Il Viaggio Di Enea il cui limite è l’utopia

È abitudine piuttosto recente quella di attualizzare la figura di Enea, mitico principe troiano figlio di Afrodite e – secondo alcune fonti – fondatore di Roma con quella del profugo, rendendo l’eroe virgiliano un archetipo di tutti coloro che sono in fuga dalla guerra. In effetti, Enea scappa da una Troia ormai in balia dei conquistatori greci, preda delle fiamme e della violenza dei vincitori, ma c’è di più: il suo girovagare, a differenza di Odisseo o di altri celebri reduci, non ha come finalità il tornare a casa ma il disperato bisogno di costruirne una nuova. “Il Viaggio Di Enea”, opera del drammaturgo canadese di origine egiziana Olivier Kemeid, scaturisce proprio da queste suggestioni: l’autore, infatti, benché nato a Montreal ha tratto ispirazione dalle mille peripezie che la sua famiglia ha dovuto affrontare per riuscire a stabilirsi in Canada, dopo la fuga da un Egitto sconvolto da quel colpo di stato che porterà al potere Nasser. In suo nonno ha visto un po’ di Enea, in suo padre ciò che ci è stato tramandato di Ascanio: da qui un testo che si lascia suggestionare dal capolavoro del poeta latino ma, giustamente, privo quella volontà divina che guida gli eventi, proteggendone o rovinandone i protagonisti in base al proprio capriccio. L’Enea di Kemeid, allora, può contare esclusivamente sulle proprie forze, affidarsi ai suoi amici, sfidare il proprio fato.

Nell’adattamento italiano, andato in scena al Teatro Argentina e curato da Emanuela Giordano, si è scelto di rendere più manifesto il legame tra le due opere: vengono inseriti, così, stralci dell’Eneide e riferimenti diretti alle sue scene. Un lavoro di riscrittura che non sempre funziona e rende eccessivamente didascaliche certe suggestioni: maneggiare il flusso magmatico del mito è compito delicatissimo e spesso, come in questo caso, ci si brucia le dita nonostante le migliori intenzioni. Come quando, in un geniale ribaltamento di prospettive, l’Enea interpretato da Fausto Russo Alesi e i suoi compagni (Alessio Vassallo, Carlo Ragone, Valentina Minzoni, Giulio Corso, Simone Borrelli, Lorenzo Frediani e Giulia Trippetta) – tutti bianchissimi – fanno naufragio nei pressi di un lussuoso albergo con tanto di spiaggia esclusiva e vengono respinti spietatamente da due turisti e dalla proprietaria dello stabile, gli attori di colore Emmanuel Dabone e Antoinette Kapinga Mingu: si decide, però, di rompere l’incanto optando per un momento di teatro nel teatro in cui gli artisti si interrogano a scena aperta sulla bontà di questa scelta, sulla credibilità di certe battute e sul senso da dare a esse. Un passaggio che diventa errore imperdonabile perché da esso non scaturisce qualcosa di altrettanto forte, ma solo il blando tentativo di sostituire al comando divino di fondare un’altra città una non ben sviluppata questione d’onore. Il feroce scontro tra profughi troiani e popolazioni italiche verrà traslato nelle guerre tra poveri che incendiano i centri di accoglienza: tutto sfumerà nell’incontro con un Re Pastore che pacificherà le parti, vagheggiando e auspicando un futuro di dignità grazie al lavoro della terra.

“Il Viaggio Di Enea”, nonostante le discrete prove attoriali, i nobili momenti di denuncia e il tentativo di riflessione su varie tematiche umanamente e politicamente urgenti, si arena dunque nell’utopia, cede al lacrimevole e si risolve in una fantasticheria abbastanza innocua. Le speranze – così come le vicende – di chi ha perso tutto, eppure ancora lotta per trovare il proprio posto nel mondo, credo meritino qualcosa di più. Anche a teatro.

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