Migranti, più morti per i muri a terra mentre si alza l’ennesimo muro in mare

epa03978201 New arrivals of Syrian refugees cross from the east of Jordan border with Syria near Royashed Town, Jordan, 05 December 2013. Syrians fleeing violence in their country continue to cross into Jordan every day in search of safety. Most are exhausted and desperately in need of help. EPA/JAMAL NASRALLAH

Li hanno trovati in mezzo al Sahara, morti di sete e di stenti. Sono le ultime 52 vittime del deserto lungo le vie di fuga che dal Niger conducono i migranti verso la Libia e l’Algeria. A dare l’allarme sono stati 24 compagni che si erano avventurati a cercare aiuto ed hanno avuto la fortuna di incontrare una pattuglia di militari nigerini. Il gruppo era partito da Agadez almeno tre giorni prima. In tutto, 76 giovani, uomini e qualche donna, provenienti da Gambia, Costa d’Avorio, Nigeria e Senegal, ammassati su tre pick-up: una delle tante carovane di disperati organizzate dai trafficanti che hanno base in Niger, dove si è ormai creata una situazione simile a quella della Libia e del Sudan. Puntavano verso la frontiera libica, distante circa 800 chilometri, almeno 3 o 4 giorni di viaggio, per raggiungere poi Sabha, nel Fezzan, principale snodo delle piste che arrivano dal Niger e dal Ciad, attraverso il Sahara, e si diramano poi verso Tripoli e la costa mediterranea. Lungo il tragitto, i trafficanti li hanno abbandonati nel deserto, senz’acqua e senza cibo. Le armi spianate hanno soffocato qualsiasi possibilità di resistenza. Inutili le proteste e le suppliche.

Ventiquattro di loro, i più forti e risoluti, hanno deciso di incamminarsi lungo la pista, sperando di arrivare a un villaggio qualsiasi. Erano allo stremo quando, domenica 25 giugno, li ha intercettati per caso una pattuglia dei militari nigerini che presidiano il deserto. Sulla base delle loro indicazioni i soldati hanno cercato gli altri. Li hanno trovati qualche ora dopo, ma era già troppo tardi. Le salme, recuperate con l’aiuto della popolazione locale, sono state sepolte ad Agadez. Fatoum Boudu, prefetto della regione di Bilma, nel nord del Niger, ha detto che ora la polizia sta dando la caccia ai trafficanti, ma c’è da dubitare, nel caos di Agadez, che ne venga fuori qualcosa. Sembra certo, comunque, che la via del deserto è sempre più battuta e sempre più pericolosa, quasi totalmente in mano ai “mercanti di uomini”. Da tempo Ong e inchieste giornalistiche documentano che anche il Sahara, come il Mediterraneo, è diventato un enorme cimitero. Nell’ultimo mese e mezzo, tuttavia, si è profilata una escalation impressionante, con decine di vittime e altre decine di profughi salvati in extremis.

Alla metà di maggio, oltre 50 migranti sono stati trovati quasi morti di sete lungo una pista in mezzo al nulla, disidratati da temperature che in questa stagione sfiorano i 50 gradi. Hanno raccontato, come i superstiti di domenica 25 giugno, che a un certo punto i trafficanti a cui si erano affidati li hanno abbandonati in pieno Sahara, pare a fronte delle difficoltà che si profilavano per passare il confine. Circa due settimane dopo, il 31 maggio, sono morti 44 migranti, rimasti bloccati qualche centinaio di chilometri a nord di Agadez e un centinaio circa prima della frontiera libica, a causa di un guasto del camion su cui erano stati caricati, quasi uno sull’altro. Dai trafficanti che avevano pagato per il trasporto non hanno ricevuto alcun genere di aiuto. Si sono salvati solo i sei, tra cui una donna, che hanno lasciato il gruppo per andare a cercare soccorsi e sono stati avvistati per caso da una pattuglia della polizia nigerina nei pressi del villaggio di Achegou.

Il 16 giugno, nove giorni prima dell’ultima tragedia, sono stati salvati in extremis, da due autopattuglie di soldati in servizio d’ispezione nel deserto, oltre 100 migranti provenienti in gran parte dall’Africa Occidentale. Assetati e ormai allo stremo, i medici a cui sono stati affidati in ospedale ad Agadez hanno dichiarato che sarebbero bastate ancora poche ore per un’altra strage. Anche loro hanno raccontato di essere stati abbandonati dai trafficanti a cui si erano affidati, non si sa se in base a un piano precostituito o per le difficoltà incontrate nell’attraversare il deserto o previste alla frontiera con la Libia.

Di episodi analoghi sono rimasti vittime gruppi di richiedenti asilo intrappolati nella terra di nessuno tra il confine blindato del Marocco dal quale sono stati respinti e quello dell’Algeria, dove le guardie di frontiera hanno impedito loro di rientrare. L’ultimo caso, all’inizio dello scorso maggio, riguarda circa 40 siriani, famiglie con donne e bambini, abbandonati da tutti e sopravvissuti solo grazie all’aiuto offerto da gruppi di volontari marocchini e algerini. Lo stesso è capitato, in febbraio, a una trentina di migranti subsahariani, inclusi alcuni malati.

