L’Armenia e la sua “nuova” classe dirigente

A woman walks past election posters on March 29, 2017 in Yerevan, ahead of April 2 parliamentary elections. Armenia votes in landmark legislative elections on April 2 for the first time since the adoption of constitutional reforms aimed at transforming the ex-Soviet country into a parliamentary republic. The election is seen by the West as a key democratic test for the small landlocked nation of 2.9 million, which has no history of transfers of power to an opposition through the ballot box. But the campaign has already been marred by opposition claims that the government is preparing mass electoral fraud. / AFP PHOTO / Karen MINASYAN / TO GO WITH AFP STORY BY Mariam HARUTYUNYAN

Il 2 Aprile si sono tenute le elezioni parlamentari in Armenia. Il voto si è svolto tranquillamente, non vi sono stati incidenti e le accuse di brogli sono state limitate. È però opinione diffusa sia fra gli osservatori internazionali (http://www.osce.org/office-for-democratic-institutions-and-human-rights/elections/armenia/293071) sia fra quelli locali (http://www.vocaleurope.eu/assessing-outcome-armenias-election/) che un numero significativo di irregolarità siano riconducibili alla compra-vendita di voti e a pressioni su dipendenti privati e pubblici.

Nonostante questo dubbio abbia minato ulteriormente il già fragile legame di fiducia fra gli elettori e le istituzioni elette, le elezioni sono state riconosciute legittime. Anzi in confronto alle tornate precedenti le piazze sono rimaste silenti (http://blogs.lse.ac.uk/europpblog/2017/04/05/armenias-election-aftermath/) e le richieste di annullamento del voto molto circoscritte. Le opinioni sulla recezione del voto divergono: qualcuno ci vede il riconoscimento di una procedura elettorale più complessa e nel contempo più trasparente, come pure è stato registro nei vari monitoraggi, altri un segnale della crescente apatia e alienazione popolare rispetto ai processi politici.

 

I risultati

I risultati elettorali sono nel segno di continuità, pur con delle eccezioni degne di nota. È nel segno della continuità il numero dei votanti: il 60% degli armeni si è recato alle urne. Ed è nel segno della continuità la riconferma del Partito Repubblicano, primo partito del paese ed ormai protagonista della politica armena degli ultimi quasi vent’anni (partito di centro-destra, con ruolo di osservatore del Partito Popolare Europeo). Raggiunge il 49% delle preferenze, cioè 58 seggi su 105 perdendo 11 seggi rispetto alle elezioni precedenti, ma quando il parlamento ne aveva 131. La grande  riforma costituzionale del 2015-2016 ha ridotto il numero dei seggi da 131 a 101, + 4 per le minoranze. Si conferma anche secondo partito l’Alleanza di Tsarukyan, che prende il nome dall’oligarca fondatore di Armenia Prospera: 27% dei voti, cioè 31 seggi. Il partito è stato in coalizione con i Repubblicani per poi entrare in rottura e definirsi oggi partito di opposizione.

Le altre 2 forze politiche ad essere entrati nell’Assemblea Nazionale, il Parlamento armeno, superando lo sbarramento del 7% (alleanze) e 5% (partito), sono l’Alleanza Yelk (via d’uscita) e la Federazione Rivoluzionaria Armena (FRA). La prima è un nuovo contendente elettorale, nato nel dicembre scorso dall’unione di tre forze di opposizione extraparlamentare, di indirizzo filo-europeo e occidentalista. Ha ottenuto l’8% delle preferenze, tramutati in 9 seggi. La FRA è al contrario un partito storico, nasce come partito socialista, e dal 2016 era entrato in coalizione con il partito Repubblicano, aveva 5 seggi nel parlamento uscente e ne ha 7 in quello corrente, forte del quasi 7% delle preferenze. Scarsa la dispersione di voti in partiti che non hanno raggiunto la soglia: gli illustri esclusi, ex forze parlamentari i cui protagonisti hanno rivestito in passato anche incarichi di rilievo, si sono fermati tutti al di sotto del 4%. Scompaiono quindi dai banchi del parlamento sia il Rinascimento Armeno (ex Governo della Legge), sia l’alleanza del triunvirato cui fa parte Raffi Hovanissyan, ex primo Ministro, ex candidato presidente e leader della BaRevolution e l’alleanza dell’ex presidente Levon Ter-Petrosyan. Alcuni dei volti cartello della classe dirigente della prima Armenia post-URSS si trovano esclusi dalla corrente legislatura.

