Riforme costituzionali nel Caucaso: dalla Repubblica Presidenziale a quella Parlamentare

Dopo l’Armenia, ora anche la Georgia: pare che il Caucaso del Sud – almeno ad occidente – si sia completamente disinnamorato del presidenzialismo di tradizione post-sovietica.

L’Armenia ha optato per un’articolata riforma costituzionale che l’ha transitata verso un modello di governo parlamentare. Gli impatti politici, sulle forze di governo e sulle singole figure di spicco della vita politica armena si renderanno pienamente manifesti quando la coabitazione fra il vecchio ordine costituzionale e quello nuovo terminerà, con la fine del secondo mandato dell’attuale presidente nel 2018.

In Georgia invece le cose hanno un sapore molto diverso: non un articolo processo di cambio di tipo di ordinamento, ma forse più che altro una resa di conti all’interno della maggioranza di governo. Procediamo con ordine: a ottobre il Sogno Georgiano ri-vince le elezioni parlamentari, conquista 115 seggi su 150 e quindi ha in numeri per cambiare la costituzione. Priorità per il paese? Sembrerebbe di no. La costituzione è recente, del 1995, già emendata e non si è dimostrata disfunzionale se non a causa dell’ultimo emendamento che ha in parte raddoppiato alcuni enti pubblici ponendone copie quasi gemelle una sotto il controllo del presidente e una sotto il controllo del primo ministro. Insomma, un ritocco di limitato impatto sulla struttura istituzionale del paese sarebbe stato sufficiente. Invece parte un progetto ambizioso, interpretato come un atto per indebolire il ruolo del presidente. A dicembre nasce una commissione parlamentare per le riforme costituzionali. Il 22 aprile la commissione pubblica la proposta per la nuova costituzione che include un significativo cambiamento per quanto riguarda le procedure di elezione del Presidente della Repubblica. Ora eletto con elezione popolare diretta, quindi con un mandato forte, dal 2023 il presidente dovrebbe essere eletto da un collegio di elettori, 300 – secondo la bozza proposta – fra parlamentari e amministratori locali. Questo significa che l’anno prossimo l’attuale presidente, Giorgi Margvelashvili, potrebbe ancora candidarsi per un rinnovo di mandato, ma che sarebbe certo l’ultimo, e si candiderebbe come presidente claudicante, con un mandato quasi di transizione verso un parziale e ulteriore svuotamento del ruolo presidenziale che in passato ha già rivisto al ribasso le funzioni della massima carica istituzionale del Paese.

Ma c’e’ di più che una scelta istituzionale, e molti vedono nel progetto di riforma un attacco personale al presidente uscente. Giorgi Margvelashvili, filosofo per istruzione e attività precedente a quella politica, si afferma come figura politica all’interno del progetto Sogno Georgiano lanciato dal magnate Badri Ivanishvili.

Raggiunta la massima carica però il presidente-filosofo pare meno conforme del previsto alle aspettative del proprio tycoon, tanto da entrare in aperto conflitto con la presidenza del consiglio espressione dello stesso partito che l’ha candidato alla presidenza. Un conflitto che si protrae ormai in maniera inesorabile, tanto che forse la maggioranza ha deciso di ammutolire Margvelashvili, per nulla serafico filosofo, con un colpo di spugna sulla presidenza, prendendo due piccioni con una fava: indebolire il franco tiratore e allo stesso tempo portare a completamento la trasformazione del paese in una repubblica parlamentare pura.

La riforma mette quindi mano anche alla legge elettorale, sostituendo l’attuale sistema misto maggioritario-proporzionale con un proporzionale puro, tipico di molte repubbliche parlamentari.

Armenia e Georgia sono paesi post-sovietici. A distanza di un quarto di secolo ci si può chiedere quanto questa etichetta possa essere usata ancora, se è una definizione ad aeternum per indicare un’area storico-geografica, o se la si possa continuare solo nella misura in cui vi sono dei requisiti  – politici, economici, istituzionali, di forma di statualità – che tradiscano una continuità con il periodo sovietico. Certo un parlamentarismo funzionante, pluralista, con un esecutivo collegiale e un effettivo check and balance fra le varie istituzioni, inclusa la presenza di un presidente super-partes, non affiliato a un partito, sarebbe un netto segno di discontinuità. Altrettanto netto è invece il segno di continuità che vede il partito dominante scrivere non solo le linee politiche del paese, quanto anche le regole del gioco. E purtroppo tanto la riforma armena quanto quella georgiana, senza entrare nel merito del valore intrinseco degli emendamenti, nascono con questo peccato originale.

da: Eurasia Business Dispatch (www.eurasianbusinnessdispatch.com)

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