Recensione di Franco Brugnola di “Migranti e diritti: tra Mutamento sociale e buone pratiche”, Simple edizioni

Questo nuovo volume di Marco Omizzolo, pubblicato dall’associazione di promozione sociale “Tempi Moderni”, è una collettanea alla quale hanno fornito contributi molti autori qualificati ed affronta in maniera multidisciplinare il tema attualissimo dei diritti delle persone che, in fuga per i motivi più diversi da territori del continente africano e di quello asiatico, approdano dopo viaggi che mettono a rischio le loro vite, sulle nostre coste.

Le radici storiche del fenomeno della migrazione e la situazione attuale vengono descritte in maniera pregevole nel saggio di Sandro Mezzadra, mentre Emilio Drudi ha fornito la sua conoscenza diretta della situazione drammatica delle popolazioni del Corno d’Africa.

Prima a livello internazionale con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 che all’articolo 13 sancisce il diritto di ogni persona alla libertà di movimento all’interno dei confini di ogni Stato e il diritto di ognuno di lasciare il proprio paese e di farvi ritorno e all’articolo 14 stabilisce invece il diritto di asilo internazionale, ma anche con numerose convenzioni che sanciscono i diritti dei lavoratori migranti e anche delle loro famiglie e poi a livello europeo con la “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea”, esiste una ricca normativa a tutela dei migranti e in particolare dei profughi.

La Repubblica italiana ha disciplinato con vari provvedimenti legislativi e amministrativi la materia, ma nei fatti, per una serie di motivi prevalentemente politici, ma non solo, assistiamo nel nostro Paese ad una discrasia gravissima tra diritti scritti e una realtà che troppo spesso assume aspetti razzisti inammissibili in un paese civile. Da una lettura della situazione reale potrei affermare che ci troviamo in presenza di diritti inespressi e inattuati.

Gli autori dibattono la tesi secondo cui esisterebbe nei migranti una presunzione di incapacità o di non conoscenza dei loro diritti, dovuta alla religione, agli stili di vita o a culture diverse; una tesi stereotipata che viene giustamente respinta anche per merito del risveglio che viene da alcuni territori.

Sin dall’introduzione, attraverso una breve sintesi dei saggi dei vari autori vengono delineate le luci e le ombre di un’Italia che affronta il vero problema sociale dei nostri tempi in maniera molto differenziata tra una regione e l’altra con esperienze di diverso tipo ma anche con alcune buone prassi portate ad esempio da Francesco Carchedi.

Nel saggio di Valentina Noviello viene sottolineato come le pressioni politiche ed economiche incidano in termini molto netti evidenziando le contraddizioni in essere tra la presente condizione caratterizzata da forti processi di globalizzazione ma anche da leggi scritte che tutelano una serie di diritti dei migranti e dei rifugiati e l’effettiva possibilità da parte loro di poter conquistare l’esercizio di una cittadinanza “inclusiva”.

Ho parlato di diritti inespressi, ma non si pensi che questo avvenga a causa della non conoscenza; senza dubbio fino a qualche tempo fa il livello culturale della maggioranza dei migranti non era elevato ma, specialmente a seguito degli ultimi eventi del Medio Oriente e di molte aree del continente africano, arrivano molte persone laureate, che nel paese d’origine rivestivano incarichi lavorativi importanti e che quindi dovrebbero essere consapevoli dei loro diritti.

Molto spesso, appena arrivati sul suolo italiano, i migranti (prima che venga definito se si tratti o meno di rifugiati passa sempre molto tempo) vivono in una sorta di “metus” paventando di essere rispediti nel paese d’origine e quindi hanno appunto timore a rivendicare i loro diritti, lo stesso avviene spesso anche dopo se hanno trovato un lavoro precario, sempre mal pagato, ma pur sempre un lavoro. Cresce così il fenomeno dei diritti inespressi di cui i migranti sono consapevoli ma che non reclamano per motivi diversi, oppure di cui non sono proprio a conoscenza.

