Trump e la nuova politica estera statunitense in Asia Centrale

L’ascesa politica di Donald Trump nella sua nuova veste di presidente degli Stati Uniti potrebbe aprire una nuova fase della politica estera americana verso le repubbliche post sovietiche dell’Asia Centrale, fondata su una reciproca convergenza di interessi di natura geopolitico-securitaria.

Per quanto originariamente improntata sul principio “America First” – ovvero sulla prevalenza degli obiettivi nazionali e sulla tutela degli interessi statunitensi nello scacchiere globale, che lasciava presagire un arroccamento geopolitico degli Stati Uniti all’interno dei propri confini – in realtà in questi primi mesi l’Amministrazione Trump ha adottato delle scelte politiche che appaiono andare nel verso opposto: il dossier Siria, la questione nordcoreana dimostrano la volontà di Washington di portare avanti una politica improntata sull’attivismo internazionale incarnando un ruolo da protagonista.

La volontà di condurre una lotta senza quartiere contro il terrorismo jihadista per estirpare la minaccia globale rappresentata dal sedicente Stato Islamico ha naturalmente suscitato l’interesse dei presidenti delle repubbliche centroasiatiche, che ambiscono ad un rafforzamento della cooperazione militare con Washington per diverse ragioni: in primis, per garantire la sicurezza regionale e per supportare la lotta contro il terrorismo di matrice jihadista, legato al ritorno dei foreign fighters centroasiatici affiliati allo Stato Islamico, oltre alle minacciosa presenza di Al Qaeda e dei Taliban in Afghanistan. Tuttavia, rispetto al passato questa cooperazione verrebbe ad inquadrarsi in una dimensione nuova, considerata l’apparente volontà dell’Amministrazione Trump di perseguire i propri obiettivi in politica estera senza vincolare la cooperazione politica e militare a questioni inerenti il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, e all’adozione di riforme. In questo modo verrebbe meno una delle pregiudiziali più importanti che di fatto ha limitato la cooperazione tra Stati Uniti e le repubbliche centroasiatiche indipendenti, in quanto queste ultime percepivano le pressioni statunitensi in tema di diritti umani e riforme come indebite ingerenze esterne.

Nonostante la distanza geografica, gli Stati Uniti estesero la loro influenza in Asia Centrale a seguito dei fatti dell’undici settembre 2001, quando per la prima volta nella storia truppe statunitensi e della NATO stazionarono in territorio post sovietico per condurre la battaglia contro i Taliban e Al Qaeda. Con il mancato rinnovo della concessione della base aerea di Manas in Kirghizistan nel 2014 – a seguito delle pressioni russe – si è completata la fase di marginalizzazione geopolitica degli Stati Uniti nella regione, cominciata nel 2005 con il progressivo raffreddamento dei governi locali verso Washington e la diffidenza verso la percepita “longa manus” statunitense nel fenomeno delle rivoluzioni colorate che hanno interessato lo spazio post sovietico. Risale proprio al 2005 l’estromissione delle forze militari americane dalla base aerea uzbeca di Karchi-Khanabad – dopo gli eventi di Andijan – , che di fatto congelava quella rilevante partnership strategica tra Washington e Tashkent, nella quale l’Uzbekistan era stato elevato al rango di baluardo regionale nella lotta contro il proliferare del terrorismo islamico.

Inoltre, il ritiro delle truppe statunitensi e della NATO dall’Afghanistan nel 2014 – sotto la presidenza Obama – implicò anche il ridimensionamento della cooperazione economico-commerciale, in quanto gli Stati Uniti hanno contribuito alla realizzazione di infrastrutture di trasporto nell’ambito del Northern Distribution Network (NDN), un corridoio di strade, ponti, linee aeree e ferroviarie inizialmente concepito per garantire l’approvvigionamento alle truppe di stanza in Afghanistan attraverso l’Asia Centrale e successivamente per facilitare il ritiro nel 2014. Secondo i piani statunitensi il NDN doveva rappresentare la cornice embrionale sulla quale sviluppare la strategia geopolitica della Moderna Via della Seta fondata sulla cooperazione economica, energetica e politica tra le nazioni dell’Asia Centrale e quelle dell’Asia sud orientale.

Allo stato attuale, per le repubbliche centroasiatiche una maggiore cooperazione con gli Stati Uniti in ambito economico-commerciale e securitario sarebbe strumentale al perseguimento della strategia multivettoriale in politica estera, al fine di bilanciare lo strapotere di Cina e Russia: i governi locali mirano ad attirare investimenti statunitensi, con l’obiettivo di sviluppare proficue relazioni commerciali ed intessendo relazioni politico-diplomatiche. In modo particolare il Kazakhstan potrebbe beneficiare dal prospettato riavvicinamento russo-americano fondato sui rapporti amichevoli Putin-Trump, in quanto implicherebbe un potenziale ammorbidimento delle sanzioni occidentali che hanno pesantemente colpito l’economia kazaka, danneggiata per la sua appartenenza nell’Unione Economica Euroasiatica e come tradizionale partner commerciale della Russia.

In generale, i dissidi russo-americani e le sanzioni hanno danneggiato – in maniera indiretta – tutte le economie regionali, poiché nonostante il crescente peso economico della Cina, la Russia rimane comunque un importante partner economico e commerciale, meta principale della migrazione lavorativa dei cittadini centroasiatici: a causa della crisi indotta anche dalle sanzioni, molti di essi sono stati costretti a rientrare nella propria madrepatria, riducendo il flusso delle rimesse economiche e alimentando una crescente disoccupazione foriera di tensioni sociali.

