Un nome, una filosofia. Il teatro performativo dei Dynamis

La compagnia Dynamis entra a pieno titolo fra le compagnie teatrali più attive del panorama contemporaneo. Ospite in questa metà di maggio negli spazi del Teatro Vascello, la compagnia ha portato in scena Dynamica, una forma di tributo al proprio lavoro, un rito collettivo, dove sono stati raccolti i vari momenti del proprio percorso. Conclusa quest’esperienza di ripassare per il proprio sentiero in tappe condivise con il pubblico, l’eclettico gruppo continua il suo girare e noi continuiamo a parlare di questa compagnia che non arresta la propria, appunto, dinamicità. Nei giorni a seguire, fra termine performance, organizzazione di nuove date e altro, abbiamo incontrato il gruppo Dynams. Qui la nostra chiacchierata.

All’attivo dal 2011 e numerosi lavori portati in scena. Difficile sintetizzare, ma tiriamo un po’ le somme di com’è nato il progetto Dynamis.

Dynamis è stata un’occasione di incontro che definirei fortuito. Il nucleo originario di noi arriva da una delle tante “scuolette” di teatro che abbondano nella proposta mercificata della formazione artistica, eravamo non troppo soddisfatti del percorso che stavamo seguendo e ci siamo staccati per provare ad approfondire la ricerca. Quindi Dynamis è uno spazio di studio e lavoro collettivo, in cui negli anni si sono ritrovate persone con percorsi e formazioni diverse.

E, una volta che si mette in moto un progetto, non ci possono non essere evoluzioni. Pur seguendo sempre una personale linea quali sono stati i cambiamenti, le trasformazioni o anche solo le influenze passeggere che hanno attraversato, arricchito, fatto prendere consapevolezza a Dynamis?

Sì certo, anzi cambia continuamente. Ci succede anche con gli spettacoli, non riusciamo mai a fare due repliche identiche, sarebbe impossibile che non avvenisse nel lavoro di gruppo. Ci sono dei ruoli, delle competenze, che, come il teatro richiede, vanno rispettati, ma c’è anche la capacità e l’intelligenza di rimetterli in discussione se necessario. I gruppi che non si interrogano criticamente su questo rischiano l’immobilismo. E anche questo, per dire, lo abbiamo capito incontrando altri gruppi di lavoro, persone che condividono un intento, un obiettivo non per forza professionale, che cercano di fare qualcosa assieme e che ci hanno trasferito, suggerito, evidenziato le strade che stavano seguendo e le criticità incontrate.

Per cui negli anni sono intervenute e intervengono tante persone, le collaborazioni più fruttuose sono capitate spesso con realtà vicine al nostro approccio, ma non al teatro. Anzi. Questo ci stimola e motiva nel lavoro, coltiva aspetti e apre porte che non potremmo vedere altrimenti, ci aiuta a riproporre l’urgenza della domanda “Cosa è contemporaneo?”, interrogativo credo necessario a chiunque fa il nostro mestiere e che quindi deve misurarsi con quest’epoca, con quest’umanità.

Quindi, per risponderti, tutte le realtà che abbiamo incontrato e continuiamo ad incontrare partecipano direttamente o indirettamente alla nostra ricerca, i nostri lavori performativi sono sempre parte di un processo, vuol dire che partono da un incontro, un laboratorio, un’occasione che non aveva per forza già in seno l’idea di un risultato aperto a un pubblico. In genere ad un certo punto, un po’ inaspettatamente, capiamo che possono arrivare su un palco.

Il Teatro Vascello vi ha ospitato per tre giorni, e sono state giornate interamente dedicate ai vostri progetti…

Dynamica è stata un’occasione per far vedere a casa qualche lavoro che ha girato, è stato ospitato nei festival, ma a Roma non ha avuto occasione di uscita. Molte persone seguono i nostri percorsi formativi e magari non ci hanno mai visto in scena, così è un tentativo e una risposta a una richiesta. È un momento di condivisione anche con il Teatro Vascello che ci sostiene nella ricerca e avevamo piacere potesse ospitare il nostro lavoro in un momento pubblico.

Interattività, connessione e studio delle dinamiche relazionali con il pubblico. La filosofia dei Dynamis. Nella ricerca di questi elementi il teatro può definirsi trasformazione di qualcosa?

Ci chiediamo spesso perché il pubblico dovrebbe continuare a venire a vederci o perché dovrebbe continuare ad andare a teatro. Oggi, che di intrattenimento siamo invasi. Lavoriamo molto con i ragazzi e le ragazze in età di liceo e con loro ancora di più si accende l’urgenza di immaginarsi come formare un nuovo pubblico o meglio nuovi sguardi critici. Il teatro è un momento rituale e dunque deve riguardare la comunità sociale, ma cosa riguarda, coinvolge e trattiene senza rischiare di cadere unicamente nella distrazione? Quello che cerchiamo nei nostri dispositivi è la possibilità dell’atto teatrale come esperienza collettiva, dunque è appagante quando il pubblico riesce ad avvertire la responsabilità del coinvolgimento attivo in un processo di ricerca, viviamo come un trionfo la partecipazione intesa in tutte le sue forme. Come spettatori, siamo spesso abituati ad un teatro che celebra se stesso o ciò che è stato, che dialoga con difficoltà con il contemporaneo e raramente tiene conto delle istanze mosse dai più giovani. La formazione invece, nasce dal dialogo costante. Dunque anche in un momento produttivo il primo confronto che cerchiamo (e temiamo) è con i critici più giovani, per capire a chi davvero stiamo parlando. Il nostro sguardo artistico cerca di porsi e condividere problemi, non di rincorrere l’attualità, problema in cui il nostro ruolo a volte rischia di cadere. Non siamo giornalisti, ci interroghiamo sulle dinamiche umane attorno a noi e cerchiamo di porre il pubblico in una condizione ottimale per farsi le nostre stesse domande, per osservare con sguardo critico i rebus da organizzare.

Anticipazioni e nuovi progetti in cantiere che potete preannunciarci?

È circa un anno che stiamo lavorando sull’identità, un macro contenitore da cui a raggiera si sono mossi tutti i nostri ultimi progetti e su cui ancora stiamo esplorando strade possibili. La programmazione stessa di Dynamica è legata a questo: forme e strade di ricerca anche molto diverse (siamo una dozzina di teste attive del resto) che muovono dal tema centrale della nostra indagine in questo momento. Niente di stravagante, Pirandello l’ha fatto certamente meglio di noi il secolo scorso.

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