunciò la creazione del Wilāyat (provincia) del Khorasan, che dovrebbe includere – oltre a Pakistan, Afghanistan ed Iran – anche l’Asia Centrale.

Occorre tuttavia rilevare come la penetrazione di IS in Asia centrale sia rimasta confinata alle aree montuose tra Afghanistan e Pakistan, mentre non si è verificata la temuta penetrazione dall’Afghanistan settentrionale verso le repubbliche confinanti di Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan. In sostanza si è palesata l’evidente dicotomia esistente tra le ambizioni globali dello Stato Islamico – che mira alla creazione di un califfato transnazionale – e le aspirazioni tradizionalmente nazionali dei militanti islamici, che ben si conciliano con le finalità dei Taliban afgani fautori dell’emirato centroasiatico.

Se si eccettuano l’esplosione alla sede dell’ambasciata cinese in Kirghizistan (agosto 2016) e gli attacchi nella città di Aktobe (Kazakistan occidentale) ad opera di un gruppo di militanti kazaki legati all’ISIS (giugno 2016) non vi sono state altre esplosioni di violenza legate al terrorismo islamico.

L’attentato all’ambasciata cinese di Bishkek appare significativo proprio per la sua matrice transregionale, in quanto l’esplosione dell’auto condotta da un kamikaze – prima volta nella storia kirghisa – che ha provocato il ferimento di 6 persone – è stata un azione congiunta ordita da esponenti di Kateeba Tawhid wal Jihad e del Partito Islamico del Turkestan, organizzata e finanziata da Al Nusra-Al Qaeda. Quindi kirghisi di etnia uzbeca ed uiguri (musulmani cinesi della repubblica autonoma dello Xinjiang)foreign fighters di ritorno dal Siraq avrebbero di fatto realizzato questo attentato, anche se nessuno dei gruppi ha rivendicato l’attentato

Tuttavia, proprio il Kazakistan – oasi di stabilità politica e prosperità economica sotto il presidente Nazarbayev – sembra attualmente oggetto di attacchi ed azioni terroriste condotte da kazaki radicalizzati con legami transnazionali: la crescente disoccupazione e il progressivo peggioramento delle condizioni economico-sociali, legate alla riduzione degli introiti per il basso prezzo del petrolio e la non equilibrata redistribuzione della ricchezza a livello nazionale, indubbiamente contribuiscono a creare le condizioni per una crescente adesione all’ideologia estremista. Se l’Uzbekistan è apparso in grado di contenere la minaccia islamista anche nella delicata fase di transizione politica post Karimov, il rientro dei miliziani tagichi dalla Siria appare destinato ad esacerbare una situazione di estrema vulnerabilità, prodotta dalla combinazione di una serie di fattori quali elevata disoccupazione, povertà, autoritarismo politico, debole controllo delle frontiere, marginalità geopolitica nello scacchiere regionale.

 Questo articolo è stato originariamente pubblicato dall’autore nella newsletter no. 28 di Eurasian Business Dispatch, Aprile 2017

1 Queste cifre aggiornate sono tratte dal report elaborato dal International Centre for Counter-Terrorism nel gennaio 2017,https://www.rsis.edu.sg/wp-content/uploads/2017/01/CTTA-January-2017.pdf

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