C’è da credere che tutto questo non avvenga per caso. Potrebbe essere un effetto della chiusura sempre più rigida dei confini meridionali, in pieno Sahara, della Libia e degli altri Stati del Maghreb e del Mashrek, per impedire che i migranti possano anche solo avvicinarsi alla sponda del Mediterraneo in cerca di un imbarco. Del resto le dichiarazioni di certi politici europei ed italiani sono esplicite. “Bisogna impedire che i migranti possano imbarcarsi”, ha detto di recente Donald Tusk, presidente del Consiglio Europeo, ribadendo la linea dura che ha sempre perseguito. E sulla stessa linea si colloca la svolta, ancora più dura che in passato, impressa alla politica italiana di respingimento dal ministro degli interni Marco Minniti.

Potrebbero essere “figlie” proprio di questo ulteriore giro di vite due nuove iniziative della politica italiana. La prima riguarda proprio il rafforzamento della vigilanza sui confini sahariani della Libia. Il primo giugno scorso – ha riferito la stampa di Tripoli – il comitato misto italo-libico per la lotta all’immigrazione illegale e al contrabbando ha deciso di formare una nuova commissione per controllare le regioni del sud del paese e contrastare i flussi migratori dal Niger, dal Ciad e dal Sudan. Il nuovo organismo “sarà formato da personale della guardia di frontiera libica e del ministero della difesa italiano”, scrive il Libya Observer, che pone il nuovo accordo sullo stesso livello delle intese raggiunte tra il Viminale, la Direzione generale per la sicurezza delle coste libiche e la Direzione per l’immigrazione di Tripoli. Nei servizi giornalistici non è specificato se al ministero della difesa italiano verrà riservato “soltanto” il compito di coordinamento degli interventi o se soldati italiani parteciperanno direttamente alle operazioni sul terreno, magari con la solita, ipocrita formula dei “consiglieri militari aggregati”. Certo è che si tratta di erigere un vero e proprio muro in pieno deserto.

L’altra iniziativa è di questi giorni. Se ne è fatto promotore a Bruxelles lo stesso presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, che ha prospettato la chiusura dei porti italiani e, dunque, il divieto di approdo e di sbarco, per le navi delle Ong straniere impegnate nelle operazioni di salvataggio nel Canale di Sicilia, al largo della Libia. Di fatto, un altro muro in mezzo al mare, perché verrebbe impedita o fortemente limitata l’attività degli equipaggi di volontari di tutta Europa che stanno cercando di arginare la strage dei migranti, sopperendo alle carenze, ai ritardi e all’indifferenza dell’Unione Europea e dei singoli Stati Ue. Roma inclusa, che “grida all’invasione” sulla base degli ultimi sbarchi, ma è almeno in parte smentita dai dati dello stesso Viminale. Proprio mercoledì 28 giugno, quando le agenzie di stampa stavano battendo la minaccia di Gentiloni, infatti, Repubblica online ha pubblicato il numero totale di arrivi comunicato dal ministero degli interni dal primo gennaio: circa 77 mila, più alcune centinaia in procinto di sbarcare. Insomma, meno di 80 mila a fine giugno. Rispetto al 2016 c’è un aumento del 13 per cento: come dire, in termini assoluti, quasi 10.400 in più. Non tanti da autorizzare a parlare di “situazione ingestibile” come si sta facendo. E, oltre tutto, se si tiene conto che lo scorso anno sono arrivati in poco meno di 181.500, oggi, a fine giugno, metà anno, si è ancora ben lontani dalla metà di quella cifra. Ovvero, la situazione non si discosta troppo da quella del 2016. A meno che non si vogliano ignorare le cifre reali, alimentare una sorta di isteria e creare una clima di ultimatum/ricatto nei confronti di Bruxelles. Se è questo l’intento di Roma, difficilmente si arriverà a un risultato concreto. Il punto vero è che Roma per prima non ha mai fatto nulla per varare un sistema unico di accoglienza europeo, con quote obbligatorie e vie legali di immigrazione, condiviso e applicato da tutti gli Stati membri della Ue, che è l’unico modo per dare risposte efficaci al problema. Peggio, questa minaccia di chiudere i porti alle navi di soccorso non battenti bandiera italiana è una misura non solo in contrasto con il diritto internazionale, ma odiosa in sé, perché ignora il “naufragio continuo” che si verifica di fronte alle nostre coste. “Una vergogna e un atto di barbarie che non può essere accettato da nessuno, indipendentemente dalle singole posizioni politiche ed ideologiche, perché, con un atto di cinismo enorme, si condannerebbero a morte migliaia di persone sospese tra le persecuzioni subite nei paesi d’origine, quelle patite in Libia e il diritto alla salvezza”, si legge in una petizione lanciata da Ong e associazioni umanitarie che ha raccolto in breve migliaia di adesioni. Fermo restando che Bruxelles “deve assumersi le sue responsabilità e prendere decisioni coraggiose, in linea con i principi morali che sono alla base dell’idea stessa del sogno europeo”.

È, questo ennesimo muro dei porti chiusi, quanto meno un errore clamoroso. O, molto peggio – come rileva da Bruxelles l’europarlamentare Barbara Spinelli – il tentativo di “usare migliaia di esiliati forzati come moneta di scambio nei negoziati con l’Unione, nel completo disprezzo delle prescrizioni della legge del mare e della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo”. Un’offesa bruciante e meschina, l’ennesima, oltre tutto, alle Ong che operano da anni nel Mediterraneo, fianco a fianco con le navi della Marina e della Guardia Costiera italiane: tutti insieme per salvare vite, senza distinzioni di bandiere.

Tratto da: Diritti e Frontiere

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