 

A ogni fase la propria classe dirigente

Salvo una sparatoria in Parlamento nel 1999, la classe dirigente armena ha visto un alternarsi incruento di figure politiche nate dalle varie vicende che hanno interessato il paese. Ogni evento ha creato un fermento sociale, questo ha espresso una forza politica più o meno organica e questa ultima ha in genere raggiunto il governo del paese attraverso elezioni più o meno limpide e competitive.

Per questo è interessante osservare la corrente legislatura, chi è rimasto e chi è escluso. Gli esclusi – gli storici Raffi, Levon – rappresentano la prima classe di governo, quella che includeva i dissidenti sovietici e i rivoluzionari della rottura con l’internazionalismo dell’URSS a favore dell’assertiva affermazione delle esigenze nazionali armene: l’indipendenza e la politica di unificazione con il Karabakh. Già nel 1998, con le dimissione di Levon Ter-Petrosyan e le successive elezioni, questi avevano ceduto il posto alle figure di spicco emerse dall’altro evento traumatico che aveva segnato la storia del paese: la guerra in Karabakh. Alla presidenza saliva l’ex Presidente del Karabakh, Robert Kocharyan, e trovavano posto nelle massime cariche figure che o avevano svolto ruoli importanti nella guerra o erano direttamente veterani, ex combattenti che si convertivano alla politica.[1]

Con uno status quo consolidato e garantito da un cessate il fuoco che – fino all’inizio della corrente decade – ha tenuto, era un’altra la priorità che emergeva: l’economia e bisogno di orientare le politiche del paese in questa sfera. Sempre più presenti nel governo, in prima persona o per interposta persona gli oligarchi e i generatori di ricchezza. Una ricchezza che però rimane scarna e mal distribuita.

 

Il governo di oggi

Se questo criterio di rappresentanza non tanto fra le esigenze dell’elettorato e la classe di governo, quanto fra la crisi che attraversa il paese e la classe dirigente viene rispettato, come sarà questo nuovo esecutivo?

È giusto definirlo nuovo, anche se gli equilibri politici non sono cambiati e ci sono state conferme ministeriali rispetto al governo uscente. Il nuovo esecutivo è il primo dell’Armenia repubblica Parlamentare come uscita dalla riforma costituzionale, avrà quindi più incarichi e più responsabilità. L’agenda di governo è complessa: la tempesta corrente si chiama crisi economica persistente; cessate-il-fuoco che non tiene più; quadro geopolitico infausto per il modus operandi armeno, orientato a politiche di cooperazione a largo raggio e non esclusive. Un’economia da sollevare, una guerra da evitare e far quadrare il cerchio nelle relazioni internazionali.

Questi incarichi ricadono ora (e ancor più dall’anno prossimo, quando il Presidente Serzh Sargsyan lascerà l’incarico portando a compimento la transizione verso la nuova forma di governo) su 18 ministeri, come prevede la nuova costituzione. Il governo è di coalizione, come è tradizione nel paese anche quando il primo Partito ha i numeri per governare da solo. La lettura degli incarichi è la cartina di tornasole della crisi attuale: 5 ministeri dedicati allo sviluppo delle attività economiche, tutti in mano ai Repubblicani, salvo un non affiliato che però è riconfermato dal governo precedente. Così come è in mano repubblicana il Ministero della Difesa.

Fa parte della compagine di governo la FRA, forse il partito più accreditato presso la diaspora. Completano il governo Ministri non affiliati ma confermati negli incarichi ricoperti nel governo precedente e che fanno parte dell’entourage del Primo Ministro Karapetyan, rampante promessa della politica armena (https://www.balcanicaucaso.org/aree/Armenia/L-Armenia-al-voto-178796).

Delle priorità, o forse emergenze, menzionate, sia economia che difesa sono saldamente controllate dal Partito Repubblicano che conferma peraltro Vache Gabrielyan vice Primo Ministro e a capo di un ministero il cui nome è tutto un programma, in relazione a quanto detto sulle relazioni internazionali armene: Ministro dell’Integrazione Economica e Riforme. Da non dubitare che le delegazioni diplomatiche armene più corpose dei prossimi anni, quelle più strategiche, lo affiancheranno allo storico Ministro degli Esteri Eduard Nalbadyan.

[1]              Sul ruolo dei veterani e sull’alternarsi delle classi dirigenti armene si consiglia A. Iskandaryan, H. Mikaelian, S. Minasyan, War, Business and Politics, Informal Networks and Formal Institutions in Armenia, Caucasus Institute, Yerevan, 2016, disponibile con download gratuito qui: http://c-i.am/wp-content/uploads/Informal-networks_the-book.pdf

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