Profughi, i libici sparano a vista e passano all’incasso

In pratica è una confessione. La Marina libica, cercando di giustificarsi per un “incidente” con la Guardia Costiera italiana, ha ammesso che le disposizioni per fermare le barche dei migranti nel Mediterraneo prevedono anche di prenderle a raffiche di mitra.

L’incidente è avvenuto intorno al 23 maggio: una motovedetta libica ne ha intercettata una italiana, la Cp 288 con base a Genova ma dislocata nel Canale di Sicilia, e le ha intimato di fermarsi e spegnere le macchine. In acque internazionali e, dunque, senza alcuna autorità per imporre un ordine del genere. Il nostro guardacoste ovviamente non ha obbedito, dando anzi maggior forza ai motori. Quello di Tripoli ha cercato di inseguirlo e poi, non riuscendo a raggiungerlo, ha aperto il fuoco: raffiche di proiettili non in aria, a scopo intimidatorio, ma sparate basse, per colpire, a pelo d’acqua e ad altezza dello scafo. E, in effetti, la Cp 288 è stata colpita, nella parte destra della poppa. Solo per caso non ci sono stati feriti.

Il comando della Guardia Costiera a Roma non ha fatto parola dell’incidente ma deve quanto meno aver inviato una nota di protesta a Tripoli. Un paio di giorni dopo sono arrivate le scuse, asserendo che si era trattato di un errore. L’equipaggio libico, cioè, avrebbe scambiato la motovedetta italiana per un barcone di migranti, magari con dei trafficanti a bordo, e così, vedendola allontanarsi, ha fatto fuoco. Come a dire: “Non volevamo colpire voi ma i migranti”. Perché deve essere considerato lecito, anzi, doveroso, sparare su una barca di migranti, nonostante si tratti sempre di natanti fatiscenti, autentiche carrette del mare, assolutamente disarmate e innocue. Per dirla in modo ancora più esplicito, evidentemente c’è l’ordine di fermare con ogni mezzo i battelli dei disperati in fuga da guerra e fame: anche a raffiche di mitraglia e se poi qualcuno resta ferito o ucciso, pazienza…

È la conferma di quell’uso estremo della forza, da parte della Marina di Tripoli, denunciato a più riprese dalle Ong nelle ultime settimane. Uso estremo che mette a rischio sia la vita dei migranti che dovrebbero essere portati in salvo, sia quella degli uomini delle Ong impegnati nel Canale di Sicilia, quelli sì, a salvare migliaia di vite umane. Il caso più clamoroso, prima dei colpi esplosi contro la Cp 288, è stata la sparatoria raccontata e documentata dalla Ong tedesca Jugend Rettet, con tanto di foto di militari libici con i mitra spianati per minacciare i profughi ammassati su un gommone: una vicenda poi confermata dalla testimonianza di Medici Senza Frontiere e di Sos Mediterranee, presenti in quel tratto di mare con la nave Aquarius. Meno di due settimane prima, invece, c’era stato lo speronamento sfiorato della nave di Sea Watch, ad opera di una motovedetta, per impedirle di raggiungere il battello di cui stava iniziando il soccorso, sempre in acque internazionali, dopo aver comunicato l’operazione alla centrale di coordinamento romana della Guardia Costiera.

Non solo. Andando indietro nel tempo, non mancano altri gravi episodi: veri e propri assalti contro unità di soccorso o natanti carichi di profughi. Hanno destato una enorme sensazione, ad esempio, le raffiche sparate all’altezza del posto di comando e poi l’abbordaggio subito dalla Aquarius, di Medici Senza Frontiere, l’estate scorsa; oppure l’attacco che ha portato al naufragio di un gommone, con decine tra morti e dispersi, nell’ottobre 2016, di fronte agli occhi dell’equipaggio della nave Sea Watch 2, impossibilitato a intervenire, al largo di Sabratha. Per non dire del barcone stipato di famiglie siriane, andato a picco nell’ottobre del 2013, una settimana dopo la tragedia di Lampedusa, proprio per i danni provocati dai proiettili allo scafo, sotto la linea di galleggiamento: una delle tragedie più gravi avvenute nel Mediterraneo, con centinaia di vittime, abbandonate a morire in mare perché per ore nessuno ha deciso, tra Italia e Malta, chi doveva farsi carico dei soccorsi, tanto che ora è in corso una inchiesta per omicidio plurimo, su iniziativa della Procura di Agrigento.