Un potenziale rinnovato interesse americano verso l’Asia Centrale pare trovare conferma nelle osservazioni contenute in un articolo apparso qualche mese fa su Foreign Policy, dove venivano evidenziati i legami esistenti tra alcune personalità dell’Amministrazione Trump e l’Asia Centrale: il Segretario di Stato Rex Tillerson ha ricoperto in passato l’incarico di amministratore delegato della compagnia energetica ExxonMobil, da sempre interessata al potenziale energetico della regione. Dal 1993 ExxonMobil è l’unica compagna statunitense ad essere entrata a far parte del Caspian Sea Consortium per lo sfruttamento delle riserve offshore presenti nel settore kazako del bacino del Caspio: questa compagnia detiene il 16,81% delle quote del consorzio internazionale per lo sfruttamento del giacimento petrolifero gigante di Kashagan, oltre al 25% della joint venture Tengizchevroil per la produzione del giacimento di Tengiz e una quota nel Caspian Pipeline Consortium, oleodotto che trasporta petrolio da Tengiz al porto russo di Novorossiysk sul Mar Nero. Inoltre, nell’altra sponda del Caspio, ExxonMobil detiene l’8% nel consorzio Azerbaijan International Operating Consortium (AIOC), che produce idrocarburi dal giacimento offshore di Azeri-Chirag-Gunashli (ACG).

L’attuale Segretario della Difesa James Mattis è stato a capo della CENTCOM (United States Central Command, che detiene la responsabilità strategica di tutto il teatro medio-orientale, compresa la conduzione delle operazioni militari in Iraq ed Afghanistan) fino al marzo 2013, conosce quindi bene il teatro di guerra afghano e le minacce esistenti a livello regionale

In un discorso al congresso statunitense nel marzo di quest’anno il Generale Votel, attuale comandante della CENTCOM, si è espresso a favore di un rafforzamento della cooperazione con le repubbliche centroasiatiche nell’ambito della sicurezza. In realtà, nonostante la progressiva marginalizzazione geopolitica, gli Stati Uniti hanno mantenuto dei canali di collaborazione nel settore della sicurezza con i governi locali:negli ultimi due anni unità militari d’elite sono state addestrate da personale statunitense in Tagikistan, Kazakhstan ed Uzbekistan mentre questo programma è stato sospeso in Kirghizistan in concomitanza con il mancato rinnovo della concessione della base aerea di Manas.

Questo programma di aiuto risponde all’esigenza del governo di Washington di addestrare ed armare forze di sicurezza straniere impegnate in operazioni contro il narcotraffico e per condurre operazioni contro il crimine organizzato transnazionale.

Il Tagikistan è stato il principale beneficiario di questo programma anche se questa cooperazione ha sollevato un problema di opportunità, che si riscontra comunemente nella collaborazione con governi fortemente autoritari: infatti, parte delle truppe addestrate rientrano nell’unità speciale battezzata con l’acronimo MGSO, una sorta di guardia pretoriana dell’attuale presidente Rahmon, che ha notevolmente rafforzato il proprio potere all’interno della nazione, dichiarando fuorilegge – nel 2015 – il Partito della Rinascita Islamica, forza d’opposizione che poteva potenzialmente impensierirlo.

Il programma di addestramento delle forze speciali condotto in Uzbekistan conferma il ruolo della nazione come partner statunitense nella regione: i programmi di aiuto militare con Tashkent vennero congelati nel 2002 – per il mancato rispetto dei diritti umani – ma le restrizioni vennero accantonate nel 2011, considerata la centralità geografica dell’Uzbekistan come hub irrinunciabile per lo sviluppo del Northern Distribution Network, nel quadro del quale venne promosso il collegamento ferroviario tra Termez e Mazar I Sharif nell’Afghanistan settentrionale. Come altri attori internazionali, gli Stati Uniti monitorano con attenzione il nuovo corso politico intrapreso dal successore di Karimov, che potrebbe condurre a nuove forme di cooperazione: recentemente Trump ha sottolineato positivamente i progressi compiuti dal nuovo presidente Mirziyaev in termini di liberalizzazione e di riforme, oltre all’interessante politica di apertura sul piano regionale con tutte e quattro le repubbliche centroasiatiche confinanti, che potrebbe tradursi in un nuovo scenario di cooperazione regionale prettamente endogena, nella quale prevalgano gli interessi centroasiatici rispetto a quelli perseguiti dagli attori esterni.

Pur mantenendo inalterati i principi ideologici della dottrina in politica estera – non allineamento, no basi militari, no ad operazioni che prevedano il transito di attrezzature militari – vi sono i presupposti per intavolare una cooperazione bilaterale finalizzata a rafforzare la sicurezza transfrontaliera contrastando il narcotraffico e conducendo attività di antiterrorismo, obiettivi e priorità condivise con Washington.

In conclusione, una politica estera americana rivolta all’Asia Centrale dovrà necessariamente misurarsi con due fattori, uno di natura economica e l’altro di natura geopolitica. Infatti, le previsioni del governo statunitense di tagliare ulteriormente i fondi allocati per i programmi di aiuto per l’Asia Centrale e Caucaso – nel 2015 gli Stati Uniti hanno speso 115 milioni di dollari, rispetto ai 135 milioni del 2014 e ai 294 milioni di dollari del 2012 – depotenzia notevolmente la capacità attrattiva della strategia americana, se confrontata con la Belt and Road Initiative intrapresa da Pechino.

Infatti, occorre sottolineare come lo scenario geopolitico regionale sia profondamente mutato, in quanto le due strategie regionali promosse da Mosca (Unione Euroasiatica) e Cina (Belt and Road Initiative) da un lato riducono gli spazi di manovra per Washington, anche se i governi locali bramano una diversificazione delle relazioni economiche e politiche concepite in una funzione di contenimento del condominio sino-russo.

  • Questo articolo è stato originariamente pubblicato nella newsletter Eurasian Business Dispatch, Maggio 2017
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