Solo poche associazioni aiutano e sostengono la crescita umana e sociale di queste persone attraverso l’empowerment, come ci raccontano Pina Sodano e Roberta Sorrentino, ma è un compito talora lungo e arduo che passa non solo attraverso la formazione (altro tema importante), ma che può anche arrivare nelle aule di Tribunale, come ci dice Diego Maria Santoro nel saggio in cui spiega come, grazie al gratuito patrocinio (pur con tutte le carenze illustrate dall’autore), i migranti possano combattere per ottenere il riconoscimento dei loro diritti più elementari sanciti dalla legge: il diritto all’unità familiare, il ricongiungimento, il diritto all’alloggio, il diritto al lavoro, il diritto alla salute, il diritto all’istruzione, ecc.

Circa dieci anni fa mi trovai a seguire un processo avanti al Pretore in cui un indiano chiedeva di essere pagato per oltre sei mesi di fatica all’interno delle serre e dovetti ascoltare come l’imprenditore agricolo negasse addirittura di aver dato lavoro al ricorrente, affermando di conoscerlo ma solo perché gli aveva chiesto di insegnargli a montare le serre. L’assenza di testimoni (forse oggetto di pressioni all’ultimo momento) fece sì che il giudice desse torto al lavoratore.

Oggi grazie all’opera di molte persone l’atmosfera sembra che stia cambiando, l’esperienza del progetto “Bella Farnia” della coop. In Migrazione (Sabaudia, LT), vissuta e narrata da Marco Omizzolo ne è la prova grazie anche al primo sciopero dei lavoratori indiani avvenuto nella primavera del 2016 in provincia di Latina e ai primi processi vinti contro il caporalato, una piaga secolare esistente ancora in molte zone d’Italia, peraltro nota e tollerata dalle autorità per troppo tempo.

Ma ho detto dei diritti inattuati: qui andiamo a toccare il punto caldo di tutta la situazione: in molti casi come sappiamo le leggi ci sono, ma chi dovrebbe metterle in pratica costruisce percorsi e procedure fatti in modo tale da rendere difficile se non impossibile la loro realizzazione. Molto spesso il legislatore dopo aver approvato una legge non segue il suo iter che rimane in mano ad una burocrazia difensiva di stampo umbertino attenta ai propri diritti ma troppo spesso dimentica di quelli dei cittadini…figuriamoci di quelli dei migranti.

A questo dobbiamo aggiungere anche le condizioni in cui sono costretti a lavorare quei pochi operatori che si occupano di assistere dal punto di vista sociale e spesso anche umano queste persone e di cui ci offre uno spaccato molto significativo Mauro Ferrari.

Esiste una responsabilità per tutte le pubbliche amministrazioni coinvolte nell’attuazione dei vari diritti che ho brevemente ricordato, a tutti i livelli, da quello delle amministrazioni centrali dello Stato (talora in conflitto tra loro o prive di coordinamento) a quelle regionali, fino ad arrivare ai Sindaci dei Comuni che, tranne rare eccezioni, cercano di fare di tutto per rendere difficile la vita ai migranti sia per compiacere parte dei loro elettori sia anche per andare incontro alle esigenze di imprenditori agricoli privi di senso morale che vivono approfittandosi del lavoro offerto da braccianti sottopagati.

Come esempio di quanto affermato vorrei citare le recenti (27 marzo 2017) Linee guida che il Ministero della salute ha pubblicato per la programmazione degli interventi di assistenza e riabilitazione nonché per il trattamento dei disturbi psichici dei titolari dello status di rifugiato e dello status di protezione sussidiaria che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale; un documento che è fatto molto bene e che dovrebbe essere utilizzato da tutti gli operatori, ma che al momento è ancora inspiegabilmente ignorato da molti e quindi inapplicato.

Questo di Marco Omizzolo è un libro che ci narra in diretta questo spaccato di un’Italia che fatica a cambiare sotto la spinta della nuova risorsa (in parte ancora temuta) rappresentata dai migranti, delle radici dei problemi, ma anche delle opportunità presenti e future.

Un libro che vuole aprire una porta verso un’Italia più inclusiva.

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