All’indomani dei nuovi accordi tra Italia e Libia, che fanno della Guardia Costiera di Tripoli il gendarme a pagamento contro l’immigrazione nel Mediterraneo, si è detto che episodi come la sparatoria subita dalla Aquarius e dal barcone dei rifugiati siriani o operazioni violente come quella segnalata dalla Sea Watch 2 di fronte a Sabratha, non si sarebbero più verificati, grazie alle rigide “regole d’ingaggio” dettate alla Marina libica dall’Italia e dall’Europa e grazie al nuovo addestramento della Guardia Costiera di Tripoli, affidato proprio all’Italia. Federica Mogherini, commissario Ue per la politica estera, lo ha ribadito anche dopo le ultime, pesanti denunce di Medici Senza Frontiere, Sos Mediterranee e Jugend Rettet: “Abbiamo raccomandato alla Marina libica – ha assicurato – di attenersi ai più alti standard di rispetto dei diritti umani”. L’incidente che ha coinvolto la Cp 288 italiana dimostra in quale considerazione vengano tenute queste raccomandazioni: sparare ad alzo zero resta la norma, sia in mare da parte dei militari imbarcati sui guardacoste, sia – come hanno raccontato numerosi profughi – a terra, da parte della polizia o delle varie milizie libiche, lungo la linea di confine nel Sahara, nei posti di blocco, nei centri di detenzione. Senza contare, a proposito delle operazioni nel Mediterraneo, che la Guardia Costiera, pur facendo capo formalmente al Governo di Tripoli, è tutt’altro che una organizzazione compatta e soggetta a un reale comando centrale. Non solo: inchieste giornalistiche hanno evidenziato che i comandanti di diversi distaccamenti dislocati nei singoli porti si sarebbero creati una sorta di potentato personale, agendo “in proprio” o quanto meno con un largo margine di “indipendenza”, in base al clan o alla tribù di appartenenza. Qualcuno, anzi, è sospettato di essere sul libro paga o comunque in collegamento con gruppi di trafficanti, per cui agirebbe in modo da contrastare solo il “mercato di uomini” o il contrabbando di petrolio gestiti da certi clan, lasciando campo libero ai clan “amici” o alleati.

Eppure è a questa Guardia Costiera e, più in generale, a questo sistema di sicurezza che l’Europa e l’Italia hanno affidato il compito di bloccare i migranti in Africa, fornendo navi, elicotteri, mezzi blindati e fuoristrada, sistemi elettronici di controllo, armi, finanziamenti. Tutto quello che vogliono, insomma, purché svolgano il compito di “difendere” dai migranti i confini della Fortezza Europa. L’ultima conferma è venuta dal G-7 di Taormina, che ha avallato in pieno la politica dei muri e dei respingimenti ad ogni costo. Anzi, l’uso delle armi per fermare i profughi in mare aperto, provato dalla sparatoria subita persino da un guardacoste italiano, non solo non ha avuto strascichi ma, forte di questo “silenzio” interpretabile come un sostanziale via libera, la Marina libica, a proiettili ancora “caldi”, ha addirittura chiesto all’Italia forniture maggiori di quelle programmate con il memorandum firmato a Roma il 2 febbraio, sollecitando l’invio di pezzi di ricambio, mezzi tecnici e assistenza per la manutenzione e la piena efficienza della flotta di 10 motovedette che gli è stata consegnata. Come dire, una collaborazione totale, nel contesto di una attività che – secondo diversi osservatori – già si svolge ormai sotto il coordinamento di Roma.

Si tratta, oltre tutto, di forniture che valgono milioni di euro. Ma sono anni, ormai, che i finanziamenti per esternalizzare le frontiere europee, spostandole sempre più a sud e affidandone la vigilanza ad una serie di Stati africani, vengono trovati con una specie di gioco di prestigio, attingendo magari ai fondi per la cooperazione e lo sviluppo dell’Africa. È già accaduto nel recente passato, ad esempio, con il Sudan e l’Eritrea, si è ripetuto negli ultimi mesi con la Libia e, proprio in questi giorni, con il Niger, al quale sono stati destinati 610 milioni da parte dell’Unione Europea e 50 dall’Italia, con il mandato di sigillare le frontiere settentrionali, varcate negli ultimi anni da centinaia di migliaia di migranti diretti verso i porti d’imbarco a ovest di Tripoli. Cosa c’entri con lo sviluppo il lavoro sporco di blindare la Fortezza Europa è difficile capirlo. Il corto circuito è evidente: si dice che i fondi per la cooperazione servono a creare le condizioni per cui i profughi non debbano essere più costretti ad abbandonare il proprio paese – ad “aiutarli in Africa”, per usare uno slogan di moda – ma poi si tagliano proprio questi fondi per armare le forze di sicurezza dei paesi di transito o, peggio, di Stati come l’Eritrea, il Sudan, l’Egitto, la Nigeria… Gli stessi Stati, cioè, dai quali i migranti sono costretti a fuggire. Con la finzione che sarebbero improvvisamente diventati “sicuri”.

Tratto da: Diritti e Frontiere

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