Una storia caucasica: l’Armenia e la guerra del Karabakh

SHUSHI, NAGORNO-KARABAKH - APRIL 18: Boys play on a street next to a building destroyed by war more than twenty years earlier on April 18, 2015 in Shushi, Nagorno-Karabakh. Since signing a ceasefire in a war with Azerbaijan in 1994, Nagorno-Karabakh, officially part of Azerbaijan, has functioned as a self-declared independent republic and de facto part of Armenia, with hostilities along the line of contact between Nagorno-Karabakh and Azerbaijan occasionally flaring up and causing casualties. (Photo by Brendan Hoffman/Getty Images)

Karen Danielyan, classe 1996 è stato ucciso alle 7:20 del mattino del 20 maggio. Non si è stati neanche un mese senza vittime, in Nagorno Karabakh. Lo scontro mortale precedente era del 28 aprile e, nel mentre, quotidianamente si registrano violazioni del cessate il fuoco la cui entità è difficile da stabilire: l’Azerbaijan accusa l’Armenia di attaccare con mortai, lanciagranate dal Karabakh ma anche dal territorio armeno; l’Armenia e il Nagorno Karabakh lamentano di essere stati bersagliati da oltre 3000 colpi in 72 ore. E con questi dati si fa il punto solo degli incidenti di questa settimana come riportati dalle parti in causa.

La questione del controllo del Karabakh è esplosa a ridosso della fine dell’Unione Sovietica ed è ascrivibile a modo suo fra i conflitti territoriali che hanno caratterizzato e continuano a caratterizzare gli eredi dell’URSS. A dividere i belligeranti armeni e azerbaijani c’è una Linea di Contatto (LdC) che si snoda lungo i confini del secessionista Nagorno Karabakh dall’Azerbaijan, il paese di cui de jure farebbe parte, e sale lungo i confini inter-statali di Armenia e Azerbaijan. La LdC non è presidiata o monitorata da alcuna forza d’interposizione, non vi sono missioni internazionali se non uno sparuto team dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa che periodicamente si reca nelle zone dove si sono verificati scontri. Dal 1994, anno in cui la guerra del Karabakh è entrata in regime di cessate-il-fuoco, i secessionisti armeni del karabakh sono rimasti arroccati nel territorio conquistato, si sono dati un ordinamento giuridico e si ritengono indipendenti. Vivono degli aiuti della contigua Armenia, a sua volta protetta militarmente dalla Russia. Dall’altra parte di quella che è diventata una cortina di piombo, l’Azerbaijan, alleato della Turchia e sempre più insofferente dello status quo che pare essersi consolidato in vent’anni di sovranità de facto di una parte del proprio paese a cui non ha minimamente intenzione di rinunciare. Più di vent’anni di trattative per la quasi impossibile mediazione di posizioni inconciliabili con una scarsissima propensione al compromesso delle parti in causa e l’ancor meno disponibilità delle rispettive opinioni pubbliche.

La guerra e l’Armenia

Non esiste precedente storico di una guerra che dura per sempre, nemmeno nel bellicoso Caucaso. Per cui (non se ma) quando le questioni del controllo politico e del possesso territoriale del Karabakh troveranno una propria soluzione si potrà fare un bilancio vero del suo peso. Un primo bilancio lo si può già fare per quanto riguarda la nascita e lo sviluppo dell’Armenia, un percorso che diventa attraverso l’esperienza della guerra una storia caucasica nella tradizione del più classico immaginario sull’area.

Fra Armenia e Karabakh si è creata un’osmosi di persone e di identità: la creazione e la tutela della nazionalità armena passa attraverso il controllo del Karabakh e gli ultimi due presidenti armeni provengono dal Karabakh. Viene dalla guerra in Karabakh anche l’attuale Ministro della Difesa armena. Lo stesso ministero e l’esercito armeno si sono forgiati sull’emergenza della guerra prima e della non-pace poi. A inizio degli anni ’90 gli emergenti partiti politici armeni, dal Movimento Nazionale Pan-Armeno alla Federazione Rivoluzionaria Armena creavano le loro milizie e assorbivano nelle loro fila gli ex combattenti. Si creava un doppio filo fra politica e uomini armati che avrebbe portato il più prestigioso comandante, VazgenSargsyan a essere il primo Ministro della Difesa non del Karabakh ma dell’Armenia. Da Ministro della Difesa a Primo Ministro, per finire poi tragicamente ucciso nella sparatoria in Parlamento nel 1999, episodio che decapiterà la potente associazione dei veterani dei suoi massimi esponenti e che porterà alla riduzione della loro influenza. Il presidente d’allora – Robert Kocharyan, del Karabakh – approfittando del fatto che il cessate-il-fuoco reggeva, arginava il potere dei veterani a favore della propria stella emergente.

Ora però il cessate-il-fuoco non regge più. Dal 2010 gli scontri di fuoco sono frequenti, inizialmente solo di armi leggere. I morti in combattimento riconosciuti da Yerevan sono stati 11 nel 2011, 12 nel 2012, 5 nel 2013, 26 nel 2014, 41 nel 2015. Nel 2016 il conflitto si è riacceso del tutto: in quattro giorni 77 morti fra gli armeni (militari e volontari) dichiarati, 350 inclusi i civili, da ambo le parti, secondo il Dipartimento di Stato americano. Abbattimenti di elicotteri e droni hanno accompagnato quelle che non sono più scaramucce e che coinvolgono armamenti sempre più pesanti. L’Armenia sfodera nella parata militare del 2016 il missile russo Iskander, 500 km di gittata, tempo di preparazione al lancio di una batteria di 4 minuti con scarto di un paio di minuti fra il primo lancio e i seguenti, armabile a testate convenzionali o nucleari.

Si arma lo stato, si militarizza la società. Due episodi fra gli altri: nel 2016 la presa di una centrale di polizia degli Audaci di Sassoun, legati al mondo veterano, episodio che incontra consenso nell’opinione pubblica (http://marilisalorusso.blogspot.it/2016/09/la-crisi-degli-ostaggi-in-armenia.html) e a seguire le manifestazioni di cordoglio per la morte del “portatore di pane”, che aveva portato da mangiare agli assalitori. Un’opinione pubblica che si colloca su posizioni più radicali della leadership politica – seppur il presidente SerzhSargsyan sia esso stesso del Karabakh – e che si schiera dalla parte dei combattenti, anche per disaffezione verso il mondo politico. Aumenta la tensione militare, e aumenta quindi il potere nella società di chi può essere protagonista in caso di un aperto conflitto.

Hanno forgiato e forgiano il paese nelle istituzioni, nelle persone, nell’identità e nelle aspettative, la guerra prima e la non pace adesso. E specularmente altrettanto accade in Azerbaijan. Un guerra mai spenta e che bolle lentamente, ma che rischia di tracimare appena il contesto regionale lo permette o lo incoraggia. E a fare i conti con la guerra sarebbero anche gli assetti politici e sociali delle parti coinvolte, poiché in Caucaso forse più di altrove i combattenti sanno capitalizzare il loro peso nelle istituzioni dello stato.

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